Pittorici idiomi


(Joahn Christian Dahl, “Paesaggio montano norvegese”, 1819,
olio su tela, Nationalmuseum, Stoccolma)

Marco Furia

Dahl, 1819

Nel 1819, Johan Christian Dahl dipinse “Paesaggio montano norvegese”.
Sotto un cielo per nulla sereno, non privo, tuttavia, di uno squarcio attraversato da vividi raggi solari, un piccolo corso d’acqua scende dalla base di una parete rocciosa.
Il massiccio è imponente e i suoi crepacci lo rendono simile a un’alta onda bloccata all’improvviso da un misterioso sortilegio.
Sulla destra incombono, minacciose, cupe nubi.
Il colore livido delle rocce contrasta con i toni più chiari delle acque che, senza incontrare ostacoli, fluiscono con naturalezza, come se quella consistente massa pietrosa si stesse trasformando in sostanza liquida: il destino dell’agglomerato minerale è, forse, quello di sciogliersi?
Il paesaggio montano di Dahl incute un certo rispetto e, nello stesso tempo, appare esposto agli eventi: in particolare, quei massi non ebbero (e non avranno) sempre l’aspetto rappresentato, poiché la montagna, come tutto, si modifica.
Perché dipingere una veduta?
Per sottrarla allo scorrere del tempo?
Per coinvolgere i propri contemporanei più anziani in sentimenti di nostalgia?
Per lasciare ai posteri una testimonianza?
Sì, certo, talvolta anche per i suddetti motivi, ma soprattutto, direi, per esprimere qualcosa.
Il più realistico dei paesaggi dipinti non coincide con l’ambiente rappresentato, poiché la mano dell’artista è guidata da uno specifico (originale) modo di vedere.
Il pittore figurativo sa bene di doversi continuamente misurare con un’ineliminabile ambiguità: il suo impegno, perciò, non è tanto rivolto a essere fedele a ciò che vede, quanto a non ingannare se stesso.
Non mi riferisco, sia chiaro, a una sorta di solipsismo pittorico a causa del quale l’artista rischia di cadere nella trappola tesa da un “io” ritenuto, a torto, capace di creare ciò che lo circonda, bensì intendo alludere a un’articolata relazione le cui radici affondano nell’esistenza medesima.
Vedere è esistere e anche dipingere lo è.
L’esserci, nel caso in esame, è vissuto quale inquietante meraviglia nel cui àmbito gli aspetti inanimati e la sensibilità artistica entrano in rapporto.
La materia, certamente, non parla, ma influisce sul nostro linguaggio: se, anziché sulla Terra, vivessimo da migliaia di anni su un altro pianeta, i nostri idiomi, senza dubbio, sarebbero diversi.
Per fare simile esperienza, nondimeno, non è necessario trasferirsi su un lontanissimo astro appartenente a una sperduta galassia, è sufficiente osservare ciò che cade sotto i nostri occhi in maniera ancora più attenta, sensibile, aperta.
La nostra esistenza non si nega, a priori, a possibili contributi, poiché nessuna rigida frontiera la separa da un concreto altrove di cui, peraltro, non possiamo avere anticipatamente esatta cognizione.
L’emergere di un’immagine nuova, offrendosi quale possibilità di esperienza ulteriore, ci permette di aggiungere un fecondo quid alla nostra vita.
Indugiare con lo sguardo su quelle massicce eppure vellutate rocce, su quel liquido scorrere di cui ci sembra di avvertire i ritmici echi, su quel solitario alberello sovrastato da fosche nubi, insomma, in breve, osservare “Paesaggio montano norvegese”, è riflettersi in una forma pittorica, scoprendo in certi tratti alcuni nostri lineamenti interiori.
L’esterno, dunque, si confonde con l’interno?
Non proprio, ma tali due aspetti non sono estranei l’uno all’altro.
L’integrità del vivere: questo, a mio avviso, è l’oggetto dell’affascinante quadro di Dahl.

(Tratto da “La Recherche“)

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3 pensieri riguardo “Pittorici idiomi”

  1. Cadente anche se non proprio una stella
    io spero portarvi almeno fortuna
    un piangere inscindibile dal riso
    *
    L’autobiografia in letteratura non esiste, nel momento in cui i dati del vissuto vengono assorbiti e trasformati in altri ritmi: «la soggettività di chi racconta, per quanto messa in crisi, si marmorizza». Mario Lunetta

  2. Marco Furia ci racconta da anni l’arte “en train de se faire” come fosse dietro il pittore a seguire i segreti percorsi del pennello. Poi se ne allontana. Ma vi è molto di più: egli si orienta verso il singolare di un’opera fuori dai significati generalmente rilevati, con la preoccupazione di avvicinarsi ai grandi “questionnement” sul vedere, sull’essere, sul di-segnare il tempo. Egli sa bene che il quadro non è mai un’immagine – ovvero, non è mai un’immagine soltanto – ma materia che ha preso forma e resta percorsa da un’attività interna di cui si indovinano tutte le potenzialità e i movimenti.

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