Nasceranno per noi le umane città

Lisa Orlando

Nasceranno per noi le umane città

Simone Weil e Albert Camus: due filosofi elevati al cielo, due creature umane fuori del regno, per utilizzare l’espressione dello stesso Camus; pensatori singolari e anticonformisti, che lottarono con il loro pensiero acuminato le convenzioni ideologiche del loro tempo crudele, e che ancora oggi indicano una direzione (una mutazione d’aria?) a un mondo sempre più soggiogato dalle belve del dominio.
In quell’opera, eccelsa, che è il saggio L’Iliade, poema della forza, Simone Weil rivela, con estrema chiarezza, il potere illimitato della forza, di quanto essa possa tramutare in oggetti i soggetti viventi, e variare ontologicamente la natura fisica di quegli esseri. La forza (formula di maleficio) infierisce sui corpi, li modifica ineluttabilmente, muta gli esseri umani in cose, pietrificandoli, oggettivandoli in modo definitivo. Tuttavia, prosegue Weil, nel dispiegarsi tragico della forza, ad essere annientati non sono solo le vittime, ma anche i carnefici. «La purezza assoluta è data dall’assenza di qualsiasi vicinanza con la forza».

Quando Camus fece riferimento alla violenza omicida che procura agli esseri umani la morte in vita, nella misura in cui viene piegata ogni loro volontà attraverso la prepotenza, il terrore e l’assoggettamento – stava pensando agli stessi effetti nullificanti a cui faceva riferimento Simone Weil nella sua disamina della forza: una condizione di annientamento che l’uno e l’altra hanno appurato nell’atrocità della loro epoca; epoca in cui i totalitarismi (ricettacoli di demonìa) hanno mostrato il loro volto più spietato.
Entrambi hanno dolorosamente vissuto e sopportato gli effetti del male totalitario, portandone impresso il lutto, tuttavia senza mai smettere di immaginare un modo di abbattere la forza e un mondo che non ne fosse completamente padroneggiato e succube.
«È necessario che il pensiero si pieghi a uno sforzo d’interpretazione (quasi miracolistico?) in grado di dar conto dell’assoluta insensatezza della morte atroce che si vede (e si lascia) correre in giro per il mondo ad annientare esseri umani e bellezza», ebbe a dire Camus; e, ancora, nel suo discorso in occasione del Nobel: «Noi, scrittori del XX secolo, dobbiamo essere consapevoli che non possiamo fuggire dalla miseria comune e che la nostra sola giustificazione, se ne esiste una, è di parlare, utilizzando i nostri mezzi, per coloro che non possono farlo. […] Le persone hanno necessità di sperare, e se tutto tace, o se si fa loro scegliere tra due tipi di degradazioni, eccole per sempre disperate, e noi, insieme a loro».

Un’idea di responsabilità, dunque, che, chiamando in causa il rapporto tra sé e gli altri, implica un supplemento di attenzione, prodigo gesto umano che per Weil rappresenta la più pura e la più rara forma d’amore verso gli altri. «D’altronde, non è solo l’amore di Dio che ha per sostanza l’attenzione. Della medesima sostanza è fatto l’amore per il prossimo. In questo mondo gli sventurati non hanno bisogno di altro che di uomini in grado di indirizzare loro la propria attenzione». Fratellanza, altruismo, apertura verso l’altro sono per Simone Weil declinazioni di un unico amore, umano e divino insieme. Quando per la virtù, lucente, di uno sforzo attentivo, si è preso consapevolezza della realtà necessitante degli altri, della loro sventurata esistenza, occorre assumersene la responsabilità etica identificando nei loro bisogni il nostro obbligo.

Non è un caso che Camus pensi a un essenziale punto di equilibrio tra i diritti e i doveri che appartengono a ciascun individuo, poiché questo è senza dubbio il più importante insegnamento che egli acquisisce da Simone Weil; la sublime pensatrice dalla penna d’oro; «il solo grande spirito del nostro tempo», come ebbe a dichiarare il filosofo francese.
La questione dei doveri, dell’«obbligo verso la creatura umana», è il cuore pulsante della concezione etica di Simone Weil. «La nozione di obbligo si erge su quella di diritto, che le è corrispondente e subordinata. Un diritto non è valido di per sé, ma solo attraverso l’obbligo cui esso corrisponde». Dovere è (qui) pur l’equivalente semantico di ciò che ciascuno deve al suo prossimo; il dovere nei confronti dell’altro è l’offerta che possiamo; che dobbiamo!
Il dovere è un munifico offrirsi, poiché è il risultato di uno sforzo di attenzione mirato all’individuazione dei bisogni che ogni essere umano percepisce ed esprime. Su questo principio di necessità (materiale e spirituale) nasce un’etica dei doveri sulla quale articolare nuove strutture di vita in comune.
(Probabilmente) è sulla base delle medesime premesse, che Camus ritiene che una nuova coscienza possa
esclusivamente originarsi col «riconoscere che la libertà ha un limite, che pure la giustizia ne possiede uno, che il limite della libertà si trova nella giustizia, ovvero nell’esistenza dell’altro e nel suo riconoscimento, e che il limite della giustizia risiede nella libertà, ovvero nel diritto della persona di esistere così com’è in una collettività».
La società occidentale «perisce di un individualismo eccessivo», è necessario dunque che ritrovi il senso «dei doveri nei confronti della comunità». L’insegnamento di Simone in queste asserzioni camusiane è indubitabile, ed è ancor più evidente nell’insistenza sul dovere, sul pensiero tutto weiliano di un’etica fondante che, prima ancora di esigere o rivendicare diritti, assuma la prospettiva del dovere. Ciò che realmente è rilevante, nel ridefinire lo spazio sociale (quale ambito pubblico condiviso), è quello che ciascuno di noi d e v e a ogni altro. Un assoluto (salvifico?) ribaltamento di tutte le prospettive ideologiche incentrate sui diritti e sulle logiche che ne esigono il riconoscimento, senza riuscire mai a intravedere il senso inverso di quei diritti, ossia: il loro rovescio.

Misura ed equilibrio sono fondamentali innanzitutto perché i due principi nodali – di giustizia e libertà – non siano discordi, contrapponendo la comunità all’individuo, il bene collettivo a quello personale, così come sempre è avvenuto (e avviene). Per una società affrancata dai miti della sovranità, e una libertà umana che non sia di fatto assoggettata al fertile manipolatore del denaro è necessaria una rilettura del mondo, invertendo il senso pervertito delle ideologie, ribaltando «il rovescio e il diritto» della realtà.
Ribaltamenti, inversioni, oggi ancor più che necessari per il mondo che declina e s’ammala.
Chi indugia sulla putrescenza dei fiori? Simone Weil e Albert Camus riescono a immaginare una sola possibilità di salvezza: un ribaltamento totale dei punti di vista, che dia luogo a una rivoluzione delle coscienze e che insegni al mondo e agli esseri che lo abitano una cura che riabiliti – l’amore? –, e il nobile senso del dovere.

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Tratto da:
Lisa Orlando
Nasceranno per noi le umane città
Fotografie di Dana De Luca
Maldoror Press, 2018

L’opera si può scaricare liberamente qui.

1 commento su “Nasceranno per noi le umane città”

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