Visioni d’Europa: il “Seme d’arancia” di Emilio Isgrò

Scrive Emilio Isgrò:

Il millennio stava per finire e io cercavo un seme da piantare da qualche parte per quella mia smania di considerare l’arte una semina, un continuo crescere di energia e di vita. L’occasione me la diede il sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto, Francesco Speciale, che mi aveva scritto una lettera per coinvolgermi in un progetto di rinascita della nostra città, martellata ogni giorno da una criminalità mafiosa sempre più dura e sfrontata.
Allora mi venne in mente che Barcellona un tempo si era distinta in Italia e in Europa per la incontenibile attività dei produttori e commercianti di agrumi, i quali, oltre ai frutti veri e propri, erano in grado di produrre le inebrianti essenze d’arancia e di limone che poi venivano vendute ai profumieri di Londra e di Parigi.


Era un capitalismo ruspante e feroce, ma con qualche contraddizione positiva. Prima di tutto dava lavoro alle donne, da un lato pagandole quattro soldi, dall’altro emancipandole da un’autorità maritale di stampo feudale. Inoltre (e la circostanza non era di poco rilievo) l’economia si sosteneva da sola, unicamente sulla creatività imprenditoriale dei barcellonesi. Solo dopo, quando arriverà l’assistenzialismo regionale della Dc, gli agrumai lasceranno andare in malora le campagne per trasformare i figli in avvocati, medici e impiegati comunali.
In piedi restava poco e niente di quel mondo che avevo visto e vissuto da ragazzo: principalmente la piazza della vecchia stazione (ora dismessa) dalla quale fino agli anni Cinquanta partivano per il Nord i lunghissimi treni carichi di essenze, bucce di agrumi in salamoia, frutta fresca e frutta candita.
Pertanto, alla richiesta del sindaco, risposi che avrei fatto un seme d’arancia alto più di sei metri e l’avrei collocato proprio lì, nella piazza deserta della vecchia stazione: il luogo più giusto per l’opera da me concepita. Ci furono polemiche a non finire sul posto scelto per la collocazione dell’opera. Un po’ per limiti culturali, un po’ per insensibilità politica, ma soprattutto perché quel simbolo (da me donato ai popoli del Mediterraneo come segno di rinascita e di riscatto) disturbava con tutta evidenza una parte della città.
“Dove l’hai messo tu disturba il passeggio” mi disse con saccenteria un potentissimo uomo politico.
“L’ho messo lì apposta” risposi. “Perché disturbasse”.
Il gigantesco Seme d’arancia, perfettamente quanto amorosamente allestito da mio fratello Bruno, fu inaugurato il primo giorno di primavera del 1998, accompagnato da un manifesto d’appoggio di trecento intellettuali e politici siciliani, uno dei quali si chiamava Sergio Mattarella. E qui accadde qualcosa di straordinario, poiché si riversarono a Barcellona (dalla Sicilia innanzitutto, ma anche da altre parti d’Italia) più di duecento sindaci in fascia tricolore con al seguito schiere di cittadini arrivati in pullman persino dalla Spagna e dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania. Un’interminabile processione con bandiere, gonfaloni e banda municipale che suonava la Marcia turca di Mozart salendo dal mare verso il cuore della città.
Era stato il mio amico Lino Motta, il mio Carmelino, a combinare tutto: giacché anche lui credeva e continua a credere, da politico intelligente, che senza cultura il mondo non va da nessuna parte.
L’entusiasmo era tale che fui costretto a improvvisare un discorso sul rapporto tra arte, lavoro e crescita economica che per la verità non avevo previsto. Niente di esagitato, naturalmente, ma un tono accorato e tranquillo. Il mio discorso era più che altro una testimonianza d’artista, carica di speranza e di attesa per una Sicilia che voleva scrollarsi di dosso i vizi del passato. Mentre rimane agli atti la Teoria del Seme pubblicata nel catalogo Electa, dove scrivevo fra l’altro: Anche il denaro è in sé un’astrazione, anzi la massima astrazione possibile, come dimostra di questi tempi la difficoltà di far nascere l’Europa unicamente sui parametri fissati dai grandi banchieri“.

Isgrò racconta tutto questo nel volume Autocurriculum (Sellerio Editore, Palermo, 2017, pagine 188 – 191 dal capitolo “Semi per l’Europa”), appassionata, ironica e autoironica autobiografia traverso la quale il lettore si affaccia sulla vita, turbinante di fatti, pensieri, incontri e luoghi, dell’artista siciliano.
Da qui prendo le mosse per riflettere sul fatto che il gesto di Emilio Isgrò, ancor prima di scolpire il marmo per creare un enorme seme d’arancia, reca dentro di sé una potente carica concettuale ed etica: Isgrò pensa all’alto valore di un’attività economica che era anche, oltre che fonte di reddito, fonte di vita dignitosa per un’intera comunità. Egli sceglie il piazzale davanti alla stazione dismessa come unica collocazione possibile del Seme d’arancia – la sua opera è, così, un atto della memoria e una scelta dentro il presente per denunciare un sistema deviato e corrotto, ma proprio nel mentre che l’artista collabora con una politica viceversa illuminata e onesta, gettando, letteralmente, un seme di resistenza e di bellezza.

Foto di Ferdinando Scianna.

Che cosa c’è di più inapparente o piccolo di un seme d’arancia? Ingrandirlo fino a fargli assumere proporzioni gigantesche significa mettere in evidenza una miopia imperante (congenita o in mala fede) e, nello stesso tempo, celebrare la bellezza e la nobiltà di una forma rugosa e fantastica che, dentro di sé, contiene in potenza un intero albero d’arancio, quindi un’intera vita e i suoi molti frutti a venire.
Alcuni anni dopo il Seme per Barcellona Pozzo di Gotto, cioè nel 2015, Isgrò regala a Milano (città cui è legatissimo per tantissime ragioni) un altro Seme: “Convinto da sempre che la vera arte nasce per la società degli uomini, mai per il commercio(ibidem, pag. 217), Isgrò pensa una versione dell’opera da collocare all’Expo e che chiama Il Seme dell’Altissimo, richiamo a un sentimento religioso (non necessariamente né esclusivamente di matrice cristiana) che scaturisce dall’idea stessa del seme il quale, nella forma datagli da Isgrò, sembra anche un dito che indica il cielo o un legame tra cielo e terra.

Nel libro l’artista racconta come nasca e si sviluppi il progetto in simpatetica collaborazione con l’allora assessore alla Cultura Filippo Del Corno e con Beppe Sala, ma varrebbe la pena comperare e leggere tutto il volume (ricordo, tra l’altro, che Isgrò è anche autore di un’ Orestea pensata e scritta in molte lingue e in molti dialetti espressamente per Gibellina e che fu rappresentata per la prima volta tra il 1983 e il 1985 tra i ruderi della città martoriata dal terremoto) per ripensare l’arte e l’impegno artistico quale presenza critica, creatrice e feconda dentro la vita civile delle nazioni.

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3 pensieri riguardo “Visioni d’Europa: il “Seme d’arancia” di Emilio Isgrò”

  1. Grazie per aver lasciato un commento; spero soltanto che, nella deriva razzista e antieuropeista attualmente in corso in Italia, continuino a operare artisti capaci d’indicare itinerari di democrazia, dialogo, resistenza antifascista.

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