Nota a “Spalancati spazi”

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Claudio Pozzani
Spalancati spazi (Poesie 1995-2006)
Firenze, Passigli 2017

La poesia di un presente futuro come dovrebbe essere? Con quali mezzi chi la scrive prova la sua capacità di vedere? E soprattutto, cosa vedrebbe? Le macerie di una civiltà nei suoi angoli più remoti, oppure la visione del pianeta, azzurro e bianco nel nero cosmico, come avvenne per gli astronauti statunitensi quando circumnavigarono la luna il 24 dicembre del 1968? La Terra era là, un emisfero brillante dove gli umani, poeti e no, vivevano. Pozzani vi era nato 7 anni prima, forse la sua mente già premeva sull’acceleratore della visionarietà, lasciando che le attitudini espressive si facessero risucchiare dalla realtà intorno, dall’anfiteatro di quella Genova che lo avrebbe visto protagonista nel palcoscenico della poesia. E, navigante come ogni genovese, visto scivolare sui tragitti europei della scrittura. All’osso della questione, le nuvole d’inchiostro della sua produzione poetica hanno da sempre prodotto situazioni esistenziali, letture colme di respiro e di soffi vitali seguendo tendenze poetiche dirette verso la “nobiltà” vagheggiata ed esplosa nei campus americani di Berkeley all’epoca in cui un Allen Ginsberg ancora privo di barba, giovane e bello, intonava il suo implacabile (e per certi versi “innamorato”) Howl. Del resto, queste rimembranze, care a noi dell’età giusta, aguzzano l’ingegno e fanno venir voglia di dire, spiegare, e ritornare a energie molto amate a Genova, energie che s’erano incarnate, per le più diverse vie, in personaggi come Nanda Pivano, Faber De André, e persino Ivano Fossati. Le leggi interpretative di certe poesie hanno forti caratteristiche, e immediatezza di sentire. Spalancati spazi sta dentro la sua epoca, e in tutte le epoche di cui s’è detto, spettanti alla seconda parte del Novecento. Vi appartiene, e ne mostra molti principi, le rugosità del pensiero, i dilemmi, gli apprendistato e le partite, sempre giocate sul filo della correttezza. Lasciata ad altri spazi, l’aristocrazia delle lettere trova qui una nemesi giunta da lontano, aggrappata a un possibile “presente futuro” d’imprevista vitalità. Imprevista perché inserita nella fin troppo prevista leggibilità del presente politico e sociale: una rivoluzione al contrario di cui siamo produttori e succubi, dentro una nuvola d’immoralità terminale. E dunque Spalancati spazi, fra le tante cose, dice come dovrebbe essere un tipo di poesia resistente, ben lontana dai giochetti dei “sensibili” (e sinistri) ora in voga. Essere pragmatici vuol anche dire essere “live” fino all’estremo, evitando di sborsare coscienze preziose, e dando tutto alla più strenua vitalità. Diventare signori della propria lingua ha in questo libro brillante esempio, buona vita nel monologo più o meno sciamanico, perché la stessa poesia riconosce il poeta mentre si getta abbondantemente addosso al pubblico. È il percorso intrapreso da Pozzani a rinnovare, anno dopo anno, il fiume della propria lingua: vi mostra i procedimenti e le variabili esistenziali, i controtempi e le riflessioni di qualcosa che da qualche parte risulta separata e che qui invece inserisce la spina di un amplificatore a valvole rotondo, dal timbro pieno, che non perde nessuna frequenza del suo grafico sonoro.

 

Testi

 

A MIA MADRE

Ti ho visto in faccia in quella stanza
io sporco di sangue e muco
tu stravolta e curiosa
Ho tentato di dirti che non ero sicuro
di voler restare fuori di te
ma le parole che avevo in testa
nella mia bocca si impastavano male
Avevo appena imparato che tutta la vita
sarebbe stata ipocrisia e paradosso
ti avevo appena fatta soffrire
ti avevo fatta sanguinare
eppure ero io a piangere e tu a sorridermi

Ti ho vista in faccia in quella stanza
mentre mi portavano via
C’era troppa confusione
per dirti quanto fossi felice
di poter finalmente dare un viso
al ventre che mi aveva ospitato
E più tardi con i miei colleghi
si discuteva di reincarnazione,
di eterno ritorno, dei cicli di Vico
ma non vedevo l’ora di rivederti
e di conoscere il tuo uomo e vostro figlio
dei quali sentivo la voce ovattata e lontana.

Ti ho vista in faccia in quella stanza
e darei tutto quello che ho per ricordarmene.

 

BREAKING NEWS

È una frullata di muri acciaio e cristallo
ciò che bevono i miei occhi
Nell’aria ballano ancora
vibrazioni oblique
e vespe cattive
che vane cercano l’Itaca al loro volo
e stanche si lasciano cadere
tra i roveti neri
Tu sei nel tuo soggiorno di mogano chiaro
sette fusi lontana
sorseggiando Verlaine e vino rosso
ma quaggiù
amore mio
è una flora rugginosa
di tondini fuori dal cemento
come bucaneve d’inferno
Non accendere la TV,
non infliggere alla quieta stanza
le grida azzurrine
che spaccherebbero il tuo sorriso
che aprirebbero di colpo la tua mano
facendo cadere il bicchiere
riproponendo sul tuo tappeto
ciò che ho in mezzo al mio petto squarciato
Non accendere la TV,
non sai ancora nulla della polvere
che è nuvola che non si piove,
nulla delle grida
che serrano come cappi
cuori orecchie e sguardi,
nulla di bambole
che guardano fisse
armadi sfondati
e incesti improvvisi tra pavimenti e soffitti
Non accendere la TV,
non voglio che i singhiozzi di violini
sappiano di sangue e macerie,
che il tuo vino si confonda
con le campane cadute
Me ne sto andando
sul tappeto volante
di una barella scomoda
tra cinghie che mi stringono
e cielo che mi sfiora
Una corolla mi abbraccia
di caotico silenzio,
mani che spingono la barella
che sovrappongo a quelle decise
di mia madre al supermarket
mani con flebo
che diventano di mio nonno
che travasava vino nel casolare di pietra
Vedo nella pioggia di sguardi su di me
che il mio tempo sta per mettere punto
sarò solo benzina sprecata a sirene spiegate
una fenditura superflua nel muro di folla
Non accendere la TV,
amore mio
finisci quel calice per me
per quel brindisi che domattina
saprai diventato per sempre impossibile,
leggimi di Verlaine una poesia qualsiasi
oppure quella contro la Natura ostile e cattiva
Pensavo di vivere abbastanza
per farti felice
È bastato appena un brivido di terra
per scardinarmi il fiato.
Quanto futuro sprecato.

 

PALINGENESI

Mi sembra impossibile
essermi lasciato la battaglia dietro di me
clangori d’armi
e quell’odore dentato
di carne e ferro
le urla che uscivano dagli occhi
le urla che rimanevano inscatolate negli elmi svitati dal busto
le urla che diventavano sangue
e come sangue si rapprendevano e si raffreddavano
E quante braccia che si levavano
da corpi immobilizzati e deliranti
come radici alla ricerca dell’acqua
Un tappeto di erba e rumore
è quello che gli zoccoli sotto di me
calpestavano felpati
Non so da quanto sia
aggrappato alla criniera
a voltarmi indietro
sputando terrore a ogni secondo
Sono appena uscito dall’inferno
la testa ovattata
e quei rumori metallici
a scavarmi dentro
come cucchiaio
che s’ostina e pescare dal piatto
l’ultimo goccio di minestra
Deglutisco il mondo ad ogni momento
e poco dopo mi è di nuovo in bocca
mentre zolle si sollevano
e danzano attorno al galoppo
Nessuno ormai mi sta seguendo
sulla via che mi conduce a casa
tra poco sarò libero di riemergere dalla morte
In un’ansa del fiume mi fermo a bere
e pulire le ferite
Rivolgo il mio viso al Cielo
e i miei occhi si schiantano sulla nuca
Nelle orbite vuote
nidificheranno avvoltoi e vendette,
la mia lingua diventerà un’agave spinosa
Perfino il mio cavallo ha uno sguardo gelido
da gatto scalciato per la strada
non vede l’ora di fare la strada al contrario
e ritornare in quel campo di morte
a riprendersi l’orgoglio
Abbiamo diviso l’attacco e la fuga
il furore e la paura
soltanto per tornare a sentire le tue mani
Altrimenti saremmo rimasti là,
perdendo un brandello per volta
per aiutare più zolle possibili
a diventare fertili
La sera cade
e intravvedo la nostra casa
solo rovine, distruzione, il tuo corpo smembrato
le tue mani che non sanno più scaldarmi
le tue mani finite come un gioco qualsiasi
gli avvoltoi stanno riposando nelle mie orbite vuote.
Domani li porterò a nutrirsi.

 

NON SO SE IL MARE

Non so se il mare
fabbrichi le onde
oppure le subisca
Non so se io sia
il pensatore
o un pensiero a caso
E in questi giorni
d’abbagliante noia estiva
c’è sempre un grido lontano
che rimbalza di scoglio in scoglio
morendo accanto a un granchio
e le mie ventose dorsali
si staccano sempre più raramente
e lentamente
dal mio asciugamano salato
Da questa prospettiva
ombrelloni e persone
sono lance conficcate
nelle pareti sassose intorno a me
hanno le punte avvelenate nei piedi
e non so ancora
chi me li abbia scagliati addosso
e perché abbia sbagliato bersaglio

Non so se il mare
fabbrichi le onde
oppure le subisca
se sentire abbia un senso
e se cinque sensi facciano un sentimento
Quante volte
mi hai fatto rientrare deluso
dentro il mio corpo
Rientravo pesante e goffo
come un camion con le ruote forate
e non sentivo neanche
la porta dei miei occhi
chiudersi dietro di me
Quante volte per te
avrei danzato di gioia
insieme alle mosche
sotto il lampadario
come nelle mattine
in cui non andavo a scuola
per l’influenza
Adesso quella danza
mi è rimasta dentro
e fa tremare tutto,
la penna, il pentolino del latte
i libri che leggo
i libri che scrivo
A cosa vuoi che stia pensando
se non a tutte le notti
che ho perso di giorno
e a questo sole
che non sa neppure cosa sia una notte
tantomeno una di quelle
veramente buie
passate in un albergo
perso fra nebbia e neve
cercando di abituare gli occhi
a scorgere il tuo profilo
senza l’aiuto del tuo respiro
del tuo profumo o del tictac del tuo orologio

Non so se il mare
fabbrichi le onde
oppure le subisca
e sotto il sole
con gli occhi chiusi
penso al buio
Come puoi pretendere allora
che io non ti pensi
quando sono solo in casa
e mi svito la testa
per sostituire la lampadina dell’abat-jour
e mi stacco le braccia
per appenderci il cappotto
e mi metto i piedi
al posto delle orecchie
per divertire il gatto
Mi piacerebbe tanto
sentirti miagolare
guardandomi affamata
e che per questo bastasse aprire
la porta del mio vecchio frigo
o quella del tuo ventre
I granchi sono stanchi ormai
dei cadaveri di grida lontane
ammassati davanti
alle loro tane in discesa
Le trascinano via
sfidando i bambini armati di fil di ferro e retino
capaci di resistere ore al sole
e di rifiutare merendine e angurie
solo per stanare un granchio peloso
rincorrerlo
infilzarlo
vederlo morire
mentre un altro grido lontano
eco di pallonate e risate
non troverà più nessuno
a trasportare il suo cadavere
verso il Cimitero dei Suoni Estivi
Gli ombrelloni si chiudono
come meduse
mentre mi metto seduto
per far conversare la mia schiena
con l’orizzonte
La sento sempre parlare
ma non la vedo mai
come te
e se non ci fossero specchi
non saprei nemmeno
quanto tu e la mia schiena vi assomigliate
Stesse espressioni,
stessa voglia di starmi vicino ma a modo vostro
Sugli scogli le persone
hanno lasciato la loro parte migliore
bucce d’anguria
cartacce
mozziconi
Non so se il mare
fabbrichi le onde
oppure le subisca
Anche oggi io
non sono riuscito
né a contarle
né a fermarle

 

LIBERANATEMI

Liberatemi dalla vostra ipocrisia
dal voler vivere vite non vostre
nascondendo in patetici versi
l’ansia di essere sensibili o ribelli

Liberatemi da voli di gabbiani
da guerre che piangete per lo spazio di un sonetto
da intricati laborintus da cui non sapete uscire
da sciabordii e campagne d’infanzia
sorrisi di bimbi, gattini e cagnetti

Liberatemi dalle installazioni
mucchi di stracci infarciti di neon
performance di una stordita che ti guarda per un’ora
videosculture che chiamano martellate salvifiche
e galleristi prolissi con gli occhiali da idioti

Siete solo chiacchere e d’istintivo non avete nulla
Siete solo un fastidio da grattarsi via
Siete solo un’acidità che richiede un Maalox
Siete solo uno spavento nelle tenebre dell’arte

Liberatemi dalle ultime tendenze
oppure cancellatemi la memoria come a voi
perché il vostro nuovo l’ho già visto mille volte
e mille volte più vero, più forte, più fiero

Liberatemi dai profeti-di-slam, rap, dark,
allora preferisco piss, milf, cum,
non ho paura dei multisillabici
se ti chiami Francesca non sarai mai Fra
e tvb forse è solo un treno francese

Liberatemi dai finti maledetti e dai loro santini
vorrei vedere Bukowski che casca nel buco
Jim Morrison che si cambia i pantaloni di pelle
Bob Marley che fuma un’onesta MS
Jack Kerouac investito mentre fa l’autostop

Liberatemi Liberatemi
ma a chi lo sto dicendo?
se siete anche voi di quella razza orrenda
passati dal riflusso intellettuale
al reflusso gastroesofageo
dall’immaginazione al potere
all’emarginazione del sapere

Liberatemi esiliandovi
suicidandovi, estinguendovi
perché la mia forza si sta esaurendo
la mia mano sta tremando
la mia mira può mancarvi

Siete solo chiacchiere e d’istintivo non avete nulla
Siete solo un fastidio da grattarsi via
Siete solo un’acidità che richiede un Maalox
Siete solo uno spavento nelle tenebre dell’arte

 

NOTRE-DAME D’AFRIQUE

Da sopra le vetrate
posi la tua mano comprensiva sulla mia testa
che sogna parole
e intravvede candele e buio
oltre la tua porta,
Nostra Signora d’Africa,
che preferisci la mia nuca
al mare che lecca il porto davanti ai tuoi occhi
che non alzi il bavero della tua veste
per impedire al vento dell’ovest
di impastarsi alle speranze
che ti abitano la gola,
che resti a vedermi entrare
col sorriso triste da mamma al primo giorno di scuola.
Se solo avessi sentito piovere su di me le tue lacrime di gioia,
se solo i rumori della città non avessero coperto
le tue parole dolci,
se solo ti fossi calata lungo la cornice andalusa,
lungo le finestre strette come rughe d’espressione,
e mi fossi venuta accanto prendendomi la mano
per dirmi
– Non restiamo qui…
Per secoli ho guardato chi entrava
cercando il tuo viso
aspettandoti per giocare
E saremmo corsi via
verso quel prato
che hai sempre sognato
di dividere con me
ma i tuoi piedi erano
nel cemento
e i miei
occupati in passi incerti
Notre Dame d’Afrique
ti guardo dal basso in alto
come quando
ti spingevo con l’altalena fino al cielo
ma sapevo
che come pendolo saresti tornata da me
Notre Dame d’Afrique
varco la tua soglia
mi specchio nei quadri bui
tormentati dalle unghie gialle dei ceri
e dalle fauci di organi sospesi
e penso a quei pomeriggi
di fine inverno
contro il finestrino posteriore di un autobus
a veder fiorire nelle facce assonnate delle case
nuovi nei luminosi
con dentro cucine, librerie e tinelli.
In quante forme
sei venuta a destarmi,
orsacchiotti, baci, applausi, orgasmi
e ho sempre avuto paura
di dire alto il tuo nome
che ti avrebbe fatto
materializzare davanti a me
se ti ho fatto rimanere pietra
Non è ancora troppo tardi
per guardare il mio profilo nella penombra
che ti dice che attenderti
è stato dolce
dolce come sangue

 

CERCA IN TE LA VOCE CHE NON SENTI
(invocazione per voce, cassa toracica e solitudine)

Cerca in te la voce che non senti
mangia l’universo se non la comprendi

Basse case dai tetti spioventi
lacrimanti pioggia da gronde ormai marce
Profumo di terra, di foglie, di stagni
e sinistri paesaggi di candido marmo

Cerca in te la voce che non senti
mangia l’universo se non la comprendi

Vermi che giacciono sotto il fondo fangoso
topi che nuotano in ruscelli d’acciaio
Fumo di nebbia, auto veloci
che brucano leste tagliatelle d’asfalto

Cerca in te la voce che non senti
mangia l’universo se non la comprendi

Ombre di creta camminano stanche
scuotendo bassa la conica testa
Obliqui fantasmi stampati sul muro
ricordano fughe e cavali di frisia

Cerca in te la voce che non senti
mangia l’universo se non la comprendi

 

GENOVA, SAUDADE E SPLEEN

Genova nemica degli ombrelli
la pioggia ed il vento cateti
di un improbabile scaleno
Genova pianta carnivora
con le scalinate-fauci
golose di mamme con la spesa
Genova dalle spore di mare
Abbiamo salsedine anche nel cuore
abbiamo salite e discese
anche nelle strade dei nostri sogni
Genova samba di onde
col mare tenuto lontano coi gomiti di diga
o attirato da calamite rocciose
Genova coi pendoli in cucina
che battono ore
di velluto a coste larghe
Genova ronzio di mosche
che sfuggono ai pugni sulla tovaglia
ai cerchi di vino e alle briciole stanche
Genova saudade e spleen…
Guardo la torre
che nessuno visita e conosce
fra una lacrima e l’altra
della mia finestra salata.

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3 pensieri riguardo “Nota a “Spalancati spazi””

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