Lucetta Frisa: Cronache di estinzioni (inediti)

Vulcani

Hawai, Kilauea.
Guatemala, Fuego.

Davanti alle indifferenti
lenti degli occhiali e del pc
lava e fumo incontenibili avanzano
fino alla mia scrivania.
Il video testimonia – in diretta –
l’orrore dormiente chissà in quali caverne
oltre mari e fusi orari
il cieco assassinio
dei due vulcani risvegliati uno dopo l’altro
con la testa sfavillante di fuoco:
Odo le flebili grida atterrite di persone in fuga
(io mi aggrappo ai braccioli della poltrona)
che presto moriranno incenerite.

Amo gli antichi umani guerrieri
che dichiarano l’odio a voce alta
rumoreggiano
insultano
corpo a corpo ci guardano dritti negli occhi
furiosi ci feriscono con armi vere
– si sanguina
……………e si muore.

La notizia della disfatta
la porta il solito trafelato messaggero
arriva giorni e giorni dopo
quando tutto è finito
e noi
mentre lui racconta
nelle incolmabili distanze
si fa esercizio d’immaginazione.

 

 

Natura morta

Sulla tovaglia hai rovesciato il vino
e quante briciole, quanto disordine.
Io volevo un’altra tovaglia, altre pietanze
non proprio natalizie ma almeno pulite.
Dovevamo mangiare in sala da pranzo
non sempre qui, con questo odore e i sacchi
della spesa fuori posto. Fuori posto qui è tutto
a cominciare da me e te che non sappiamo
tenere bene una casa mettere ordine alla vita.
Non c’è più caffè il frigo è da riparare e ho dimenticato
di pagare le fatture. Se almeno sapessi scrivere
di tutto questo ruvido vivere mettendomi a ridere
ma chi può aiutarci gli amici sono all’ospedale
e poi ognuno fa la sua vita ed è nato pratico.
Intanto i topi squittendo salgono sul tavolo
si contendono gli avanzi. Sporcano ancora di più.
Uno sciame di scarafaggi scricchiola sul pavimento.
cumuli di siriani afgani e africani si affollano
silenziosi sotto il tavolo per morire schiacciati
uno sull’altro liste e liste di nomi di ammazzati
coprono il cielo piovoso e nessuno mette ordine
e a chi chiede il cessate il fuoco regalano
con un sorriso un fiore di Sanremo. Dove mettere
i piedi per fuggire in un’altra stanza mentre
zanzare e api ferocemente cominciano
ad attaccarci con il loro kalashnikov scambiandoci
per dolci pollini creature di zucchero. Ma sappiamo
che ancora per domani
forse noi non andremo in guerra

però ci sarà poco da mangiare…

 

 

Antartide, 1

L’ Antartide si scioglie, i suoi ghiacci
non sono più Antartide perché si frantumano
poi si tuffano in mare
diventano un’unica acqua. Perderà il nome
il gelo, i confini, il disegno, l’incantesimo.
Warning: once upon a time qui c’era
l’ Antartide – si leggerà su un cartello.
Si è ammalato un continente
immenso e silenzioso che parafrasava l’eternità.
Ricordo il mostro di Mary Shelley impazzito
brancolante tra i ghiacci dell’Antartide
(almeno lui, nel libro, la trovò intatta).
Dov’era esattamente? – chiederanno. Qui e là
in giro, in questo spazio immisurabile. Immaginatelo.
L’immaginazione non prende il posto della realtà?
Dice bugie magnifiche per sostituire lo spazio il gelo
il bagliore del bianco il tremito della pelle il rallentarsi
del battito e di tutto quanto era l’Antartide. E i libri
che si scrissero sui ghiacci e le balene le baleniere
gli orsi i pinguini le foche, Zanna Bianca e Melville
saranno presto pezzi da museo,e anche i musei
si scioglieranno in pezzi. Basta lo sciogliersi
di un qualcosa che subito si scioglie piano piano
tutto il resto trascinato cancellato da questo alzarsi
delle maree da questa energia segreta.

E tu piangi per la fine del tuo lungo matrimonio
e lo chiami tradimento – forse che l’autunno
tradisce l’estate? Tradimento
anche i tuoi primi capelli grigi.

 

Antartide, 2

Nell’Antartide si cercano le origini
degli universi stellari
sono cadute pietre nere lunari
sulla candida Antartide
perché il ghiaccio
nella sua morsa mortale trattiene
tracce vitali.
Secondo la scienza
la vita terrestre ha nel ghiaccio la sua origine:
la calda vita?

Si dice che il ghiaccio
curi tutte le infiammazioni :
gli ardori degli uomini e il mal di denti
il fuoco degli astri e dei vulcani e di tutti i viaggi
insensati

In una mente fredda
qualcosa può restare
di certe emozioni
di tanti anni fa?

Dalla luna dovrebbero cadere
lunghe sequenze insonore di luce
liturgie
silenzi differenti
e le morbide piume avvolgenti
del cappello di Astolfo ma tutto
nella caduta
si va trasformando in pietra
anonima pietra
nera
tetra.

E’ proprio vero che i viaggi
cambiano i viaggiatori.

Ma se entrassimo nelle pietre
con gli occhi dei rapaci dentro il buio?
facendo finta
che si spacchino come melagrane
e nei semi
pulsino altre galassie
con altre stelle altre lune e costellazioni
e dopo ancora altri cieli altre stelle e lune
a perdita d’occhio
come nelle scatole cinesi.

E noi
dove siamo adesso come perché?

I nostri occhi impazziti
allora supplicheranno il viaggio
di fermarsi qui
dentro il perimetro del nostro giardino
lasciando a noi
solo una luna chiara
piccola e tranquilla:

Più intristiti
torneremo a guardare
le pietre nere.

 

 

Annegati

Nell’antico Egitto chi annegava nel Nilo
diventava un dio ed era onorato
forse perché entrando nel mistero
sarebbe un giorno o l’altro ritornato
a raccontare il vero.

Ora davanti al mare occidentale
nessuno prega né guarda l’orizzonte
davanti a sé eppure questo mare
pullula di annegati sul fondale
di ogni razza ed età.

Non diventeranno mai divinità.
E li lasciamo soli nella morte
anche gli dei si sono inabissati
in quale mare morto non si sa.

 

 

La mimosa, 1

«La mimosa fioriva in anticipo
davanti a casa nostra riuscivi a staccarle
un rametto di notte da clandestino e ridendo
me la offrivi con un inchino. Ricorderò sempre
quel tuo sorriso, lucente più della mimosa.
Come mai, mi chiedevi rattristato,
quell’albero giù all’angolo della strada
è morto? Io sono stato un suo cliente per te
per tanto tempo. Ora quello scheletro nero
fa impressione. E non sono colpevole io
con i miei furti patetici se lei si è seccata. Fioriva
al momento giusto a febbraio, invece questa
davanti a casa è un’anomalìa troppo attraente
e comunque sono contento se anche stavolta ci ho provato
ma sono diventato vecchio e così ho traversato
la strada in sogno senza accorgermi del motorino
che passava di lì. Tu mi asciugavi il sangue dal viso
col kleenex e io ti dicevo che stavo benissimo
che non era successo nulla, per non farti soffrire.
Desideravo vederti sorridere con la mia mimosa tra le mani
il tuo sorriso non ha prezzo
ho quasi perso l’uso delle braccia
ho rotto i tendini ma sono ancora intero.

Solo che non potrò più nuotare».

 

La mimosa, 2

a M.

La mimosa davanti casa ora si è rattrappita
era fiorita in anticipo mentre le altre del quartiere
esplodono solo adesso i loro lampi gialli.
Sei sempre fuori tempo mi diceva Edward Neill.
Sei una bambina di novant’anni – scrisse una volta
Remo Borzini in una dedica a me diciottenne
e chissà da vecchia chi e come sarai.
C’era chi conservava il suo ritratto in cantina ora
lo posta su facebook di quando aveva vent’anni
e con i denti ride sempre anche se in cantina
piange disperato.
Io mi tengo sulla testa la corona
della tua mimosa colta e non colta comunque gloriosa
tu vecchio romantico che per poco non sei morto
mentre coprivi il ruolo del giovane innamorato.
Diciamoci pure che adesso la vita continua
così com’è tanto lei avanza implacabile
anche se noi siamo morti da un pezzo e le braccia
non funzionano più e neppure le gambe e mai più
guarderemo le antiche immagini di quei due giovani sconosciuti e strani.
Devono restare al loro posto in cantina a disfarsi in polvere.

 

Mitobiografia

Tutto iniziò con la slogatura di una caviglia
poi con l’unghia incarnita dell’alluce e il morso
al tallone di un cane rabbioso
dove vuoi andare cosa vuoi sapere
perché camminare e dove poi non c’è
niente stattene tranquilla a casa ferma
sdraiata immobile a respirare poco.
E così fu che camminò sempre di meno
uscì di casa sempre di meno e già traversare
il breve corridoio le sembrava un’impresa
epica un lungo percorso ad ostacoli.
Tutto le diceva di restare dov’era.
E, tranquilla, aspettare.
Aspettando aspettando non invecchiò
o così sembrava a chi vedeva il suo visetto
infantile gli occhi limpidi la voce dal lieve timbro
le chiare manine gli abiti primaverili. Si era
ben conservata la piccola così graziosa
tanto fuori dal tempo che la bara non ne volle sapere
di contenerla e lei poté volare via e infine rinascere
vecchissima
sulla sua stella.

 

 

London Valour

Il nove aprile 1970 la London Valour naufragò a Genova
e morirono 20 marinai. Non naufragò al largo dell’oceano
in mezzo a un’orribile tempesta
come si legge nei diari di bordo avventurosi
ma tra i moli domestici del porto
(io la vidi dall’ultimo piano di un grattacielo).
Allora non è vero che chi sta al riparo si salva.
Le raccomandazioni di mia madre furono irreali:
Se fa freddo copriti, prendi l’ombrello se piove
se traversi la strada fai attenzione. Allora
non c’è scampo quando qualcosa che deve accadere accade?
Non protetti si muore ma si muore anche protetti:
le convinzioni e le convenzioni
saltano in aria e noi con loro.
Era forse possibile prevedere
la letale libecciata che schiantò la London Valour
sugli scogli ?
Immaginare
che quel mite ragazzo
al caldo tra i suoi dolci cuscini sarebbe impazzito?
Si cercano per anni
ragioni responsabilità dettagli fingendo
di credere nella giustizia nella scienza delle ipotesi
nella razionalità dell’algoritmo entrando
nel labirinto delle prospettive come in un libro di Bernhard
da dove non si esce più.
Si cammina e si pensa ma sempre intorno
al nostro ombelico. La vita è ossessione.

Se dalla vita non c’è riparo
forse la saggezza è non cercare nulla?
Solo guardare senza vedere
come l’aquila o il drone che volano alto
sulle zone di agitazione
o come a bordo di un aereo sopra la nuvolaglia
un po’ assopiti.

Chi può raggiungere lo stato postumo
di questo atroce presente se non fuggendo da lui?
E dove?
L’ironia ci tiene in vita per un po’ impedendo
le smanie di assoluto. Ma non basta.
Occorre molto tempo verticale e lo spazio
esatto tra terra e cielo.

 

 

Non tornerò più a Praga

Si è vivi solo una volta
sorpresi solo una volta
quando neonati si aprono gli occhi
quando si vede la prima volta
Palermo Praga Istanbul Lisbona
e altri luoghi di meraviglie
quando si ama la prima volta
per la prima volta si soffre
o si gioisce

Poi c’è più poco
per cui valga la pena continuare
questa commedia:
la pazienza va strangolata
la ripetizione decapitata
la sopportazione
di voci sgradevoli
di guerre e ideologie
delle nostre e delle altrui malattie
degli sbagli per ottusità
delle offese della bruttezza
del tragico quotidiano
e di tutti i nostri trallalà
…….va impietosamente castrata

la sopportazione
è un’imperdonabile malattia
di tutti quelli che conoscono la saggezza
e ce la vogliono insegnare:
no, non ne vale la pena,
da qui bisogna andar via.
A meno che
tutto ci sembri un gioco
e alla cieca lo vogliamo rischiare,
noioso o no.

E dopo questi efferati delitti
allegramente
anche noi si esce di scena
finalmente

lascia la spina
cogli la rosa
tu vai cercando
il tuo dolor

 

 

Plastica

La terra lentamente si ricopriva di gusci di conchiglia
soffocando ogni intenzione di vita: il suolo duro e arido
la stringeva in una morsa letale. Sarebbe diventata
secca e leggera come una foglia autunnale sbattuta nell’universo
dal vento cosmico.

Qualcosa di simile lo lessi rabbrividendo
in un gelido racconto di Süskind che posso parafrasare
sostituendo i gusci di conchiglie con gusci di plastica.

Chi, dei profeti, scrisse che la terra sarebbe finita col fuoco?

Penso ad Alberto Burri
che incendiava plastiche belle e paurose
con intenzioni bibliche o solamente estetiche?

Prima che la plastica invadesse il mondo
fino agli iceberg e alle barriere coralline
qualcuno aveva previsto la catastrofe
ma per noi è la regola rimuovere
le previsioni negative esagerate.
Lasciateci vivere in pace
comodamente godendoci i nostri progressi scientifici
consumare tutta la plastica che ci serve
e quando la terra finirà soffocata
dalla crosta plastificata
noi non ci saremo più.
Per fortuna non siamo eterni e anche lo fossimo
ci adegueremmo perfettamente a un pianeta che ci somiglia.

Le zolle
saranno protette da una griglia speciale
dentro certe riserve speciali
(ingresso a pagamento)
per turisti molto anziani e nostalgici.

 

 

Acciughe

Sono sempre più piccole e sottili
da molti anni non sono più le stesse
forse hanno perso la voglia di nuotare
sempre nel mare.
Pescate e mangiate pescate e mangiate
non si divertono più
hanno cominciato a rimpicciolire
da quando hanno aperto gli occhi
e la testa si confonde con la coda
anche se continuano ad affacciarsi
in branchi frementi nelle notti di primavera
e la luna maligna le accarezza e rivela
agli occhi rapaci dei pescatori.
E si rintanano negli angoli più scuri
del mare e nel fondo delle reti da dove
tentano di fuggire senza sapere
dove andare. Perché hanno voglia
di non esserci
andarsene
sparire dal mare.

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9 pensieri riguardo “Lucetta Frisa: Cronache di estinzioni (inediti)”

  1. grazie a ” la dimora “nella persona, in questo caso, di Antonio Devicienti (è lui che ha scelto le immagini bellissime ?)

  2. Un caro saluto, Lucetta. Ho scelto io le immagini cercando di non “illustrare” i tuoi testi, ma di farli dialogare con esse, anche perché ritrovo una forte componente visuale in quello che hai scritto.
    Grazie per questi inediti.

  3. Dal ricamo alla sparizione…una poesia molto delicata del “preferirei di no”…io però non credo affatto che si sia vivi soltanto una volta. Pensa a Cesare Pavese, a tutto il suo discorso sulle “seconde volte” in “Feria d’agosto”. Ci sono anime poetiche fragili, eppure forti, alle quali una volta non basta. Forse un po’ di disincanto è necessario per rimanere in piedi e tornare a stupirsi davvero.

  4. Lucetta sa mettere in evidenza ciò che regola il nostro essere, i meccanismi che fanno girare la grande ruota. Anche noi siamo le acciughe che diventano sempre più piccole e non ce ne facciamo una ragione. Ma tentiamo di non disimparare a nuotare. Grazie per questa ennesima esperienza di lettura “vera”.

  5. C’è uno sguardo “estremo”, capace di visitare e restituire l’oltre, in questi testi inediti di Lucetta, pure nella loro diversità. Uno sguardo che con sottesa ironia “vede “ i destini di entità minerali e viventi, i sommovimenti magmatici, il marasma planetario che sommerge umanità e natura. Perfino il disgelo antartico come metafora della dissoluzione del tutto – è poesia degli assoluti quella di Antartide2 – con il profetico ritrovamento nei ghiacci dei semi cosmici della vita e la sensazione che nella pietra è celato l’eterno fluire della vita. E noi, misere microentità divenute ibridi di plastica o piccolissime acciughe, coscienti suicide per il nonsense del tutto. Tranne che per un nostro inconoscibile angolo di mistero: l’amore, nascosto tra una mimosa e una distrazione che fa cadere per strada.

  6. ho apprezzato moltissimo questa consapevolezza lucida e asciutta di dove siamo, questo saper guardare e vedere, che è forse l’unico “gesto” umano che ci resta per essere vivi in un mondo che ci sta morendo intorno.

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