Liutaio (3, 4)

Yves Bergeret

Luthier/Liutaio

Tratto da Carnet de la langue-espace
Traduzione di Francesco Marotta

 

3.
Sette stranieri

Io li sento, dice, i sette stranieri.

Il primo straniero
è il padre del torrente
che non ha mai conosciuto un mondo orizzontale
e recita un episodio
da attraversatore d’oceano.

Il secondo straniero
è il musicista che nella macina grigia della guerra
ha perduto le mani, non la gioia
di toccare la bellezza con l’orecchio.

Il terzo straniero
ha scurissima la pelle
della palpebra sempre abbassata
sull’immenso dolore dei rifugiati.

Il quarto straniero
è così intelligente che attira la folla e la stupisce
appena al di là del guado della libertà
ma si teme che anneghi al primo passo nell’acqua.

Il quinto straniero
è fratello disattento del quarto;
meno ingenuo, egli attrae ma spaventa ancora
perché sembra già nel futuro,
parla molto poco,
dà l’idea di saperla lunga.

Il sesto straniero
ha lasciato prima di partire
una maniglia rossa di porta
tra i bastioni, intendo dire tra le creste.
Basterebbe inserire la chiave
poi girarla anche solo una volta
e l’acqua del torrente ritornerebbe al cielo
perché la pace è nelle nostre mani
se esse ignorano la paura.

Il settimo straniero
è la madre, ombra femminile davanti al liutaio;
sempre fuggente nel momento
di concludere la frase.

I sette stranieri hanno dunque profili sfumati.
Ma nel cuore dei sassi bianchi
germogliano le loro tracce.
Bisogna colpire di netto il sasso
per raggiungerne il cuore
e allora non altro ci si offre
se non le note giuste, fuggite dalla gola
del liutaio, intendo del mondo orfano,
intendo del mondo incompiuto.

Prima di ripartire i sette stranieri
si sono riuniti sul palco,
si sono inchinati per salutarci.
Non sono più là.

 

3.
Sept étrangers

J’entends, dit-il, les sept étrangers.

Le premier étranger
est le père du torrent
qui n’a jamais connu de monde horizontal
et psalmodie un épisode
de traverseur d’océan.

Le deuxième étranger
est l’archetier qui dans la meule grise de la guerre
a perdu ses mains, mais pas sa joie
de toucher la beauté par l’oreille.

Le troisième étranger
a la peau très sombre
de la paupière toujours baissée
sur la grande douleur des réfugiés.

Le quatrième étranger
est si lucide qu’il attire la foule et l’ébahit
juste de l’autre côté du gué de la liberté
mais le premier pas dans l’eau, craint-on, noie.

Le cinquième étranger
est frère distrait du quatrième;
moins naïf il attire mais effraie encore
car il semble déjà dans l’avenir,
il parle assez peu,
il semble savoir trop.

Le sixième étranger
a laissé avant de partir
une poignée rouge de porte
entre les remparts, je veux dire les crêtes.
Il ne nous reste qu’à engager la clef
puis la tourner rien qu’une fois
et l’eau du torrent remonterait au ciel
car la paix est dans nos mains
si elles ignorent la peur.

Le septième étranger
est la mère, ombre féminine devant le luthier;
elle s’échappe toujours au moment
de boucler la phrase.

En somme les sept étrangers sont assez flous.
Mais au cœur des galets blancs
germent leurs traces.
Il faut frapper net le galet
pour en atteindre le cœur
et rien alors ne se propose
que les notes justes, échappées de la gorge
du luthier, je veux dire du monde orphelin,
je veux dire du monde incomplet.

Avant de repartir les sept étrangers
se sont réunis à l’avant-scène,
se sont inclinés pour nous saluer.
Ils ne sont plus là.

 

 

4.
Il quinto sasso

a Veynes,
lunedì 10 settembre 2018

 

Camminare pur essendo inchiodati alla foresta?
State scherzando!
Eppure lui lo fa:
ha notato che la montagna si è piegata
approfittando di una esitazione del torrente.

Ecco: il torrente trema davanti a dei sassi
che vanno in quartetto, uno per punto cardinale
e ancora un quinto, senza alcun riferimento,
un sasso che oltretutto sembra muto.
E’ là che la storia esita,
è là che la corrente è solo schiuma
e più nessuno è straniero,
nemmeno alla sua discendenza, nemmeno a se stesso.
O che tutto è completamente straniero.

E’ là che il mondo è chiaro,
che la montagna è trasparente,
che gli alberi di ogni pendio sono chiari,
che il chiodo divino è un ciclone senza febbre,
ed è proprio nel turbine del ciclone
che s’innalza il liutaio.

S’innalza, s’innalza, s’innalza
e le montagne sono le piume verdi del suo tormento
e le piume rosse del suo slancio.

Potevate presagirlo?
L’acqua ha i suoi punti cardinali.
Li avvertono solo coloro che hanno perduto tutto
o che non possiedono niente.
L’acqua, come la parola, sa orientarsi
e sa dove andare.
Entrambe salgono
a spirale nel ciclone
del chiodo divino.

Piegandosi la montagna s’innalza
e i suoi diecimila alberi salgono
tra grandi fruscii di rami
che sono le frasi che scivolano svaporano
dalle spalle del liutaio,
frasi che portano a grandi falcate
la pace e la fraternità
che nascono nel quinto sasso,
la pace e la fraternità che sono la vocazione
dell’archetto spogliato della sua vulnerabilità,
della sua verginità.

Grazie a te, liutaio che ci liberi dal chiodo divino,
che ci offri, placate,
la pungente necessità di dire,
la lacerante necessità di dire
che in pochi comprendono.
Hanno bisogno di un ciclone,
di un chiodo.

 

4.
Le Cinquième galet

à Veynes,
le lundi 10 septembre 2018

 

Marcher en étant cloué à la forêt?
Vous voulez rire!
Pourtant il le fait:
il a noté comment la montagne vient se plier
à l’intérieur d’une hésitation du torrent.

Voici: le torrent tremble devant des galets
qui vont en quatuor, un par point cardinal
et encore un cinquième, hors tout repère,
galet qui d’ailleurs semble muet.
C’est là que l’histoire hésite,
là que le courant n’est plus qu’écume
et que plus personne n’est étranger,
même à sa propre descendance,
même à soi-même.
Ou que tout est totalement étranger.

C’est là que le monde est clair,
que la montagne est transparente,
que les arbres de toute pente sont clairs,
et que le clou divin est un cyclone sans fièvre,
et alors dans le tourbillon du cyclone
s’élève le luthier.

Il s’élève il s’élève il s’élève
et les montagnes sont les plumes vertes de son souci
et les plumes rouges de son élan.

Pouviez-vous le pressentir?
L’eau a ses propres points cardinaux.
Seuls les sentent ceux et celles qui ont tout perdu
ou qui ne possèdent rien.
L’eau comme la parole sait s’orienter
et où aller.
Toutes deux elles montent
en spirale dans le cyclone
du clou divin.

En se pliant la montagne s’élève
et ses dix mille arbres montent
en grands battements de branches
qui sont les phrases ruisselant s’évaporant
des épaules du luthier
et les phrases portent à grandes enjambées
à grands battements
la paix et la fraternité
qui naissent dans le cinquième galet,
la paix et la fraternité qui sont la vocation
de l’archet dépouillé de sa vulnérabilité,
de sa virginité.

Merci, luthier qui nous délivres du clou divin,
qui nous offres apaisées
la poignante nécessité de dire,
la déchirante nécessité de dire
que si peu entendent.
Il leur faut un cyclone,
un clou.

1 commento su “Liutaio (3, 4)”

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