La terra originale

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Eleonora Rimolo
La terra originale
Faloppio (CO), Lietocolle, 2018

Non sono in gioco i sentimenti semplici, né la corruzione della sovranità linguistica (come accade altrove, con libri perduti in rudimentali scoperte d’acqua tiepida), nella Terra originale. Eleonora Rimolo torna con un libro congruo, dopo il recente Temeraria gioia, e seguita a corteggiare la realtà della vita, poiché interamente rivolta a essa quest’autrice progetta e attua le sue armoniche stanze. Evita – ma si prende vari tipi di arguzia dialettica – mistificazioni e debolezze di pensiero, sempre in vista del bagaglio montaliano ma aggiornato alle discendenze del nuovo secolo. Sembrano in autonomia pensare, le diverse poesie, al presente tutt’altro che fantastico a cui sono destinate. Ma Rimolo tiene strette le più efficaci nell’additare le cose che non vanno: pretendono aggiustamenti, e si accreditano la visione di un passato portentoso. Gettano spigliate la maschera, disinvolte al tavolo dei rivendicatori pasticcioni (in altre parole chi saltella qua e là fra un antipasto e il dessert come se il resto del convito fosse contestabile ab aeterno), bloccando ogni tentativo d’inopportuni lanci pubblicitari. Nella ben strana attualità poetica i collaterali dovrebbero stare al proprio posto, lasciando svolgere il compito a chi scrive libri drastici, storici, mancanti di revival, destinati a invecchiare (non a sbiadire nel nonsense), in altre parole “congrui”. Ecco come in La terra originale troviamo umane necessità, competenze rispettose della salute, avvertimenti salutari, storie minute e preistorie abbondanti, amori immacolati di buon carattere, e altrettanti scatti d’umore che paventano una forse imminente guerra. Rimolo sta in guardia, sa di trovarsi in zone dove parecchi sono gli anelli che non tengono, e per questo agisce lontana da rozzezze appigliandosi alla miglior lingua. D’altronde “i maestri insegnano in silenzio” e “dietro siede il nemico” sono versi che profumano di ragioni ben tostate e scetticismo competente. Certi passaggi sono spavaldi nel presentare un tu coscienzioso di vivere, risalito dal profilarsi di una precisa strategia linguistica. Sequenze di frequenti allarmi, deviazioni e ritorni arditi non impediscono di arrivare ugualmente al cuore del lettore, al cuore del problema, al cuore degli smarriti. Lo scandaglio qui è ancor più fine rispetto a prove precedenti, e il mondo sa come l’autrice non eluda lotte e puntigliosità, sentendosene indagato e infine scoperto. Fra Levante e Ponente non si accampano cose di cui avere nostalgia, se mai sono pensieri di civiltà perduta ad attrarre visioni nelle poesie di Rimolo, che scrive senza spolverare ripostigli. Lo sguardo si posa su “quel poco che rimarrà”, verso rese architettoniche ancora golose delle carte, dei progetti dilavati in notti sempre più lunghe. Nel corpo del suo dire l’autrice appoggia la doppia parte dell’intera raccolta, in accordo fra il peso del viaggio e l’inconfutabile alternanza fra giorno e notte. Se Viaggi rivela la condizione irrevocabile del linguaggio riconquistato, La notte più lunga dell’anno espugna l’amore e le sue risorse nell’età raggiunta e capace di dare la parola. Non si tratta di amore cortese, se mai di una resa al sangue. Meditare per Rimolo è star di fronte alle mareggiate, a difesa di un litorale storico, è parte di quell’antico mondo che infine risorge qui, che qui infine appare: per essere mai vacui, tratta il vero e lo offre a chi vuol leggere.

 

Testi

 

Sono cresciuti insieme a te i miei capelli,
io meno. Ancora sono tentata dallo svanire
se ogni giorno scavo un lembo di pensiero
e mi riduco a un liquido vischioso, irriflessivo,
che non lascio bere a nessuno. Potremmo
davvero esserci tutti senza nient’altro
– solo nutrirsi ogni tanto – umane necessità.
Cosa riempirebbe allora le coscienze,
quale commento, quante penose idee.

 

***

 

Ci hanno detto di uscire il meno possibile,
solamente se urgente: polveri sottili,
smog, troppe sirene moleste. Mi difendo
così dai batteri, dalle spore, dai sorrisi
che non avrei incontrato. Trascorro i giorni
della malattia respirando la stessa aria
di sempre, osservo la sua caparbietà
la comparo alla mia penso a chi andrà via
per prima. Intanto la plastica fonde
cerca asilo nei polmoni dei superstiti,
con la pioggia non si può deglutire, brucia
l’ipotesi della resistenza, acre carità.

 

***

 

I maestri insegnano in silenzio
quando la sera viola svuotata
rincorre tra le nuvole lo spazio
sporco delle rotaie e dietro siede
il nemico, ed io prego che resti
per riscrivere le lezioni perdute,
per il lupo che divora in tutte
le direzioni raggiunto dalla fame,
perseguitato dalla pulce, sconfitto
da un timido sonno straniero.

 

***

 

Sul delta della tua mano dove il sole
è malato, fiorito cadavere, in punta di piedi
ti chiedo come perdutamente aggiungi
amore alla sottrazione, perché non inchiodi
la penna alla cornice mentre inghiottiti
dai dubbi pensiamo alla fatica come
condanna e la sfinge pretende una soluzione,
uno sforzo che mai si cheta
e ci divide, strappando dal tuo occhio
con morsi insaziati il vizio di brillare.

 

***

 

I viali esposti alle luci dei fari
come lunghi manuali dell’attesa:
girarci attorno era ridurre il cerchio
ad un’orma, avere ancora una scelta
perché con l’ansia indecente del ritorno
noi dobbiamo vagare, dobbiamo tornare
in cerca della casa originale,
della prima cellula essenziale.

 

***

 

Ghiacciano i binari: per tre volte
abbiamo rimandato il viaggio,
abbiamo creduto fosse meglio
tornarcene in salute alle case
e scriverci da lì in confidenza,
da lì spiare la bufera prima
che fosse tardi, seguirla dappertutto
fino al tempo della rottura
sul ferro, davanzali dello
schianto, cimiteri di ogni volo.

 

***

 

Nebbia

Prego la terra, questa nostra terra
che trafiggo coi pugni chiusi per possederla,
lei che di esili rami spoglia le campagne
mentre i tronchi proni da lontano
– anime penitenti in paziente attesa –
perdono i contorni, le cime nello sforzo
della definizione. Percepisco
intorno una strana abbondanza
orizzontale, per questo piego anch’io
lo sguardo, mi rivedo attraverso
il vetro sporco, fantasma specchiato.

 

***

 

Quel poco che rimarrà saranno
le lanterne del centro storico
spente al mattino, circondate
dalla distanza. Scale, marciapiedi
in salita separano i pomeriggi assonnati
dalle fughe nervose del corso principale,
dalle risa nei caffè, dalle commesse
che attendono annoiate. Ognuna
di queste porte non ti vedrà entrare
e invece io busso, poi esco almeno
una volta al mese per rivederti
dentro gli archi umidi, nel rombo
continuo del sifone, dentro centinaia
di carte in accumulo, lasciate lì come me
nell’indifferenza, per aver desiderato
troppo, con troppa poca prudenza.

 

***

 

Si apparta il sole sulla punta
del giorno, ammalato celebra
un contatto da niente, nessuno
penserebbe a quel bacio
selvatico, nessuno scioglierebbe
le trecce nel fiume stanotte
nascosto com’è dietro il piacere,
madre delle febbri, principio
di dolore. Sotto la terra danza
aggressiva diversa la gioia

la stringi tra i denti, si
sfila come saliva, prosciuga
il sangue negli alveoli, rende
felice anche l’ombra pigra
del male.

 

***

 

Il grigio incenso della sagrestia e noi,
fiamme bambine contro la preghiera
informi dentro sacchi, spesso mute:
in quegli anni era tutto un rimanere
e il tuo sesso non cresceva
– non cresceva – sotto i miei baci
pesanti come sassi. Impenetrabile eri
il cardine di ogni altrove,
la sola metafisica possibile,
il digiuno forzato del penitente.

 

***

 

Oramai non interessa più a nessuno
questa commedia, la ripetizione
dei singhiozzi, la filastrocca noiosa,
lo spreco di immagini, cibo, acqua:
non fa differenza mettere all’angolo
il nemico oppure salvarlo.
Ogni nostro gesto è messaggio
rigato sul vetro, corrotto.

 

***

 

Ho saputo della mareggiata al di là
delle colline, ho sentito il sale nella gola
che ora infiamma e mi tiene muta
dietro questi schermi. Mi manca sedere
sulle barche rovesciate, sentirmi giovane
insieme a te, seguire la danza dei pescatori
rapita dal loro rigido metodo antico: tenere
le reti con le dita trasformate in tronchi,
avere sogni tiepidi, gli occhi sempre
in basso o in alto mai a metà dell’orizzonte,
lamentare cantando il ritorno del padre.

 

***

 

Getta le carte vecchie, i vestiti:
nella casa serve più luce, più aria
entrerà dalle fessure attraverso
le tende bianche, quella calda
che asciuga lacrime, vernici.
Serve qualcosa per saldare il vuoto,
una libreria più larga, un complice
che metta in tavola il pane, un figlio
che con tenerezza ti versi l’acqua
lasciando seccare il bucato
sotto la canicola che ci brucia la faccia,
che ci scalda nella bocca la cenere,
briciole amare, ustione di voci.

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