Nell’esilio / “Fin de partie” di György Kurtág

Il 15 novembre 2018 viene rappresentata al Teatro alla Scala in prima mondiale assoluta l’opera di György Kurtág Samuel Beckett: Fin de partie, scènes et monologues, opéra en un acte – il pubblico presente in sala saluta la messinscena (e a piena ragione) come un capolavoro.
Ma qui non discuterò Fin de partie né dal punto di vista musicale, né da quello teatrale, ma celebrerò la fecondità creatrice e l’energia spirituale di György Kurtág, sottolineandone la luminosa presenza nella cultura e nell’arte contemporanee.


Colpisce e affascina la genesi di Fin de Partie, lavoro fortemente voluto dall’attuale Soprintendente del Teatro alla Scala Alexander Pereira che da circa dieci anni sollecitava Kurtág a scrivere un’opera – oggi Kurtág ha 92 anni e ha quindi passato quest’ultimo decennio a comporre un’opera difficilissima sfidando lo stesso divieto di Beckett (non voleva che fossero messe in musica le sue pièces teatrali). Kurtág dimostra così una presenza alla vita e al pensiero di rara forza (lui stesso si è più volte chiesto se avrebbe fatto in tempo a completare la composizione dell’opera) e qui saluto, ripeto, la potenza creatrice della senilità: ché Kurtág è davvero un senex sapiente e creatore capace di dar forma a una passione nata in lui già nel 1957 quando assistette all’allestimento parigino di Finale di partita concependo sconfinata ammirazione per Samuel Beckett. Ricordo che tra i capolavori kurtágiani ci sono i Fragmente dai racconti, i diari e le lettere di Kafka e i Gesänge (Canti) di Hölderlin e che il cd ECM di quest’ultimo lavoro contiene anche un testo di Celan e diversi testi beckettiani messi in musica dal compositore ungherese: questo significa che da sempre Kurtág si misura con il tema della parola, del nulla, della ricerca di senso, portando a diretto contatto letteratura e musica in un contesto storico (la seconda metà del secolo scorso e questi primi due decenni del nuovo secolo) che ha necessità d’interrogarsi sul senso della storia collettiva e della vita individuale – immagino allora il compositore sedersi ogni giorno al tavolo di lavoro insieme con l’amatissima moglie Márta o lavorare al pianoforte con ammirevole tenacia, sempre accompagnato dalla precisa eppur serena consapevolezza del tempo che trascorre e viene a mancare, ma sempre assistito dalle sue letture e dai suoi ascolti; è stata una sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque quella accettata da Kurtág che, infatti, e con estrema coerenza, sostiene che Fin de partie non è conclusa, ma ancora suscettibile di aggiunte e modifiche, dimostrando pienamente come il pensiero non sappia fermarsi, come l’opera beckettiana apra sempre nuovi abissi di senso e d’interrogativi e come la mente che pensa non sappia e non possa stancarsi di sé stessa né delle sue prerogative, ma, anzi, proprio mentre il tempo trascorre sempre più s’appassiona alla creazione artistica e alla ricerca esistenziale, trovando nella saggezza della senilità e nell’accumulo di studi e di esperienze quella sapiente energia che, in gioventù, era energia pura in cerca d’espressione, ma ancora priva dell’esperienza e della conoscenza del mondo necessarie – infatti Kurtág accetta e intesse tramite una musica che fa riverberare la parola (mai la sovrasta o la cancella, gli stessi cantanti hanno spesso una pronuncia chiara e distinta) e che spesso sembra al servizio stesso della parola (quest’ultima anche fallace o debole o incerta), Kurtág accetta e intesse, scrivevo, un dialogo con la morte e con la vita (la pièce beckettiana è anche una meditazione sul morire che, paradossalmente, spinge a riflettere sul vivere e sul suo senso – o non-senso).


Minuziose sono state le prove precedenti la messinscena scaligera: a Budapest i cantanti hanno provato in presenza del compositore, ad Amsterdam si sono svolte le prove di regia, costante lo scambio con il regista Pierre Audi, con lo scenografo Christof Hetzer, con il tecnico delle luci Urs Schönebaum, con il direttore d’orchestra Markus Stenz, con i cantanti Frode Olsen, Leigh Melrose, Hilary Summers, Leonardo Cortellazzi in un entusiasmante ambiente transnazionale com’è consuetudine per Kurtág – e s’immagini che questo è stato soltanto il punto d’arrivo di una lunga meditazione intorno al testo originale del quale il compositore ungherese ha scelto una parte inserendovi un altro testo di Beckett (Roundelay del 1976), scrivendo dunque un’opera per frammenti – che non significa affatto frammentata né frammentaria – o meglio scene e monologhi e che corrisponde in pieno alla sua poetica, ovvero alla sua ricerca esistenziale e artistica; ché la nostra cultura trova oggi in Kurtág il degno erede di compositori come Webern, Ligeti e Nono, in Fin de partie possiamo riconoscere la rappresentazione (alta) della condizione umana senza piagnistei né sentimentalismi;

Kurtág, ottuagenario, ha vissuto giorno dopo giorno con Hamm, Clov, Nell e Nagg accogliendone nella sua musica la verità di esseri esposti alla morte e gettati in una realtà muta se non minacciosa (le luci di Schönebaum proiettavano sui muri nudi e grigi della casa pensata da Hetzer le grandi ombre dei cantanti), cogliendo tuttavia la possibilità liberatoria della parola e della musica quando entrambe offrono alla consapevolezza del pensiero la condizione umana che, gettata appunto nel nulla del cosmo, trova ragion d’essere in sé e nella sua capacità di rappresentarsi a sé stessa in forma d’arte.
Ho ascoltato l’opera in diretta radiofonica su Radio 3 Rai, mentre anche i coniugi Kurtág facevano altrettanto in una saletta predisposta all’occorrenza nel Music Center di Budapest dove vivono ed è stato emozionante pensare d’essere insieme con l’autore e con migliaia di radioascoltatori sparsi nel mondo, pensarsi insieme, voglio dire, al di là delle distanze geografiche e delle differenze culturali e linguistiche, al di là delle età che ognuno di noi che ascoltavamo ha.

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