Liutaio, II (1-3)

Il liutaio costruisce ponti di suoni, di voci e di storie per superare la mostruosa palude fascista e razzista che sta inghiottendo l’Europa. Ogni nota, ogni parola aggiunge una tavola salda come la speranza alla carena dell’arca futura.

Yves Bergeret

Le luthier parle / Il liutaio parla

Tratto da Carnet de la langue-espace
Traduzione di Francesco Marotta

 

1
Il liutaio parla

a Die, domenica 23 settembre 2018

«Mi distendo sui sassi bianchi.
Il sonno mi prende
e mi trascina sul fondo della corrente.
Il torrente rimuove la mia pelle,
mi libera dalla tempesta di numeri e di mappe
e mi insegna a leggere senza alfabeto.
Anima piccola e fluida
percorro la terra nel suo disordine
e la cospargo di semi.»

 

1
Le Luthier parle

à Die, le dimanche 23 septembre 2018

«Sur les galets blancs je m’allonge.
Le sommeil me prend
et me porte au fond du courant.
Le torrent m’ôte la peau,
me dégage de la bourrasque des nombres et des cadastres.
et m’apprend à lire sans alphabet.
Ame brève et fluide
je parcours la terre en son désordre
et l’ensemence.»

 

*

 

2
Il liutaio si sveglia e dice

a Veynes, lunedì 24 settembre 2018

«La nostalgia del sale agita il torrente.
Io so tendere le quattro corde
là dove il canto dell’onda la disperderà
in quattro voci che frangono contro le rocce,
si attaccano ai rami
e proteggono la schiera degli esuli
dalla quale sono caduto.»

 

2
Le Luthier s’éveille et dit

à Veynes, le lundi 24 septembre 2018

«La nostalgie du sel énerve le torrent.
Je sais tendre les quatre cordes
où dans un chant de houle il l’évaporera
en quatre voix qui se cognent aux rocs,
se suspendent aux branches
et protègent le cortège des exilés
dont je suis tombé.»

 

*

 

3
Il liutaio dice ancora

a Veynes, martedì 25 settembre 2018

«La mia colonna vertebrale è l’archetto.
Ho gambe e braccia
che si dimenano come crini spezzati.
Non ci sono dubbi, io suono,
strofino il fondo incrostato della vostra vita.
Non ci sono dubbi, metto in scena
gli sviluppi del terzo racconto,
quello sotto il secondo, quello intimo, tragico,
tagliente come schegge di ossidiana,
quello sotto il primo racconto che è la miserabile
sfarzosa ipocrisia di fuoristrada e grigliate.

Metto in scena il terzo racconto,
ho mani e piedi inutili, frutti disseccati,
perché sopra il nostro oceano di violenza
è il ponte arcuato delle mie trentatrè vertebre che serve.

E’ il vento che regge l’archetto,
non sono io che lo tengo in mano.
Il vento mi agita gambe e braccia
come grappoli amari e foglie secche.
Il vento attraversa la corta schiera
delle mie vertebre sul torrente,
sulle tiepide scaglie della vostra disperazione
o miei fratelli stranieri lontani.

Il vento passa sopra di me.
Sono io che passo oltre.
Senza un sostegno.
Senza corpo.
Senza storia.
Sono io l’archetto.

L’archetto, quello che vi fa risuonare,
che canta e dice di voi
sonori e maturi tra le pietre fredde.

E’ il vento che regge l’archetto,
non sono io che lo tengo in mano.
E’ il vento, è grazie a lui che ha un nome
la vertiginosa caduta di ognuno di fronte a se stesso,
l’inciampo che non arresta il cammino,
la valanga che rimbomba dall’alto del pendio,
la richiesta del mio fratello straniero
sicuro di sopravvivere superando con un balzo
la gelida notte e la mostruosa palude.»

 

3
Le Luthier dit encore

à Veynes, le mardi 25 septembre 2018

«Ma colonne vertébrale est l’archet.
J’ai les jambes et bras
qui gigotent comme crins rompus.
Il n’y a pas de doute que je joue,
que je frotte le fond écailleux de votre vie.
Il n’y a pas de doute que je joue
le déroulé du troisième récit,
celui sous le second, qui est l’intime, le tragique,
coupant comme des éclats d’obsidienne,
celui sous le premier récit qui est la misérable,
la majestueuse hypocrisie des 4×4 et barbecues.

Je joue le troisième récit,
j’ai mains et pieds inutiles, fruits desséchés,
car par-dessus notre océan de violence
c’est le pont arqué de mes trente-trois vertèbres qu’il faut.

C’est le vent qui tient l’archet,
ce n’est bien sûr pas moi qui l’ai en main.
Le vent m’agite jambes et bras
comme grappes amères et feuilles sèches.
Le vent passe le cortège court
de mes vertèbres sur le torrent,
sur les tièdes écailles de votre désespoir,
ô mes frères étrangers lointains.

Le vent me passe sur.
Je suis celui qui passe sur.
Je n’ai pas de socle.
Je n’ai pas de chair.
Je n’ai pas d’histoire.
Archet suis-je.

Archet, ce qui vous met en résonance,
vous chante et vous dit
sonores et mûrs entre les pierres froides.

C’est le vent qui tient l’archet,
ce n’est pas moi qui le tiens en main.
Le vent, c’est ainsi que se nomme
la vertigineuse chute de chacun devant soi,
le trébuchement qui va de l’avant,
l’avalanche qui gronde dès le haut de la pente,
la requête de mon frère l’étranger
sûr de survivre en bondissant par-dessus
la nuit glacée et le marécage monstrueux.»

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2 pensieri riguardo “Liutaio, II (1-3)”

  1. Splendida la premessa di Francesco e, come sempre, la sua traduzione; questi versi di Yves hanno la luminosità di un’ ispirazione sempre alta e coerente nella forma e nel pensiero; il liutaio potrebbe essere anche un “trasparente” di Char.

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