Frisa / Ercolani: da “Furto d’anima” l’omonimo racconto

 

Furto d’anima

 

 

Auguste Rodin, Camille Claudel, Paul Claudel

Auguste Rodin al direttore del manicomio di Montdevergues

Parigi, 30 dicembre 1913

Egregio signor direttore,

la vostra lettera del novembre scorso, che con offensiva indiscrezione mi interrogava sulla natura dei miei rapporti con la signorina Camille Claudel, mi ha profondamente indignato.
Voi sapete, esimio dottore, a chi vi rivolgete? Io sono Auguste Rodin. Ogni minuto del mio tempo è prezioso per l’arte francese e non posso certo sprecarlo per beghe di quart’ordine. So bene che voi, da alienista scrupoloso e uomo sensibile quale mi siete stato descritto, fate semplicemente il vostro dovere, ma i miei rapporti occasionali con quella sventurata non vi consentono questi toni da interrogatorio. Alla vostra inqualificabile domanda, lesiva del mio onore e del mio nome, «se io mi sono mai comportato in modo autoritario o violento nei confronti della malata», posso solo rispondervi: MAI.


La signorina Claudel è stata una delle mie allieve più ricche di talento, ma un’ambizione eccessiva l’ha logorata, portandola a distruggere, per follia e per orgoglio, i modelli di opere già notevoli a cui stava lavorando – una testa di Medusa, un gruppo di Ninfe, un Satiro, una Sirena. Io l’avevo esortata a non fermarsi, a seguire la sua ispirazione notte e giorno: se questa è violenza, me ne ritengo responsabile. Ma certo non è mia la colpa se la sua pazzia ha trasformato un atelier pieno di statue in un cimitero di pezzi di creta. Che Dio abbia pietà della sua anima! Mi hanno raccontato che durante l’ultima crisi, si era barricata in casa e con una scopa irta di chiodi aveva minacciato chiunque le si avvicinasse, nel delirio che fossero emissari del diavolo.
Come avete potuto perfettamente comprendere, io, nella mia posizione sociale, sono imbarazzato da questi plateali furori: se Camille Claudel fosse stata più prudente e, come tutti gli altri miei allievi, avesse seguito i consigli che mi compiacevo di darle, limitandosi a modellare piccole sculture e a non coltivare pericolose ambizioni, forse avrebbe salvato la sua ragione. Spero solo che le cure a cui sarà sottoposta possano un giorno guarirla, benché provi, al riguardo, un certo scetticismo: non credo che la forsennata Camille tornerà mai più una donna normale, una cittadina francese, e tantomeno un’artista.
Sì, lavorare in modo accanito il marmo, per molte ore al giorno, come ordinavo ai miei allievi, può affaticare lo spirito al punto da renderlo più vulnerabile. Ma chi non sa stare all’altezza dei miei progetti, è bene che non si avvicini neppure al mio concetto di opera. Non sono un medico della mente ma un genio della materia.
Non escludo, come voi ipotizzate, che Camille Claudel si fosse innamorata di me. Quello che escludo in modo assoluto è che l’amore fosse ricambiato e che il nostro rapporto sia stato qualcosa di più coinvolgente di una banale relazione sessuale (fra le molte che la malata stringeva a suo tempo con un cospicuo numero di amanti).
E veniamo al punto più sgradevole e increscioso della vostra lettera. Cito testualmente: «Camille Claudel accusa voi, Auguste Rodin, di aver firmato con il vostro nome alcune delle sculture a cui solo lei aveva posto mano».
A una simile ridicola accusa non posso che rispondere con la luce della verità: È TUTTO FALSO. Io non ho mai costretto la signorina Claudel a scolpire le mani e i piedi delle mie statue, – questo è e sarà sempre SOLO UN SUO DELIRIO.
Tutte le sculture firmate Rodin sono state create da me: non sono ancora così rimbecillito da affidare le mie opere a mestieranti, se non per qualche rifinitura inessenziale, e mi stupisco che voi, da neurologo di fama, possiate prestare fede a queste allucinazioni. Non sarà la prima volta che, nella vostra lunga carriera, avete a che fare con un’isterica che infanga il nome di un uomo di genio.
Vi perdono, direttore, solo perché siete un uomo onesto e buono, e obbedite scrupolosamente alla vostra coscienza: ma non lasciatevi ingannare da lei. La realtà è molto semplice: Camille Claudel era furiosamente gelosa del mio genio e a causa di questa gelosia è impazzita. Se per me la Natura è un mirabile equilibrio di pieni e di vuoti, per lei – lo ripeto – è solo quel cumulo di sculture spezzate in cui l’hanno trovata, pazza, con lo scalpello in mano. Convincetevi che è questa e questa sola la verità e vedrete che molti nodi verranno al pettine.
Non ho altro da aggiungere. Vi porgo, con l’occasione, i miei più distinti saluti, ma vi intimo di non disturbarmi più per simili sciocchezze. Domani devo inaugurare un monumento ai Champs Elisées e ho bisogno di tutta la mia concentrazione.

Rodin

***

Camille Claudel al fratello Paul

Montdevergues, 25 novembre 1917

Paul,

ho saputo che lui è morto. Morto e sepolto. Ieri, i funerali di stato. Qualcuno me l’ha detto, qualcuno mi ha mostrato anche il giornale a grandi titoli. Subito mi sono chiesta: «Dove mi trovo?». L’ho domandato a tutti quegli uomini armati, senza occhi, mascherati di bianco, che girano ininterrottamente per questi bianchi, lunghissimi corridoi. «A Montdevergues – m’hanno risposto. «Che cos’è?». «Un manicomio».
Sono al manicomio, dunque. Perché? Che cosa ho fatto? Sono pazza? Attacchi di furore – terribili, così mi riferiscono: volevo uccidere, uccidermi. Mi hanno picchiata a sangue, bagnata dalla testa ai piedi con docce gelate. Di tutto questo, ora, ho un vago ricordo.
So che c’è stata violenza: violenza contro violenza. Forse ero in quello stato perché non potevo scolpire? O sono loro che non volevano darmi i miei strumenti che li avrebbero annientati? Uniti al braccio, all’occhio e al cuore possono creare come distruggere – del nulla fare materia, e della materia nulla.
Ma io (questo lo ricordo) so che volevo uccidere LUI, solo lui che sapeva mettere l’anima nel marmo dopo averla strappata agli altri – soprattutto A ME. Perché era freddo, molto più freddo di quella materia arida e dura. Così le opere apparivano vive, e lui pieno d’amore: come tutti i demoni padroni dell’apparenza, che non sono nulla – altro che vampiri, falsificatori, assassini.
Un demone che si nutre dell’arte e dell’energia degli altri – solo più fragili, più umani – che sposa moribonde in punto di morte per lavarsi la coscienza, che come un Faraone edifica la proria storia e il proprio nome sul sangue dei suoi schiavi. Nessuno può sopravvivergli: si muore, o si impazzisce.
A pezzi dovevo farlo, a pezzi, in granelli di polvere. Solo riducendolo in polvere, potevo farlo tornare da dove era venuto, dimostrargli che siamo nulla tutti, i grandi maestri come l’ultimo degli allievi: siamo tutti granelli di granelli di una grande opera sconosciuta. Solo Perseo può fare giustizia, Perseo luminoso che taglia la testa al mostro, la sua, la mia testa – grovigli di malvagia pietra.
Ma ora è morto, lui che mi ha sottratto a me stessa firmando le mie opere col suo odioso nome, lui che mi ha tradita in mille modi e dopo i suoi tradimenti dovevo starmene lì, buona e calma, svuotata e sorridente, felice di essere la sua vittima, la sua morta-viva; figlia violentata dal padre, moglie violentata dal marito che le nasconde i suoi figli, se li porta via, non ne riconosce la maternità.
Ho avuto il torto di ribellarmi, il torto di restare, dopo questo assassinio, comunque viva, a gridargli che volevo indietro il mio nome, i miei figli, il mio onore, la mia dignità, il mio posto di artista nel mondo. Uno come lui odia le donne vive, con carne e anima, e inganna gli altri perché chi vede le sue sculture, emozionato, pensa sempre: «Quest’uomo grande quanto ha saputo amare»!
Quelle statue, le mie statue, trasmettono ancora vita amore e energia perché le ho fatte io, SONO MIE, io sono loro. Ero viva prima e sono viva ancora adesso mentre lui è immobile, rigido – un cadavere.
Dove sono tutti quegli schiavi che hanno lavorato con lui, con me? Chiamateli tutti a testimoniare chi, di noi due, può chiamarsi veramente RODIN: io o lui.
Chiamate pure la signora Judith Cladel: a quale titolo quella melliflua signora che di mestiere fa la critica dei suoi/miei lavori e si fa chiamare col mio cognome, mutilandolo di una vocale, crede di capire Rodin? Solo perché è stata la sua amante? Ma chi è veramente l’amante di Rodin? Quante sono state? Quante Camille hanno tentato, senza riuscirci, di scimmiottarmi?
Ma ora basta con tutto questo. Pettegolezzi da donnicciole. Io sono un’artista. L’artista non ha sesso, o è tanto maschio quanto femmina e non gliene importa di nulla, ma conosce bene il dolore e la furia più di ogni altro.
Ora non più. Sono stanca, vecchia, malata. Non più l’Aurore, né la Jeune Guerrière, neppure la Pensée di un Penseur che non pensa più – ma solo La Vieille Heaulmière.
Fratello, non so scrivere come voi, in bella calligrafia, la nostra lingua. Non so pregare come voi il dio dei bigotti né i signori del potere temporale. A modo mio, ho testimoniato la fede – che è solo un fatto d’energia: c’è chi lo fa urlando di passione e furore, chi biascicando a mezza voce un melenso rosario.
Sono guarita. Sono libera. Quindi, fatemi uscire di qui. Voglio vedere il cielo, la luce. Non abbiate paura di me. Non sporcherò la vostra vita esemplare, né i vostri versi così malinconicamente cattolici. Sono calma, ora. E’ l’ultima volta che vi parlo di me, ve lo prometto, l’ultima volta. Sarò sempre muta come una statua di sale – di quelle che non ho mai saputo neppure immaginare – muta e calma.
Fatemi uscire. Aprite questa porta dell’Inferno, invece di entrare in una chiesa a confessarvi per non averlo fatto.
Aprite questa porta. Fatemi respirare.

CAMILLE RODIN

***

(*)

Camille Claudel al fratello Paul

s.d. 1932-1933

Mio caro Paul,

devo nascondermi per scriverti e non so come farò a imbucare questa lettera. L’inserviente che di solito mi fa questo piacere (in cambio di una bella mancia!) è ammalata. Le altre mi denuncerebbero al direttore come se fossi una crirminale. Perché, rénditi conto, Paul, che tua sorella è in prigione. In prigione con delle pazze che urlano incessantemente, fanno smorfie, sono incapaci di articolare parole sensate. Ecco il trattamento che, da quasi vent’anni, si infligge a un’innocente. Quando la mamma era viva non ho mai smesso di implorarla di togliermi di qui, di mettermi in un altro posto qualsiasi, in un ospedale, in un convento, ma non in mezzo ai pazzi. Ogni volta mi scontravo contro un muro. A Villeneuve, a quanto pare, era impossibile. Perché? Prova a indovinare. Avrebbe dovuto assumere una domestica per servirmi! Come se fossi rimbambita! Mi vengono i brividi. Contavo su di te, ma constato con tristezza che continui a farti manovrare da Berthelot e dalla sua cricca. Avevano un’unica urgenza quelli lì: che io lasciassi Parigi per gettarsi sulla mia opera, per farsi delle rendite a poco prezzo. E Rodin dietro di loro, con la sua puttana. Posso dire che è stato tutto ben orchestrato e tu, povero ingenuo, sei stato messo nel loro gioco senza accorgertene. Tu, Louise, la mamma e papà. Tutti. E io sono stata trattata come un’appestata. Mi spiavano, mandavano gente a rubare le mie opere; a più riprese, te l’ho scritto tempo fa, hanno cercato di avvelenarmi. Tu mi dici, Dio ha pietà degli afflitti, Dio è buono, eccetera. Parliamone, del tuo Dio, che lascia marcire un’innocente in fondo a un manicomio. Non so cosa mi trattiene da….

***

Paul Claudel alla sorella Camille

Parigi, 8 dicembre 1934

Non bestemmiare Camille, sorella mia. Dio ha pietà degli afflitti e anche quando sembra invisibile è sempre al nostro fianco. Non so se avrò il potere di realizzare il tuo sogno di un rapido ritorno a casa ma, anche se avessi questo potere, mi chiedo se sarebbe legittimo usarlo. Tu sei molto debole. E lasciare un luogo di quiete a te familiare per rientrare dentro questa vita assillante e frastornante, mi sembra pericoloso. Gli asili psichiatrici sono anche nidi per creature fragili, mura domestiche dentro le quali trovare riparo dalle angosce della mente. Anche se sei molto invecchiata, Camille, il tuo temperamento resta sempre lo stesso, quello della folle e selvaggia creatura che ho amato e amo ancora.
Ti vedo sempre come in quella tua scultura, il torso curvo e accovacciato, che cerchi rifugio da qualche pericolo, non solo contro il passato ma anche contro il presente. Cosa faresti, fuori da Montdevergues? Chi ti guarderebbe? Saresti oggetto di umiliazione, di scherno. Saresti ridicola. Un rifugio lo hai trovato. Nonostante la solitudine, il dolore. Nonostante le tue compagne che urlano.
Mamma forse pensava che sarebbe stato meglio, per te, non essere vittima dei tuoi furori, e quindi non ha acconsentito al tuo ritorno a casa. Non giudicarla troppo male. Le mamme proteggono, prevedono.
In fondo, i doni meravigliosi che la vita ti ha concesso – doni molti più grandi quelli che furono concessi a me – si sono trasformati in un fallimento terribile. A che pro il talento, il genio? La profonda vocazione artistica mi fa letteralmente orrore. L’immaginazione dell’arte può essere nefasta per gli equilibri della mente e del corpo.
Anche adesso, vedi, mi parli rabbiosamente di Rodin. Ma tutto è così lontano, morto da anni, le sue opere i soliti monumenti opachi che l’opinione pubblica chiama capolavori. Solo tu, Camille, avevi energia e potenza incomparabili: una grande scultura interiore, la tua, una immagine che erompe, una lunga febbre. Mitiga la tua inutile rabbia contro quell’uomo stupido e rozzo, che ha lasciato al mondo delle statue cupe, invischiate nel fango del loro furore erotico. Il fuoco che ti divora a causa sua diventi una piccola brace, non ti faccia più male.
Riposa. Il dio che accusi con inutile rabbia ti è sempre accanto, conosce il tuo dolore.
Lo sai che un uomo timido ed evitante come me non poteva che adorare un’artista libera e furiosa come te.
Domani scriverò al direttore e gli chiederò notizie della tua salute. Riceverai presto latte, burro, uova, zucchero, marmellata, e alcune mie nuove poesie sulla libertà dello spirito.
Riposa, a Montdevergues: lì ti amano e ti comprendono.
Qui ti amo solo io, ma io sono debole, come sai, e non avrei il coraggio di tenerti accanto a me, di difenderti.
I miei figli ti salutano con tenerezza.

Con grande affetto.

Il tuo piccolo Paul

 

Sorella del poeta Paul Claudel, Camille scolpisce fin dall’infanzia. Divenuta allieva e amante di Auguste Rodin, realizza, negli anni della maturità, alcuni capolavori che saranno attribuiti a Rodin. Periodici episodi di follia la portano a distruggere le sue stesse opere e dopo un’ultima crisi, in cui si vede perseguitata dal «nemico» Rodin, è internata nel manicomio di Montdevergues. Quattro anni dopo, settantasettenne, Auguste Rodin muore a Parigi, celebrato come il più grande scultore del suo tempo. Chiusa in manicomio e completamente sconosciuta, Camille gli sopravviverà di ventisei anni, ignorata da quasi tutta la famiglia, ad eccezione del troppo prudente e debole fratello Paul, e si spegnerà nel 1943, dopo trent’anni di internamento.

N. B. : l’asterisco (*) segnala che la lettera è stata scritta realmente da Camille Claudel e si può leggere in Corrispondenza, Milano, Abscondita, 2005. La voce femminile è quella di Lucetta Frisa, le voci maschili di Marco Ercolani.

 

 

8 pensieri riguardo “Frisa / Ercolani: da “Furto d’anima” l’omonimo racconto”

  1. Rodin, un uomo ripugnante come pochi – o in realtà come molti. Non altro che un manipolatore pieno di sé. Del resto, uno che si dice genio da solo…
    Oggi lo si riconoscerebbe per il narcisista perverso che era.
    Di Camille invidiava – sì invidiava – il vero genio unito a un’anima ardente di cui, come Camille dice, ha cercato di rubare il fuoco e l’energia. Sarà anche morto carico di onori, ma non era altro che un poveraccio.
    Paul Claudel un ometto debole e ipocrita. Con la sua presenza Camille ricordava a entrambi la loro debolezza e pochezza umana. E, in fondo, non si è mai veramente lasciata manipolare. Ecco perché andava isolata e dimenticata. Non potevano sopportarne lo sguardo.
    E’ una storia terribile e ogni volta che ci penso non posso evitare di star male per lei.

  2. Ringrazio chi ha saputo scegliere e assemblare queste lettere, da cui emerge la verità in tutto il suo orrore. “Furto d’anima” è un perfetto titolo. Vorrei aggiungere una cosa. Oggi la sindrome da narcisismo perverso – che è una sindrome molto diversa dal semplice narcisismo – è riconosciuta a livello psichiatrico come uno dei disturbi della personalità più pericolosi in assoluto a livello sociale. Una famosa psicoanalista francese, Marie-France Hirigoyen, che è una delle massime autorità in proposito, li definisce “killer dell’anima” e li paragona, per pericolosità ai serial killer.
    Non esiste cura, proprio perché è un disturbo della personalità e se mai il narcisista perverso accettasse di farsi curare, già sarebbe guarito, in quanto ammetterebbe quello che è. E questo non avviene mai. Sono personalità profondamente disgregate, disturbate, con un enorme senso di inferiorità e di fatto con un nucleo vuoto, che cercano disperatamente di colmare dall’esterno. Proiettano però un ego grandioso, e spesso hanno grande successo nella vita. Non sono in grado di amare e sono totalmente privi di empatia, perciò non hanno problemi a infliggere le peggiori sofferenze alle vittime da cui traggono, come vampiri, l’energia. (Camille l’aveva capito). L’unico sentimento che sono in grado di provare è l’invidia per chi, a differenza loro, ha un’anima ricca, una grande energia vitale e doni umani che a loro mancano. Dunque cercano vittime di forte personalità, ma con delle ferite narcisistiche a cui attaccarsi per succhiarne la forza e nutrirsene.
    Spesso impiegano quella che viene chiamata “triangolazione”, cioè usano terze persone attraverso cui compiere i loro misfatti e che a questo si prestano, consciamente o inconsciamente. Paul Claudel e la sua famiglia, di cui Rodin si è indirettamente servito per togliere di mezzo una testimone troppo scomoda, che avrebbe rivelato al mondo chi lui fosse veramente.
    All’inizio allettano la vittima con enorme abilità seduttiva, ma è solo una delle tante maschere. Se la vittima si sveglia e si ribella, arriveranno fino a fare l’impossibile per distruggerla, denigrarla, annientarla. Calunnie, negazione dell’evidenza, fino a far passare la vittima per pazza e visionaria.
    Ecco, la storia di Rodin e Camille Claudel è tutta qui.
    Una storia da manuale.
    Analoga è la vicenda di Oscar Wilde e lo scellerato Alfred Douglas, o Bosie.

  3. La storia di Camille Claudel intrecciata con quella di Rodin e il famoso fratello Paul Claudel è di quelle che lasciano un senso di sgomento. Avete saputo – con lettere vere e non vere – mettere in luce il disancorato andare alla deriva della povera Camille. Poveretta, si è ritrovata con una gloria postuma che per tanti è cronaca che si consuma. Ma non la si deve dimenticare.
    P.S. Conosco gente che fa di tutto per riabilitare il “bravo fratellino Paul” e possiamo immaginarne i motivi.

  4. Grazie dei commenti. Come ricorda Viviane, le lettere che compongono il racconto esaminano un “disancorato andare alla deriva”: attraverso una lettera vera di Camille e altre che vere non sono ma verosimili, inventate dentro quella necessaria identificazione che fa dello scrittore il lettor di alcune verità scomode e segrete, che poi riversa sulla pagina.

    1. Meravigliosa, profonda verosimiglianza, tale da rendere giustizia alla devastazione.
      Grazie a Marco Ercolani e Lucetta Frisa per questo lavoro, che dimostra come l’arte sia verità.

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