Visioni d’Europa: lo Studio di Ólafur Elíasson a Berlino

Caparbiamente, proprio mentre da più parti esplicitamente ci si scaglia contro l’idea d’Europa, mi dedico a cercare realtà nelle quali e tramite le quali tale idea (ma alta, progressista, in qualche modo anche visionaria) riesce a esplicarsi. Mi si obietterà che gli esempi ai quali farò riferimento hanno scarso o nessun impatto sulle “masse” e sulla vita quotidiana delle persone – rispondo che, se da un lato è legittimo dubitare che tali obiezioni corrispondano al vero in quanto sono spesso frutto di pregiudizio, di luoghi comuni e di semplificazioni eccessive o di comodo, dall’altro in tutta la storia dell’umanità azioni apparentemente invisibili o altrettanto apparentemente lontane dal vissuto quotidiano sono state lievito e spinta per cambiamenti di vasta portata.
Vittime più o meno consapevoli della mentalità economicistica imperante, dominati dalla retorica del “a che serve?” e dal triste e grigio “senso pratico” così pronto a dileggiare gli slanci ideali e i progetti che appaiono utopistici, ci allineiamo ad alimentare una triste e insipida routine che imprigiona e impoverisce le nostre vite massificandole a un livello di volgarità, vuoto psicologico e culturale, assenza di visioni ampie.
L’arte irrompe allora a mostrare sia la necessità che la possibilità d’innalzare il livello spirituale del nostro vivere la quotidianità.


E qui mi preme riflettere non tanto sulla ricerca artistica di Ólafur Elíasson, personalità ben conosciuta e altamente stimata, quanto sul suo modo di condurre e attuare una tale ricerca: Ólafur Elíasson nega nei fatti e coi fatti il pregiudizio e la banale ripetitiva rappresentazione dell’artista “solitario” proprio perché artista – è infatti il concetto di STUDIO e la sua stessa concreta attività che s’impongono alla mia riflessione. Se ci si pensa bene il concetto di maestranza risale già al mondo antico per continuarsi in età medioevale, rinascimentale e oltre, vale a dire un’opera nasce e si realizza grazie al contributo e alla cooperazione di più persone, ognuna con competenze specifiche in uno o più settori; Ólafur Elíasson apre nel 1995 a Berlino nella Christinenstraße ai numeri 18 e 19 il suo studio in uno stabile che era stato in passato un birrificio e, col tempo, raccoglie attorno a sé circa 90 persone che, quotidianamente, s’incontrano, si confrontano, lavorano, danno vita ai progetti di Elíasson: sono archivisti, artigiani, storici dell’arte, disegnatori, architetti di diverse nazionalità; gli spazi dello Studio sono scanditi dalla luce (direi la Musa dell’artista scandinavo) e da arredi in legno, permettono il lavoro in comune e la concentrazione: è la concezione centro e nordeuropea dello spazio del lavoro quale luogo e tempo accogliente, capace di mettere il lavoratore a proprio agio. Una delle peculiarità dello studio sono, per esempio, i pasti in comune e anche la cucina, come ogni aspetto dello Studio, è attentissima alla sostenibilità ambientale e al benessere dei commensali. L’arte stessa di Ólafur Elíasson è, infatti, l’attuarsi di un’idea dentro e in rapporto con lo spazio al fine non soltanto di rendere visibile un atto estetico, ma di indurre alla riflessione e alla presa di coscienza circa temi quali l’economia, l’ambiente, il multiculturalismo. Si pensi all’opera The weather project del 2003 allestita nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra:

vi viene simulato il tramonto del sole osservato attraverso la nebbia e i visitatori, movendosi nel vastissimo spazio, possono vedersi anche riflessi negli specchi installati nell’ambiente o a Riverbed del 2014 al Museo Louisiana di Humlebæk presso Copenaghen:

l’artista ricostruisce nelle sale dell’edificio il letto di un fiume con le sue rive di sassi e terra; si tratta sempre di installazioni all’interno delle quali il visitatore partecipa attivamente dell’opera e ne viene modificato nella sua coscienza personale, sociale, culturale e storica – a proposito di quest’opera Ólafur Elíasson ha detto di essersi ispirato ai lunghi itinerari in macchina o a piedi da lui compiuti attraverso l’Islanda. O si pensi, ancora, alla lampada little sun a forma di girasole: lo Studio, sotto la guida dell’artista e in collaborazione con l’imprenditore e ingegnere meccanico Frederik Ottesen (impegnato, tra l’altro, nelle ricerche intorno al volo a propulsione solare), mette a punto una lampada esteticamente “bella” che si ricarica con l’energia solare, che è capace di fornire molte ore di luce di ottima qualità e che viene pensata soprattutto per quelle persone (più di un miliardo) che non hanno accesso all’energia elettrica.

Ólafur Elíasson e Frederik Ottesen hanno dato vita dapprima a un’impresa internazionale (2012), poi a una Fondazione impegnate in un’attività molto complessa: la lampada, anche tramite centri di produzione e di distribuzione in loco e che sono quindi in grado di praticare prezzi di vendita molto bassi, raggiunge i destinatari o tramite un mercato equo e solidale, nel quale viene superata ogni forma di assistenzialismo o di ipocrita carità puntando a diffondere lavoro, oppure tramite l’azione della Fondazione stessa e di altri organismi internazionali che ne fanno dono ai bambini, ai profughi, alle famiglie che ne abbiano bisogno in varie parti del pianeta – il concetto portante dell’iniziativa è il diritto di tutti all’accesso alle risorse e la volontà di far sì che chi non viene raggiunto dall’energia elettrica abbia comunque la possibilità di proseguire le sue attività di studio, di lavoro e di normale vita quotidiana anche nelle ore di buio; accanto a quest’idea centrale si sviluppano numerosi progetti di cooperazione economica e di tipo didattico.

Lo Studio porta alla luce, dunque, un’idea di “arte” finalmente liberata dall’imbalsamazione cui spesso la costringe il museo o la mostra, arte finalmente affrancata e redenta dall’abitudine occidentale di rinchiuderla entro i confini (asfissianti) del godimento estetico che la espone così a una generica ammirazione che poi non sempre si trasforma in presenza dentro la vita quotidiana dell’individuo; per opera dello Studio accade che sistematicamente un progetto investa, facendoli intersecare e interagire, i campi dell’arte, della tecnica, della riflessione etica e politica: l’arte è un accadere per noi e intorno a noi e, conseguentemente, dentro di noi; l’arte è un-pensare-e-un-fare che coinvolge un’intera maestranza con le sue molteplici e diverse competenze e sensibilità: il fatto stesso che l’attività dello Studio sia visibile in maniera articolatissima e in continuo aggiornamento qui (visitatelo, ve ne prego: avrete un panorama quotidiano sul mondo arricchente e stimolante, ci aiuterà a superare l’asfittico e provinciale orizzonte italiano), ma anche traverso molte pubblicazioni e che sempre lo Studio di Berlino si ramifichi fino ad altri luoghi del pianeta (l’Etiopia, per esempio, è terra con la quale Ólafur Elíasson ha un rapporto privilegiato)

dimostra che l’opera d’arte (vogliamo chiamarla con orripilante espressione “prodotto finito”?) non viene concepita quale punto d’arrivo e d’arresto di un processo, ma ne viene mostrata e seguita genesi e attuazione; Ólafur Elíasson ripete spesso che l’arte deve contribuire al benessere delle persone, all’innalzamento del loro stato materiale e psicologico, deve accrescere l’inclusività: in questo caso l’arte con il suo accadere si fa carico delle condizioni di vita dell’umanità, non pone alcuna distanza escludente tra sé e il mondo, manifesta più che la bellezza in sé le possibilità di bellezza presenti nel mondo e che lo Studio cerca di declinare in termini di sostenibilità ambientale, giustizia sociale, accesso per tutti alle risorse. Siamo finalmente a un modo di fare arte a partire da una collettività e per la collettività, assumendosi la responsabilità del proprio operare, superando la trita e inefficace mantrica ripetizione dell’adagio secondo il quale “la bellezza salverà il mondo”, in quanto la bellezza va cercata, portata alla luce e messa a disposizione di tutti, mentre tutti devono essere messi nelle condizioni materiali e intellettuali di far entrare la bellezza nelle loro vite – la bellezza non possiede cioè una trascendenza capace da sola di agire sul mondo, ma è l’azione umana che la rende capace di trasformare il mondo. È questo il motivo per cui le realizzazioni dello Studio non mi appaiono tanto destinate alla contemplazione (che potrebbe essere compiaciuta di sé e snob), quanto a quell’attiva partecipazione che spinge a porsi e a porre domande, a problematizzare, a informarsi, a cercare di capire, a non accontentarsi di facili risposte, ma, al contrario, a raggiungere la consapevolezza di quanto complessa sia la realtà e della responsabilità che nei confronti di sé, degli altri e del pianeta ognuno di noi possiede.

In tal senso assume un significato ancora maggiore il fatto che sia proprio la luce il centro della ricerca dello Studio, una luce ch’è energia vitale e che accende lo spazio, movimento continuo che risuona e consuona anche nel e col muoversi del corpo e della mente, che accende la consapevolezza che ogni attimo della nostra esistenza è parte dell’incessante mettersi in relazione con il mondo e con gli altri.
E nell’opera dello Studio e di Ólafur Elíasson si possono riconoscere radici che affondano nell’esperienza esistenziale e artistica, per esempio, di Halldór Laxness (1902-1998), lo scrittore islandese che fece dei suoi scritti la sede della riflessione sulla società, la politica e l’ambiente del suo tempo, o affinità con la ricerca di James Turrell o di Anish Kapoor, artisti tutti che continuamente s’immergono nel mondo e nel tempo – lo Studio è infatti apertura totale sul mondo (mi vien fatto di pensare: esattamente come Your rainbow panorama

che è un anello di vetro colorato con i colori dell’arcobaleno la cui circonferenza misura 150 metri e che è installato sul tetto del Museo AroS ad Aarhus in Danimarca: percorrendo l’anello si percepisce la città a 360 gradi insieme con la variazione di prospettiva e colori); l’attività didattica connessa allo Studio è l’Institut für Raumexperimente (Istituto per esperimenti con / nello spazio) e contiene un’idea molto alta dell’apprendimento pensato sempre come ricerca e sperimentazione, problematizzazione e dialogo tra discente e docente; il rapporto con governi, organizzazioni internazionali, artisti, intellettuali crea una rete di relazioni e d’interventi che legano nel concreto la ricerca artistica alla vita delle persone: andare ben oltre la sola ricerca estetica, pensarla all’interno della questione ambientale (la quale ultima è anche una questione etica e sociale), condurla tramite un gruppo (vasto) di persone proveniente da diverse culture addita chiaramente una scelta e una direzione, un’idea di presente che con determinazione contrasta le derive politiche in atto.

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3 pensieri riguardo “Visioni d’Europa: lo Studio di Ólafur Elíasson a Berlino”

  1. Stupefacenti iniziative che coniugano arte, tecnologia, visione larga del mondo. Sì intravede quel futuro di bellezza e solidarietà di
    cui abbiamo estremo bisogno per ritornare umani. Grazie, Antonio, per averci offerto questa panoramica consolante

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