Nessuno è imperfetto

Dinamo Seligneri

Da tempo mi sono imparato questa strada per andare a lavoro. All’inizio non credevo ai miei occhi; non credevo cioè che potesse esistere una strada proprio lì. Mi sembrava che dopo una certa trattoria davvero a buon mercato ma dove danno addirittura da dormire, diverse stanze poi, pensavo che dopo quella trattoria-pensione, non ci fosse nulla. Invece c’era la strada che faceva per me. L’avevo scoperta sull’internet, ché mi pareva tutta una fregatura… invece. Non voglio dire cose che non sono ma ha un fondo stradale che in fin dei conti può competere con altri fondi stradali più importanti, ed è vero pure che in alcuni tratti ci si affonda, ché se vogliamo ci stanno delle buche che sono delle fosse, ché ci entrerebbe una ruota dentro, ma tanto che fa? a parte che sono venuti gli operai del comune un giorno a riempire di sabbione parte di queste fosse… a parte questo, è una strada accettabile e poi si sa che in Italia le strade fanno schifo. Per questo mio zio dice sempre che pagare il bollo è il peggiore investimento per un italiano. eppure lui il bollo tam tam lo sgancia ogni anno senza alcuna esitazione lì all’aci. Si deve pagare, si paga. E poi critica il mio babbo che il bollo credo non l’abbia mai pagato in vita sua. Un po’ di coerenza.
Ora, sempre all’inizio, eleggere a strada maestra quella strada lì, eleggere voglio dire quella strada a strada da fare ogni mattina per andare al servizio scolastico, mi è stato difficile; in mio soccorso però è venuta la voglia di sperimentare le alternative: una peggio dell’altra; quindi quella è diventata la strada maestra.
Su questa strada maestra vedo sempre, in ordine di frequenza, le seguenti categorie di uomini e animali: contadini con trattori; scapoli scamiciati; polli inallevati a terra; cani bianchi bellissimi; cacciatori con la doppietta piegata sul braccio e gli stivali verdi alti; fantini con cavalli (c’è un tratturo con scritto “percorso per i cavalli”); altri sventurati automobilisti.
All’andata verso il lavoro, a metà strada tra la strada maestra e il posto di lavoro, è ubicata una pompa di benzina che eroga anche metano. Io ho la macchina che cammina a metano. È un posto dove vanno in pochi a rifornirsi. C’è una specie di sorvegliante e benzinaio e metanaio tutt’insieme, che appare bislacco. Anche nei mesi più rigidi, ha i pantaloni corti e veste sbracciato di sopra. Una volta andai a fare la carica di metano poco prima di pranzo. Nella foga di salutarmi a dovere, al mio “Buon pranzo”, rispose “Buon pranzo a lei e ai suoi cari”… che io ripartendo rimasi a rigirarmi per ore questa frase tra le labbra come un gatto con un topo in bocca. “Buon pranzo a lei e ai suoi cari”. Ma non è che mi stava pigliando per il culo?
Al ritorno, sulla strada maestra, che è, l’avrete capito, strada di campagna e strada di collina, sull’ultimo tratto, verso il ritorno, la strada maestra diventa anche strada di cimitero e quando meno ve l’aspettate, finito che avrete di salire l’ultima collinetta, di sera, vedrete all’improvviso verso su, ma dritto a voi, vedrete come le luci di una cittadella greca con i templi greci e gli effetti di luce. Invece no. sono le luci del cimitero, delle lampadine e dei lumini, che fanno un effetto incredibile, specie le prime volte, fanno un effetto bellissimo… rincuorante… immenso… a novembre poi, non vi sto a dire.
Su questa strada maestra, io che non è che ami, non è che desideri come si desidera una bella donna (o una brutta donna), non è che spasimi… per la letteratura, no: io lo voglio dire senza se e senza ma, io ho la malattia della letteratura; io su questa strada maestra attacco, all’andata e al ritorno dal posto di lavoro, attacco con gli audiolibri e dato l’ambiente che mi si para davanti, così vecchio, così realista, così polveroso e fatto anche di cavalli attaccati alle briglie che ci mancano solo le carrozze, mi sento degli audiolibri della letteratura russa dell’ottocento. Questa abitudine che ho ormai da anni mi serve anche per non pensare nulla né prima né dopo il mio servizio scolastico.

***

Spesso durante i consigli di classe si parla male dei bidelli che sono i veri subalterni degli insegnanti, a scuola. Che sono secondo alcuni insegnanti, gli inferiori degli insegnanti, gli unici inferiori che ci siano ancora nel mondo della scuola e anche ormai gli unici che gli portino davvero un po’ di rispetto (tranne Celestino, di cui nel mio libro scolastico ho detto in lungo e in largo e che qui non mi ripeto). La polemica è sempre la stessa: i bidelli non puliscono. Non puliscono bene o non puliscono affatto. Ché ciò fa dire a molti: i veri inferiori nella scuola lo vedi lo vedi sono gli insegnanti allora!
Di tutto questo però non mi interessa molto, anzi, non mi interessa niente; ciò che mi interessa è quello che ha detto un collega dinamico una volta che si parlava di questi bidelli scansafatiche e chiappanuvoli: disse che per forza che stavano sempre sbalestrati e con l’esaurimento nervoso, “Non fanno niente tutto il giorno… t’ammattisci… io se sto mezza giornata senza fare niente, do di matto… m’ammattisco subito”.
Al ritorno dal consiglio di classe, non potei affatto accendere l’audiolibro russo, perché il collega m’aveva dato pensiero, per la prima volta cioè mi aveva messo davanti la mia assoluta sanità, ossia la mia ferra salute mentale, ché io, lo sanno tutti, a non fare niente sto benissimo, sto in gran salute e non impazzisco per niente. Anzi. Impazzisco quando devo fare qualcosa.

***

Una storiella sul fare e non fare.

Un mio parente come tutti i miei parenti lavorava la campagna. ma solo perché non avevan quattrini in famiglia, sennò per l’arguzia che aveva poteva fare il signore.
Un giorno lo misero a lavorare con un contadino nuovo. Dovevano scaricare dei sacchi di grano. Erano sacchi pesanti. Dovevano metterseli in spalla dal rimorchio e piazzarli in ordine nel magazzino. Di solito a fare questi lavori ci si dava il cambio, perché era un lavoro faticoso. Ogni dieci minuti, uno si fermava e riposava e continuava l’altro. e così a oltranza fino alla fine.
Ora, questo mio parente cominciò a notare che il contadino nuovo gli veniva a dare il cambio sempre cinque o sei minuti prima. Era strano: di solito lo davano cinque o sei minuti dopo. Eccheccazz’è mò, si diceva il parente mio ché gli sembrava di sognare.
Tirò avanti così parecchio. E una e due e tre e quattro e via discorrendo. Alla fine il mio parente fermò tutto e gli chiese “Combà ma scus’ a npo’ nu mument… ma perché mi dai il cambio prima?” “Combà” gli rispose quello, “è che io mi vergogno a non lavorare”; “Aaaaahhh” gli replicò il parente mio: “Io e te andiamo precisi allora: io mi vergogno a lavorare!”.

***

Questa storia ci insegna che nessuno è imperfetto.

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2 pensieri riguardo “Nessuno è imperfetto”

  1. Ciao Flavio. Purtroppo non saprei, il mio scetticismo radicale non mi fa essere tanto sicuro di niente. Non so voglio dire se li fa davvero dio e poi li accoppa o se li fa solo e poi si accoppano da sé medesimi o se non li fa, non li accoppa e se ne infischia abbastanza. Sinceramente, un buon dio me lo figuro così, un signore moderatamente curioso e inattivo, molto molto permissivo. un guardone insomma, parliamoci chiaro. Però uno interessante che sceglie i boschetti migliori.

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