Breve saggio su “Another place” di Antony Gormley

Sono convinto che Sebald avrebbe apprezzato queste 100 figure di cui Antony Gormley ha disseminato la spiaggia di Crosby nei pressi di Liverpool. Mi piace immaginare un capitolo mai composto degli Anelli di Saturno in cui lo scrittore tedesco s’aggira fra quegli uomini nudi che contemplano l’orizzonte marino, lui che spesso guarda al mare, spiandone la vastità che, dall’Inghilterra toccando a est il continente, viene a chiamarsi Germania: il Mare del Nord rievoca ancora, a guardarlo da una sponda o dall’altra, le trasvolate dei bombardieri che andavano a colpire le une o le altre città, l’urlo delle sirene, i fasci dei riflettori scagliati contro il cielo notturno, il fischio delle bombe. Il Mare del Nord si distende sempre ad additare distanze e vastità di un’Europa che, nell’arte, non vuole smettere di essere una.

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Liutaio, III (1-4)

Il liutaio costruisce ponti di suoni, di voci e di storie per superare la mostruosa palude fascista e razzista che sta inghiottendo l’Europa. Ogni nota, ogni parola aggiunge una tavola salda come la speranza alla carena dell’arca futura.

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Visioni d’Europa: lo Studio di Ólafur Elíasson a Berlino

Caparbiamente, proprio mentre da più parti esplicitamente ci si scaglia contro l’idea d’Europa, mi dedico a cercare realtà nelle quali e tramite le quali tale idea (ma alta, progressista, in qualche modo anche visionaria) riesce a esplicarsi. Mi si obietterà che gli esempi ai quali farò riferimento hanno scarso o nessun impatto sulle “masse” e sulla vita quotidiana delle persone – rispondo che, se da un lato è legittimo dubitare che tali obiezioni corrispondano al vero in quanto sono spesso frutto di pregiudizio, di luoghi comuni e di semplificazioni eccessive o di comodo, dall’altro in tutta la storia dell’umanità azioni apparentemente invisibili o altrettanto apparentemente lontane dal vissuto quotidiano sono state lievito e spinta per cambiamenti di vasta portata.
Vittime più o meno consapevoli della mentalità economicistica imperante, dominati dalla retorica del “a che serve?” e dal triste e grigio “senso pratico” così pronto a dileggiare gli slanci ideali e i progetti che appaiono utopistici, ci allineiamo ad alimentare una triste e insipida routine che imprigiona e impoverisce le nostre vite massificandole a un livello di volgarità, vuoto psicologico e culturale, assenza di visioni ampie.
L’arte irrompe allora a mostrare sia la necessità che la possibilità d’innalzare il livello spirituale del nostro vivere la quotidianità.

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Dodici ore

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Mariachiara Rafaiani
Dodici ore
Sonnino (LT), Edizioni La Gru, 2018

Il libro di Mariachiara Rafaiani è come un contagio, risalente dalle zone buie dell’epoca, e dalle zone luminose di una geografia consumata nei viaggi. Le poesie riportano per intero tutto ciò che l’autrice non si lascia sfuggire, paesaggi eloquenti, tenuti nell’ampio ventaglio delle scelte, e aspiranti amori a tempo o eterni ma prodigiosamente intrecciati alla lingua, alla continua inesausta lingua un po’ sanguinaria un po’ venerabile. Ecco perché il contagio varca la carta e forse diventa inarrestabile. Non si ha voglia di controllarlo, è l’elemento presente in ogni pagina, nei porti e nelle stazioni attraversate, dall’Adriatico che imprigiona a Milano, passando per pianure e oltre le mura della città vecchia, le stesse che Campana superò durante i suoi nomadismi. Continua a leggere Dodici ore

Breve saggio sul volto (dedicato a Samuel Beckett)

 

L’unico film sceneggiato da Samuel Beckett è del 1964, si chiama Film e ha come attore protagonista Buster Keaton per la regia di Alan Schneider, fotografia di Boris Kaufman. È un cortometraggio di 22 minuti sul tema della percezione: partendo dall’affermazione di Berkeley “esse est percipi” Beckett scrive una sceneggiatura in base alla quale un uomo, inquadrato sempre di spalle, cerca di sfuggire lo sguardo altrui con il fine di riuscire a svanire nel momento in cui non venisse più, appunto, percepito: nella sceneggiatura lo sguardo che Continua a leggere Breve saggio sul volto (dedicato a Samuel Beckett)

Liutaio, II (1-3)

Il liutaio costruisce ponti di suoni, di voci e di storie per superare la mostruosa palude fascista e razzista che sta inghiottendo l’Europa. Ogni nota, ogni parola aggiunge una tavola salda come la speranza alla carena dell’arca futura.

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I ragazzi grecanici di Calabria e del Salento per Mimmo Lucano

Tengo molto a condividere un video di sostegno al Sindaco di Riace Mimmo Lucano – protagonisti giovani consapevoli e determinati che hanno saputo coinvolgere diverse persone, il video dimostra che una polis condivisa e democratica è possibile, una polis governata da idee e dal dialogo.

Qui il link al video.

Nota critica a “Via Crucis”

Elio grasso

Nota di lettura a:
Silvia Comoglio
Via Crucis
Pasturana (AL), Puntoacapo, 2014

Quanto al pronunciarsi su una scrittura, i più praticano assilli d’abbandono poiché sospettano mutamenti di geometrie e di fisionomie serenamente conosciute. Col rischio di concedersi a suoni dall’identità strana, se non addirittura estranea. Non si è più simultanei di cortei consueti, dalle configurazioni assestate e protettive. Poi ci si accorge (per fortuna capita di sottostare a un “colpo” d’intelligenza, o forse degli dèi) di quanto sia ben più valoroso essere tangibili del mutamento, allorché il proprio peso specifico si arricchisce d’intenzioni, se non addirittura di valore intrinseco. A quanti riferimenti, e allusioni e indebitamenti dobbiamo guidare il nostro carattere perché si distingua infine un’esperienza poetica, un’intenzione sviluppata in alcuni libri a cui, per esempio, uno come Nanni Cagnone abbia affidato le proprie “speranze di lettore”? Sono molti, e occorre gettare campioni di modernità accompagnati da rivalse critiche di prima e ultima mano. Sia chiaro, senza patemi di pentimento o astuzie di tal genere. Continua a leggere Nota critica a “Via Crucis”

Memoria dell’oggi: Alexander Langer

 

 

“E’ una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati”.

“In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi può comperare e stare meglio, occorre la riabilitazione del «gratuito», di ciò che si può usare ma non comperare”. (da Non per il potere, Chiarelettere Editore, Milano, 2016)

E così Fabrizia Ramondino ricorda Alexander Langer nel libro L’isola riflessa (Einaudi, Torino, 1998):

“All’alba, nell’isola deserta, mi aggiro a lungo alla ricerca dell’albero al quale si è impiccato Alexander Langer. Anche le mie amiche, che condividono in questi giorni la mia casa, hanno provato dolore, e la nostra è stata una cena di lutto. Tutte e tre abbiamo perso compagni di vita e di lotta a noi più vicini di Alexander; per una sorta di pudore abbiamo taciuto, ché il nostro comune compianto per Alexander ci ha avvicinate al destino dei nostri amici nel regno dei morti.
Mentre loro all’alba sono assopite, più saggiamente di me, io cerco quell’albero.
L’isola è deserta – io stessa lo sono.
Un deserto diverso da quello in cui varie ore prima gli isolani, i turisti, hanno letto fra le varie notizie di cronaca sul giornale quel fatto. Perché per loro Alexander Langer non è stato nessuno, un tale di cui si legge. Per loro ha predicato invano nel deserto. Non così per noi.
Cerco un melo, un arancio, un melograno – alberi ai cui frutti l’umanità, felice o dolente, è sempre ricorsa per simboleggiare il proprio destino. Per fortuna sull’isola non ci sono nemmeno alberi di Giuda né alberi, fruttuosi o infruttuosi, di fico.
Ho misurato anche in diversi alberi altezza e consistenza dei rami.
Finché, seduta di fronte al mare, nemmeno solcato in quest’alba da alberi di nave, penso un pensiero banale: si è impiccato all’albero della vita e della morte. E ricordo le mie ultime letture, Il principio speranza di Ernst Bloch: che quando si muore, muore in noi soltanto quanto non è stato utopia.
Agli altri che verranno Alexander ha affidato il suo piccolo bagaglio di utopia: racchiuso forse soltanto in un piccolo zaino, nella tasca di una giacca a vento, in una scatoletta di severi e sobri appunti, come è sempre stato nel suo stile di abbigliamento e di vita. Tutto depositato ai piedi del suo albero”.

 

Qui il “link” al sito della Fondazione Alexander Langer.

 

 

Nota a “Spalancati spazi”

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Claudio Pozzani
Spalancati spazi (Poesie 1995-2006)
Firenze, Passigli 2017

La poesia di un presente futuro come dovrebbe essere? Con quali mezzi chi la scrive prova la sua capacità di vedere? E soprattutto, cosa vedrebbe? Le macerie di una civiltà nei suoi angoli più remoti, oppure la visione del pianeta, azzurro e bianco nel nero cosmico, come avvenne per gli astronauti statunitensi quando circumnavigarono la luna il 24 dicembre del 1968? La Terra era là, un emisfero brillante dove gli umani, poeti e no, vivevano. Pozzani vi era nato 7 anni prima, forse la sua mente già premeva sull’acceleratore della visionarietà, lasciando che le attitudini espressive si facessero risucchiare dalla realtà intorno, dall’anfiteatro di quella Genova che lo avrebbe visto protagonista nel palcoscenico della poesia. E, navigante come ogni genovese, visto scivolare sui tragitti europei della scrittura. Continua a leggere Nota a “Spalancati spazi”