Liutaio (1, 2)

Yves Bergeret

Luthier/Liutaio

Tratto da Carnet de la langue-espace
Traduzione di Francesco Marotta

 

1
Il chiodo nella spalla

a Châtillon en Diois, lunedì 3 settembre 2018

 

Gira la testa a destra,
la montagna sale nel grido del sole.
Gira la testa a sinistra,
la montagna scivola nella tasca della notte.

Gira il busto a destra,
le alte erbe gialle dei ricordi
si sollevano in direzione del mare
a settecento giornate di cammino da lì;
gira il busto a sinistra,
in prolungati singhiozzi
avvenimenti e racconti gli escono dalla gola,
perdono colori, si attaccano
alle piume caudali del vento.

E’ dispiaciuto, si scusa,
non ci accompagnerà
sulla riva del torrente al limitare del villaggio.
Dice che un chiodo gli attraversa la spalla,
un vecchio chiodo da fabbro molto lungo
sotto la sua clavicola
e conficcato fino alla foresta dietro di lui
con la quale si costruirà la zattera del prossimo Diluvio.

Nessuno gli ha mai detto
qual è la spalla trafitta.
Non importa,
ogni sasso del torrente
è il suono di un colpo del martello divino,
il suono ricade nella pietra,
il suono inasprisce nell’acqua selvaggia,
si leviga nell’acqua selvaggia,
imbianca nell’acqua selvaggia
e il chiodo non ci ha mai indicato
la spalla che aveva scelto.

Si sa solo che il legno dove è fissato
è quello dei diecimila alberi del pendio.
La zattera sarà immensa.
E tuttavia, ci imbarcheremo tutti?

Il fabbro non ha testa.
La chiodatrice non ha testa.
Il chiodo non ha testa.
Lui ne ha una, e gira,
banderuola silenziosa tra la disperazione
e il polo innominabile nel quale il suo corpo si scioglie
ma che noi cercheremo ancora
d’imbarcare.

 

1. Le Clou dans l’épaule

à Châtillon en Diois, le lundi 3 septembre 2018

 

Il tourne la tête à droite,
la montagne monte dans le cri du soleil.
Il tourne la tête à gauche,
la montagne glisse dans la poche de la nuit.

Il tourne le torse à droite,
les hautes herbes jaunes des souvenirs
se hérissent en direction de la mer
à sept cent journées de marche de là;
Il tourne le torse à gauche,
par très longs hoquets
épisodes et contes lui sortent de la gorge,
perdent couleurs, se suspendent
aux plumes caudales du vent.

Il est désolé, il s’excuse,
au bord du torrent au bout du village
il ne nous accompagnera pas.
Il dit: un clou lui traverse l’épaule,
un vieux et très long clou de forgeron
au dessous de sa clavicule
et enfoncé derrière lui jusque dans la forêt
dont on fera le radeau du prochain Déluge.

Personne ne lui a jamais dit
quelle épaule est clouée.
Peu importe,
chaque galet du torrent
est le son d’un coup du marteau divin,
le son retombé dans la pierre,
le son durci dans l’eau féroce,
poli dans l’eau féroce,
blanchi dans l’eau féroce,
et le clou ne nous a jamais
signifié l’épaule qu’il avait choisie.

Mais on sait que le bois où il est fiché
est celui des dix mille troncs de la pente.
Le radeau sera infini.
Embarquerons-nous pourtant tous?

Le forgeron n’a pas de tête.
Le cloueur n’a pas de tête.
Le clou n’a pas de tête.
Lui en a une et elle tourne,
girouette silencieuse entre désespoir
et pôle hors parole où son corps se dilue
mais nous essaierons encore
d’embarquer.

 

 

2
Liutaio

a Châtillon en Diois, martedì 4 settembre 2018

 

Gira la testa a sinistra
gira la testa a destra,
cerca le note giuste.
Giusta è ogni nota in grado
di rispondere ai colpi che lo inchiodarono.

Sente quella che risuonando nella valle
di sera infonde fiducia
e il capriolo viene a bere,

quella che nell’ombra tremolante della quercia
segna la pausa di mezzogiorno per i vendemmiatori
che intrisi di sudore si fermano e bevono,

quella che bacia la fronte dello straniero
che aveva nascosto lo zaino dietro la fontana
e smette di aver paura,

quella dell’archetto posato sul leggio della cresta
che ancora rimbomba
e l’archetto freme per suonare di nuovo
sfregando una nuvola;
e lui stesso è il legno che a sua volta freme.

Cerca le note giuste
che i secoli non hanno osato insegnargli,
che né padre né madre hanno osato insegnargli.
Inchiodato ai diecimila alberi del versante in ombra
non può che girare la testa, dall’alba a mezzanotte.

Liutaio dalle gambe invisibili
come lucertole tra sassi e viburni
cerca e raccoglie la storia del suo corpo,
cerca e non raccoglie niente,
cercca di raccogliere, se possibile, il canto dei sette stranieri
creatori delle parole
che in mezzo ai sassi bianchi
hanno annodato le dure stagioni.
Cerca e non raccoglie niente.

Egli è la fibra del legno
che risuona nel vento della sera
perché l’ha dentro di sé.
Egli è la fibra
che si tende nei muscoli della montagna arcuata
e in quelli del suo braccio a cui l’archetto sfugge.
Egli è il figlio del legno
in dialogo con l’acqua
che scivola sulla lingua del capriolo
e su quelle dei vendemmiatori.

Se l’aria secca indurisce troppo il legno
fa fatica a girare la testa di qua e di là
e supplica l’archetto.
Privo di resina, l’archetto si getta allora
nel vuoto dalla cima.
Non c’è bisogno di partitura, il suono e i suoi fratelli suoni
e le sue sorelle suoni
passano davanti ai suoi occhi, una recita oscura e luminosa
in perpetua attesa dei suoi personaggi.
Lo sentite, voi?

 

2
Luthier

à Châtillon en Diois, le mardi 4 septembre 2018

 

Il tourne la tête à gauche
il tourne la tête à droite,
il cherche les notes justes.
Juste est toute note qui parvient
à répondre aux coups qui le clouèrent.

Il entend celle dans le creux du vallon
qui donne au soir la confiance
et le chevreuil vient boire,

celle dans l’ombre tremblante du chêne
qui donne l’heure de midi aux vendangeurs
et ils s’arrêtent trempés de sueur et boivent,

celle qui baise le front de l’étranger
qui avait caché son sac derrière la fontaine
et il cesse d’avoir peur,

celle de l’archet posé sur le pupitre de la crête
qui gronde encore
et l’archet frémit de jouer à nouveau
en frottant un nuage;
et lui-même est le bois qui frémit aussi.

Il cherche les notes justes
que les siècles n’ont pas osé lui apprendre,
que ni père ni mère n’ont osé lui apprendre.
Cloué aux dix mille arbres de l’ubac
il ne peut que tourner la tête, de l’aube à minuit.

Luthier aux jambes invisibles
comme lézards entre galets et viornes
il cherche et réunit l’histoire de son corps,
il cherche et ne réunit rien,
il cherche si se peut réunir le chant des sept étrangers
qui ont fait naître les mots
que dans le cœur des galets blancs
les saisons dures ont noués.
Il cherche et ne réunit rien.

Il est la fibre du bois
qui résonne au vent du soir
car il le comprend.
Il est la fibre
qui se tend dans les muscles de la montagne bossue
et dans ceux de son bras à qui l’archet échappe.
Il est le fil du bois
qui bavarde avec l’eau
glissant sur la langue du chevreuil
et sur celles des vendangeurs.

Si par air aride le bois est trop dur
il peine à tourner ci et là la tête
et supplie l’archet.
Sans colophane l’archet se jette alors
dans le vide depuis la crête.
Pas besoin de partition, le son et ses frères les sons
et ses sœurs les sons
passent devant ses yeux, comédie sombre et dorée
attendant à jamais ses personnages.
L’entendez-vous?

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