Luoghi carichi di dignità

Yves Bergeret

Vercheny e l’ippopotamo
Museo Guy Lévis-Mano presso la Fondazione Ardouvin

 

Tratto da Carnet de la langue-espace
Traduzione di Francesco Marotta.

 

Durante la seconda guerra mondiale, Jean Rouch, giovane ingegnere del genio civile, per evitare di servire il regime di Vichy si ritrovò a costruire ponti e strade nel Mali e nel Niger, dove l’amministrazione coloniale propendeva per De Gaulle in esilio a Londra. Un’estate discende per parecchie settimane il corso dell’immenso fiume Niger, fiume di tutti i miti secondo le sue genti nomadi, il misteriosissimo popolo Bozzo che teme e venera Harakoï diko, divinità dell’acqua. Rouch fa amicizia con uno dei popoli rivieraschi, i Songhaï, nella cui cultura poco a poco si integra così profondamente che ne parla la lingua, ne conosce i riti e anche taluni segreti. Nei successivi cinquanta anni, diventato etnologo e regista, gira i suoi documentari fondamentali, La caccia al leone con l’arco e Yenendi presso i Songhaï, Le Dama d’Ambara e Sigui presso i Dogon di Sanga. Nel 1947 comincia a filmare una lunghissima caccia rituale all’ippopotamo, condotta da grandi pescatori Sorko, di cultura songhaï, secondo le loro capacità e le loro strategie d’azione. La caccia non ha un buon esito, l’enorme e pericoloso ippopotamo viene ferito, fugge, viene ripreso, spezza la piroga rinforzata dei Sorko, si allontana definitivamente. Durante i sacrifici preparatori, le divinità consultate avevano espresso delle perplessità che l’eccitazione della partenza per la caccia e la necessità di trovare del cibo avevano impedito di comprendere. Il film Battaglia sul grande fiume, montato e proiettato nel 1951, racconta (in senso epico e allo stesso tempo con tutto il rigore obiettivo di un documentario etnografico) questa caccia. Jean Rouch ha poi raccolto da Nuhum, il più prestigioso di quel gruppo di una dozzina di pescatori Sorko, un canto a cappella che narra l’agire di Faran Maka, mitico antenato di tutti i pescatori Sorko. Insieme a coloro che diventeranno per sempre suoi assistenti di produzione e suoi amici, Moussouké Dembélé e Damouré Zyka, essi stessi songhaï, Jean Rouch traduce questo Canto di Faran Maka e lo propone per la pubblicazione a Guy Lévis Mano nel 1950. Il titolo di questo piccolo volume è Canti del Dahomey e del Niger. Un documento straordinario. Si trova a Vercheny, nelle vicinanze di Die.

Ho disceso il corso del fiume Niger durante la stagione delle piogge nel 2008, insieme a un contadino «posatore di segni» di Koyo, dogon di etnia toro nomu, a mia figlia e a tre pescatori bozzo. Su una piroga senza motore, solo vele e pertiche. Ci si nutriva di pesci uccisi nel corso della giornata. Le brevi tempeste della stagione delle piogge sull’immensa distesa d’acqua e sul deserto pianeggiante erano spaventose. Con le più grandi precauzioni, nel più assoluto silenzio, abbiamo aggirato un gruppo di ippopotami con i loro piccoli; una situazione estremamente pericolosa. Non sono venuti a distruggere la nostra piroga e noi con essa. I barcaioli bozzo cantavano a tratti. Sicuramente un canto di Faran Maka girava nelle loro teste.

Alla fine di questo mese di settembre, dieci anni dopo, le vendemmie volgono ormai al termine nella valle della Drôme; il letto del fiume è una distesa a perdita d’occhio di sassi bianchi. Appena un filo d’acqua… In autobus o utilizzando la piccola linea ferroviaria locale i giovani migranti del Sahel, cacciati dal Mali e dal Niger dalla jihad islamica e dalla più totale miseria, discendono la valle della Drôme. Nel mio libro Carena racconto come essi conservino tutti nella memoria il grande canto del loro esodo e delle gesta epiche di mitici antenati. Hanno attraversato la Libia dilaniata dalla guerra civile, poi il mare su dei barconi putrescenti; dall’Italia che sapeva accoglierli (e io ho molto spesso lavorato con loro in Sicilia negli ultimi anni), ora il populismo e il razzismo li cacciano; valicano a piedi i colli di frontiera del Monginevro e della Scala verso Briançon; attraversano Gap, Veynes, Die. Passano per Vercheny, diretti a Saillans e Valence, o ancora più lontano. Sono passati dalle parti del Liutaio che abita a Châtillon, nelle vicinanze di Die, ed è presente anche nei miei poemi di questo inizio d’autunno. Hanno nella mente e sulla bocca il poema della resistenza, del coraggio, degli antenati dei quali vanno fieri e che gli europei non sempre comprendono.

A Vercheny il corso della Drôme slarga la valle, dopo l’angusta chiusa di Pontaix e prima di quelle di Espenel e di Saillans. Al riparo dalle inondazioni, il vecchio villaggio è costruito su una collina in mezzo alle vigne sotto strati calcarei. Robert Ardouvin, da giovane, vi ha fondato una comunità educativa per dei «bambini di Parigi», una delle generose utopie del periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Una squadra di educatori entusiasti lavorava con lui. Negli anni Sessanta ha fatto edificare da un architetto svizzero, insieme ad altri edifici, una magnifica ariosa costruzione, con ampie vetrate e vaste sale, luogo di vita comunitaria e pedagogica, luogo destinato anche a esposizioni, conferenze con e per i bambini, gli abitanti del villaggio e gli artisti invitati. Il luogo, sempre attivo, si chiama Fondazione Robert Ardouvin, e le case destinate a usi abitativi della Fondazione, discrete, sono situate nei boschetti di querce che dominano le vigne, prima delle falesie. Numerosi bambini sono «ospitati» in questa comunità educativa; hanno conosciuto gravi disagi sociali, conservano una fede intensa nella vita Qui l’entusiasmo educativo e la tenacia etica pervadono tutti.

Non è una novità da queste parti. Nei secoli crudeli delle guerre di religione, i protestanti si sono ardentemente difesi e spesso hanno saputo conservare la loro esigente spiritualità. Durante la seconda guerra mondiale la Resistenza contro il nazismo e il regime di Vichy sono stati particolarmente attivi: si ricordano i lanci di truppe paracadutate sulla montagna della Servelle, che si vede molto bene da Vercheny, i massacri identici a quelli di Oradour sul Glane a Vassieux, i combattimenti a Espenel completamente distrutta e tutta la sua popolazione deportata nei campi di sterminio. Qui ci troviamo sul lato meridionale della zona dove operavano i partigiani del Vercors. Da Vercheny Alta è possibile vedere quasi tutti questi luoghi carichi di dignità.

Non è senza profonde ragioni etiche che Robert Ardouvin decide di riattivare nel 1991 il fondo delle Edizioni Guy Lévis Mano, GLM, che prima della morte di quest’ultimo, nel 1980, dirigevano a Parigi Madeleine Pissaro e l’Associazione degli amici di GLM. Guy Lévis Mano, greco di Tessalonica, proveniva da una famiglia di ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna nel quindicesimo secolo. Nel 1918 arriva a Parigi; da poeta, vi pubblica in francese a partire dal 1924 e ben presto mette in piedi delle attività editoriali. Viene naturalizzato nel 1927. Evita i surrealisti, indubbiamente troppo oscuri; si dedica piuttosto alle forme e agli slanci delle poesie popolari. Stampatore tipografo, fonda le sue edizioni nel 1933, col nome delle sue iniziali e pubblica fino al 1974, tranne il periodo in cui è prigioniero in Germania durante la guerra. Guy Lévis-Mano, uomo di relazione, aperto e caloroso, evita tutto ciò che sa di poesia elitaria ed ermetica; tanto meno si lascia attirare dalle avanguardie formaliste degli anni Settanta. Il suo catalogo accoglie poesie vive, poeti dalle personalità franche e prima di tutto sensibili all’umano; René Char, il grande poeta della Resistenza che abita su qualche montagna poco più a sud, è un suo fedelissimo autore, e spesso con delle magnifiche edizioni a tiratura limitata. Le edizioni sono modeste, spesso di piccole dimensioni: GLM compone a piombo le linee del testo a mano, le stampa dapprima su una piccola macchina di prova e poi su una macchina un po’ più grande. Il suo laboratorio a Parigi, in via Huyghens, è sempre rimasto modesto e attivissimo. Giovane poeta, vi andavo a comprare dei libri, ne ricordo alcuni di Garcia Lorca.

Tutto questo materiale, le due piccolo macchine da stampa, i mobili con i vari tipi di caratteri per il testo, anche i titoli esauriti di cui restano uno o due esemplari, è ora a Vercheny Alta, presso la fondazione Ardouvin; gruppi di lavoro di questa, insieme a quello dell’Associazione degli amici di GLM, hanno organizzato un piccolo Museo[1], una minuziosa opera di catalogazione. Appassionante. Ci sono andato quindici giorni fa. Un’operatrice culturale, appartenente al fondo GLM, accoglie in modo molto accurato. Char, il grande Resistente, è presente e splende di suo. Un erudito competente ha la gentilezza di mostrami il suo Ritorno sopramonte, di cui GLM ha realizzato la primissima edizione, nella quale Giacometti accompagna gli scintillanti poemi con quattro splendide acqueforti su fondo nero. Come è stato possibile al poeta e all’incisore unire così dinamicamente i loro spiccati talenti in questo capolavoro? Giacometti disegna la sottile linea bianca della sentinella, solitaria sul fianco di una montagna spoglia, che vigila nella notte, con dignità, mentre osserva i grandi uomini anonimi che si inoltrano come in un dramma tra le gole calcaree del fiume e si ostinano ad andare avanti: sono i nostri fratelli, le nostre speranze, il nostro futuro.

Ma ciò che mi colpisce maggiormente di questa presenza attiva, un vero miracolo di umanità e di etica civile, è che il fondo Guy Lévis-Mano presenta qui a Vercheny Alta le scelte più limpide e nello stesso tempo indubbiamente più intime e umane dello stesso GLM: quella poesia popolare anonima che attraversa le epoche, le guerre e le crisi. Come ad esempio il canto dell’antenato mitico dei cacciatori Sorko d’ippopotamo; come quei poemi popolari anonimi greci o serbi, spagnoli o gitani che GLM era felice di accogliere e pubblicare: GLM era un editore e un traghettatore. Come editore, egli faceva e fa ancora venire alla luce e agli occhi dei lettori le poesie con tutta la loro carica di umanità; come traghettatore, si dedicava alla traduzione, particolarmente dallo spagnolo. Traduceva dei bellissimi testi popolari, anche anonimi, danzanti come sassi quando la Drôme è in piena, robusti come il pescatore sorko che leva il suo arpione sacro davanti alla gola spalancata dell’ippopotamo.

_________________________
[1] Musée GLM – Fondation Robert Ardouvin

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3 pensieri riguardo “Luoghi carichi di dignità”

  1. Sì, la scrittura di Yves possiede un respiro, una potenza evocativa, un’energia carica di curiosità, attenzione e calore umano e intellettuale da cui dobbiamo imparare.
    Grazie a Francesco per le sempre puntuali traduzioni ( che vedo anche come atti di fede nel dialogo attraverso il pensiero e la scrittura).

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