Quietud

Alfredo Scavone

Quietud

       Di tempo per raccontare la mia storia non ce n’è molto, fra meno di dieci minuti sarò giustiziato per l’omicidio di Callisto Fuéres. Mi fa da compagno il lento e continuo bruciare di una sigaretta e nel suo consumarsi saluto la mia vita, raccontandola ai pochi che la possono ascoltare e che poi sono i soldati che me la toglieranno. Mi guardano adesso, in questo assolato cortile con l’indifferenza e il fastidio di chi ha troppo caldo, troppo sudore addosso e molte altre cose da fare. Eppure, come sempre, ho voglia di parlare, narrare e in fondo spiegare il perché mi trovo qui; lo so che il Tempo, e non solo il mio, passerà in fretta ma non vorrei che di me o di chiunque altro non restasse neanche un ricordo, che si uccidesse un uomo senza sapere il perché. Nell’attesa di morire, comincio a ricordare.

       Non ho avuto una buona sorte. Sono nato il giorno in cui Battista prendeva il potere occupando l’Avana. Mio padre, vecchio amico del presidente Socarras, fu perseguitato per questo e morì nelle carceri di Trinidad: ‘di tisi‘ come ci informò il capo della polizia Aguèro, ‘di botte‘ come mi spiegò più tardi mia madre. Ci espropriarono tutto: le piantagioni di tabacco, di canna, la casa e il podere nella terra dei Cienfuegos e fu solo molti anni dopo che Fidél, dopo avermi negato ancora una volta la terra con la Riforma Agraria, mi nominò torrero nella baia di Losaulito, guardiano del faro Quietud sull’isola che una volta mio nonno aveva chiamato Pinar e che la Rivoluzione cambiò in Juventud.

       “E’ pronto signor Estrada?” – mi chiede il tenente del plotone mentre i suoi uomini cominciano ad allinearsi imbracciando le armi. Ma come si può essere pronti a morire? C’è forse qualcuno che lascerebbe la sua casa per essere qui al mio posto, nonostante i mille affanni che vive ogni giorno?

       “¡Hablar a un amigo!” c’era scritto sulla porta di pino rosso del faro; mi piacque quella scritta, mi diede coraggio, voglia di fare e ben presto del torrero avevo tutto: la barba, la pelle arsa dal sole, la solitudine quotidiana e il bisogno di parlare, raccontare… bisogno che ancora oggi è qui, trovandomelo addosso come un’abitudine amica, un compagno fidato. Lavoravo ogni notte con solerzia accendendo le lampade per illuminare i Caraibi vorticosi che avevo davanti, innamorandomi dei venti che spazzavano i vetri della torretta o delle pinne falciate bianche dei maestosi merlìn che cacciavano nella notte a meno di cento metri dagli scogli del Quietud. Vedevo lontano i grossi mercantili che passavano all’orizzonte o i pescherecci seguiti e sormontati da frotte di gabbiani affamati. Il rumore delle loro sirene mi salutava ogni tanto ed io rispondevo agitando le braccia e urlando più forte che potevo: tanto, non davo fastidio a nessuno. Le scie delle navi spumeggiavano impetuose ed arrivavano degradando fino al faro che restava sempre immobile, lì ad aspettarle come me, come un’isola su un’isola, ferme entrambe a salutare chi passava andando lontano. La domenica mattina raggiungevo in barca Ciudad Holguìn per rifornirmi di frutta, sigari e giornali che poi mangiavo, fumavo e leggevo nella stanza a pianoterra, fra rumori di onde e lo svolazzare frenetico delle folaghe grigie. E fu in una domenica d’aprile che alla locanda del porto conobbi Callisto e sua moglie Lupe.

       “Vuoi un prete?” – mi chiedono i soldati mentre mi legano a un palo, serrando i polsi così stretti che le mani diventano fredde, gonfie e pesanti;  rispondo di no, che proprio a lui non avrei niente da dire. E invece lì a Ciudad Holguìn, fra il buio del cielo e i bicchieri vuoti, mi piaceva parlare e ascoltare i racconti dei viaggi che Fuères faceva sul Rio Càuto, della pescheria che insieme alla moglie aveva nella città vecchia e per essere felice mi bastava quel poco, quelle sue parole e le mani di Lupe che sulla spiaggia mi abbracciò dicendomi “portami via, Santiago” . E venne con me al faro ed io le contavo tutte le stelle che potevo vedere e i suoi capelli mi scivolavano fra le mani ogni qualvolta lei diceva d’amarmi stringendomi a sé.

       “Se tre persone cominciano un viaggio, Santiago, solo due arriveranno alla fine della strada. Ricorda! è il numero maggiore che uccide il minore…“. Le parole di mia madre mi tornavano in mente ma non più come un insegnamento ma come una triste accusa: io ero diventato uno dei tre ed il terzo, Callisto, soffriva come tutti i poveri stupidi di questa terra e forse proprio per questo a me così cari. Man mano che il tempo passava sentivo il bisogno di vederlo, spiegargli, magari chiedergli scusa e confrontare la sua solitudine con quella che per tanti anni era stata solo mia e alla quale ero ormai abituato.

       “La benda, signor Estrada” – il ragazzo indio che me la porge è quasi la metà della divisa larga e impolverata che indossa; sembra dispiaciuto del compito che ha da fare. Si ferma un momento eppoi la cala sui miei occhi lasciandomi il tempo di sorridere al suo viso scuro e ai suoi occhi neri. Ed il buio cadde anche allora sulla mia vita e sul mio amore per Lupe:  lei era sempre tenera ma più riservata, quasi timorosa di turbare i miei pensieri o i miei rimorsi. “Hablar a un amigo” non è come parlare a una donna; non prometti niente e non chiedi niente, resti lì a sentir parole o a inventarne di nuove, non c’è bisogno di tradire né di sentirsi offesi ad esser tradito. Non puoi innamorarti perché lo sei già e non hai bisogno di farlo capire.

       Il 28 di ottobre lasciai il Quietud portando con me solo un dono per Fuéres, una fiocina da baleniere che avevo trovato al faro quando ci arrivai e che ogni giorno avevo lustrato perché, tenendola pulita, mi sembrava di essere pronto e in procinto di partire per le Antille dei Sargassi orientali. Regalavo a lui questa possibilità o forse questo sogno, non per ripagarlo ma più semplicemente perché lui, anche se solo, poteva adesso viaggiare e reinnamorarsi, poteva vedere quello che io non avrei mai visto ma solo immaginato. Io gli avevo lustrato l’occasione e lo spunto del suo avvenire. Quella stessa fiocina fu la prova per il Pubblico Ministero della mia premeditazione.

       “Per ordine del Consiglio Superiore della Rivoluzione, tu Santiago Estrada sei stato condannato a morte per l’omicidio di Callisto Fuéres e l’esecuzione avverrà adesso tramite fucilazione” – il tenente ha dovuto urlare per farsi sentire dal momento che all’improvviso cade una pioggia rumorosa. Come pioveva allora quando incontrai Callisto sulla spiaggia. Mi avvicinai senza far rumore ma lui era troppo assorto per sentir dei passi, guardava la sabbia dove aveva inciso con un legnetto la sagoma di una casa col comignolo che fumava. Di tutto quello che avevo pensato di dirgli non ricordavo più nulla, avevo solo voglia di abbracciarlo e gli poggiai per questo una mano sulla spalla. Si voltò di scatto, sembrò sorpreso di vedermi ed accennò un sorriso ma bestemmiò invece il mio nome e mi si scagliò contro stringendo nella mano quello che mi parve un coltello ed era invece solo un legnetto. Cercai di fermarlo e difendermi ma cademmo tutte e due rotolandoci fino alla riva. Quando mi alzai, la fiocina gli aveva squarciato la gola.

–     “Puntate!” – ordina l’ufficiale ai soldati del plotone che all’unisono fanno scattare i caricatori

       Restai tutta la notte sulla spiaggia accanto al suo cadavere finché all’alba lo portai alla Gendarmeria dove mi arrestarono.

–     “Mirate!

Ecco. È tutto. Ora è finita davvero. Lascio Cuba, il Quietud, Lupe e la mia antica voglia di parlare e di ascoltare. Se tanto può bastare a pagare, allora va bene così. Fra poco finalmente viaggerò.

–     “FUOCO!

       “Santiago!… è ora, vieni. Dobbiamo accendere il faro. Non star sempre lì a sognare! A proposito, come t’hanno ucciso stavolta?

       “M’hanno sparato Lupe … m’hanno sparato ……

Il dodici maggio moriva Santiago Estrada, primo ed unico esperimento a Cuba di ergastolano rieducato. Vent’anni prima condannato a morte per l’omicidio di Callisto Fuéres, fu graziato da Fidèl e reintegrato nella vita civile al precedente lavoro di torrero. Alla sua morte il Quietud fu abbattuto

gennaio 1989

 

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Alfredo Scavone, medico, è il presidente dell’Associazione di Volontariato Nuova Officina di Sarno, in provincia di Salerno.
L’edizione cartacea del racconto Quietud, illustrato con i disegni di Gianluca Foglia (“Fogliazza”), è finalizzata al reperimento di fondi per la realizzazione di un progetto sanitario in Zambia.
Cliccando sull’immagine di apertura del post o sul link dell’Associazione “Nuova Officina” è possibile saperne di più sull’attività della “Brigata Medica Internazionale”, che ha già realizzato parecchi progetti, in particolare in America Centrale. Si può inviare un contributo, se si vuole, richiedendo una copia di questa piccola e preziosa pubblicazione, sapendo che il ricavato, fino all’ultimo centesimo, sarà impiegato per comprare materiale medico-sanitario.

 


(Due disegni di Gianluca Foglia)

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