Tre sonetti di Shakespeare

Massimo Rizzante

Tre sonetti di William Shakespeare

XIII

O! that you were your self; but, love, you are
No longer yours, than you your self here live:
Against this coming end you should prepare,
And your sweet semblance to some other give:
So should that beauty which you hold in lease
Find no determination; then you were
Yourself again, after yourself’s decease,
When your sweet issue your sweet form should bear.
Who lets so fair a house fall to decay,
Which husbandry in honour might uphold,
Against the stormy gusts of winter’s day
And barren rage of death’s eternal cold?
O! none but unthrifts. Dear my love, you know,
You had a father: let your son say so.

 

XIII

Ah, se tu fossi tu!, ma, amore, tu sei
tu soltanto finché vivi quaggiù.
Ti dovresti preparare alla fine incombente
e il tuo dolce sembiante a qualcun altro donare.
La bellezza che un momento ti è concessa
non avrebbe così compimento: saresti
dopo la tua morte ancora te stesso,
allorché una dolce prole rivivesse nel tuo dolce volto.
Chi lascerebbe andare in rovina una casa così bella
che un onorevole uso conserverebbe
contro i colpi del tempestoso inverno?
Solo un prodigo! Amore mio, tu sai
di aver avuto un padre: che lo stesso possa dire tuo figlio.

 

*

 

XXVII

Weary with toil, I haste me to my bed,
The dear repose for limbs with travel tired;
But then begins a journey in my head,
To work my mind, when body’s work’s expired:
For then my thoughts (from far where I abide)
Intend a zealous pilgrimage to thee,
And keep my drooping eyelids open wide,
Looking on darkness which the blind do see:
Save that my soul’s imaginary sight
Presents thy shadow to my sightless view,
Which, like a jewel hung in ghastly night,
Makes black night beauteous and her old face new.
Lo, thus, by day my limbs, by night my mind,
For thee, and for myself, no quiet find.

 

XXVII

Sfinito, distrutto, mi affretto a letto,
caro riposo per le membra stanche del viaggio.
Ma poi nella mia testa, cessata la fatica del corpo,
un altro viaggio comincia, che la mente affatica.
I miei pensieri dal lontano luogo in cui sono
si volgono a te in devoto pellegrinaggio,
costringendo le mie pesanti palpebre spalancate
a scrutare, come solo i ciechi sanno, le tenebre.
Solo la vista immaginaria della mia anima
mostra ai miei occhi senza sguardo la tua ombra
che, come un gioiello appeso alla notte tremenda,
rende la nera notte bella e con un nuovo volto.
Così di giorno le mie membra, la mia mente di notte
per causa tua, e mia, non trovano pace.

 

*

 

CXXXVIII

When my love swears that she is made of truth,
I do believe her though I know she lies,
That she might think me some untutor’d youth,
Unlearned in the world’s false subtleties.
Thus vainly thinking that she thinks me young,
Although she knows my days are past the best,
Simply I credit her false-speaking tongue;
On both sides thus is simple truth suppressed.
But wherefore says she not she is unjust?
And wherefore say not I that I am old?
O! love’s best habit is in seeming trust,
And age in love loves not to have years told:
Therefore I lie with her, and she with me,
And in our faults by lies we flatter’d be.

 

CXXXVIII

Quando il mio amore giura che è sincera
io le credo, anche se so che mente,
perché pensi a me come un giovane insipiente,
ignaro delle sottili falsità del mondo.
Così pensando invano che giovane mi pensi,
benché sappia che i miei giorni migliori son persi,
do credito soltanto alla sua lingua mendace:
tanto che per entrambi la semplice verità si tace.
Ma perché non mi dice che è bugiarda?
E perché io non le dico che son vecchio?
Oh, è meglio mostrar fiducia in amore,
e in età non amare il computo degli anni!
Perciò io le mento e lei a me,
e, mentendo, ci lusinghiamo colpevolmente.

 

 

Tratto da:
Massimo Rizzante
Un dialogo infinito
Milano, Effigie Edizioni, 2015

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