Di bar e di animali che fanno il vento

Dinamo Seligneri

Diario nullo

(novembre 2018)

Che cos’è un bar?

Prima di tutto bisogna dire che un bar è una casa. Una casa, si capisce, fornita di bevande e vivande – ma quali case, pure se povere povere, non sono fornite di bevande e vivande, o carte da gioco e giornali (vabbè, i giornali si possono pure evitare)… videopoker e se va bene un biliardino; magari un biliardo (e qui, lo sappiamo, in una casa normale, questi sono beni di lusso, ma in certi casi si può fare benissimo a meno anche di biliardi, stecche flippe’ e biliardini, come per altro hanno già fatto tanti baristi… epperché?, mi chiederete; ma è semplice: perché un bar è soprattutto un posto dove passare del tempo e stare in compagnia di altri uguali o disuguali. Il biliardo, per tanti versi, è come la cena… un pretesto).

Insomma: un bar è un bar, c’è poco da fare.

***

Proprio quindi per la sua natura ordinaria e facilmente riproducibile su varia scala, tutte le case civili e incivili possono diventare un bar. Certo, so perfettamente che ci vorrebbero timbri, permessi, licenze e altre stregonerie burocratiche, ma chiunque può trasformare la propria casa in un bar o in un luogo di incontro o, come molti sanno, in una bisca.

Così, mi tornano alla memoria due luoghi di questa sostanza qui.

Il primo era di una signora che da non molto è rimasta vedova per la seconda volta. (D’altronde il suo rapporto con la vedovanza è sempre stato vivo, vivissimo, avendo lei sposato in prime nozze un vedovo con numerosissima prole, essendone diventata a sua volta vedova e infine sposando in seconde nozze un altro vedovo di cui è diventata vedova da poco dopo una ventina d’anni – e non a caso mia zia carnale, quella che ama contare i mariti degli altri, dopo che la signora era entrata nella vedovanza di secondo grado, m’ha detto: “E due!”… anche se, a ben contare, se tu sposi due vedovi, e ne rimani a tua volta vedova, è come se dietro di te si aprisse una scia di vite matrimoniali in stato di decomposizione moltiplicativa il cui calcolo dovrebbe tener conto del suo naturale raddoppio: per cui a 1 vedovo corrisponde 1 morto sulla coscienza matrimoniale, pertanto chi è vedova di vedovo è vedova alla seconda; chi è vedova di vedovo per due volte, è costretta a raddoppiare l’esponente della vedovanza, e diventa vedova alla quarta).

Tra il primo vedovo e il secondo, la nostra signora si mise, in maniera del tutto involontaria, un bar a casa sua. Con un bel viavai di maschietti.

Era un bar principalmente a invito. Capitava che tu la incontravi al mercato, lei ti invitava a “Pijà nu caffè soprammè” e da quel momento, se ti comportavi bene, avevi libertà di tornare a prendere il caffè, più o meno a tuo piacimento, nei mesi a seguire.

Si trattava di prostituzione? No, questo no.

Compagnia sì. Magari delle volte amorosa; magari anche passionale e corredata di regalini; ma compagnia.

Qualcuno dirà che ci sono varie forme di prostituzione… ma che ce ne importa?

Qui ci importa sapere che questo era un piccolo bar senza alcuna licenza, che molti ci andavano, specialmente uomini, e che chiuse nel momento in cui questa per molti versi illustre signora sposò il secondo vedovo (ora pertanto, si chiedono in molti, riaprirà?); ci importa capire anche che non serve nel mondo di tutti i giorni avere la patente per guidare (d’altronde conosco genitori illuminati che lasciano i figli anche appena decenni guidare la macchina, non solo davanti l’aia di casa).

Questo accade perché la vita è più forte dei timbri e dei documenti e della legge [di questo parleremo lungamente un’altra volta, nel capitolo giudiziario e delle sparizioni].

La polizia, i carabinieri, le forze dell’ordine, in fin dei conti, che cosa sono se non la legge di carta che diventa di carne? Se si fosse in un mondo normale, non ci sarebbe bisogno certo delle forze dell’ordine.

C’è una legge?

Bene: si rispetta.

E se non la rispetti?

Processo!

E poi?

Se assolto sei libero, se sei condannato vai in galera

Mah… scusa

Vuoi sapere dove sarebbe la novità?

Eddirei

Che in un mondo normale dovresti andare in galera senza essere accompagnato da nessuno: ti butti dentro la gattabuia da solo e ci rimani.

Insomma, se ho ben capito, staresti lì solo perché esiste la legge che te lo dice?

Esatto! Per il puro potere dell’astrazione!

Invece, tocca chiamare i carabinieri.

Appunto. In che mondo viviamo, mi chiedo io.

***

L’altro bar che non aveva le carte per essere un bar ma che sempre bar era, è la casa di mia zia.

[Dovrei qui dire di tanta gente incontrata in quella casa costruita ad un piano; casa che fu demolita perché era vecchia e crollava pezzo pezzo ogni giorno (il crollo della casa di mia zia) e rifatta nuova per forza e questo bar che invece non fu né demolito né rifatto perché era un bar che non poteva crollare: il bar è come la Chiesa che dicono i preti… la Chiesa non è la Chiesa! cioè i muri ma la “Chiesa sono le persone”.

Però anche questo, suvvia, non è proprio proprio vero. Sì, in linea teorica sarebbe così, ma allora perché nei secoli ci hanno tenuto così tanto papi e preti a fare le chiese belle, a pagare gli artisti perché le affrescassero? gli architetti perché le architettassero?]

[Alla fine mia zia non ne poteva quasi più, tanta era la gente che andava a casa sua a prendere il caffè o a parlare con lei, il marito, e i due figli. Una cosa del genere è difficile da capire per chi vive in città, credo, ma per noi della provincia è una pratica abbastanza conosciuta… non dico comune, ma conosciuta.

Con l’arrivo della crisi, mia zia iniziò a far capire ai parenti e agli amici avventori che ogni tanto era gradito un pacco di caffè o di zucchero o di zucchero e caffè. Ricordo anche che da loro il caffè faceva schifo, non tanto per la qualità, quanto perché costretti com’erano a bere caffè dalle prime luci dell’alba fino alla sera pur di accompagnare gli avventori, cercavano di farlo il più leggero possibile – nonché per risparmiare, ovviamente.
Faceva anche la pizza mia zia. E ne mangiavano tutti con una voracità e un senso dell’infinito intestinale da fare invidia. Nei loro comportamenti non c’era nessuna consapevolezza moderna o vaga preoccupazione di come ci si dovrebbe alimentare o dell’esistenza delle calorie, dei grassi, delle proteine e via discorrendo…. d’altronde mio cugino era muratore e stava magro come uno stecco: che gliene fregava a lui delle calorie!

Mia zia invece di lavoro faceva un po’ la pensionata agricola, un po’ faceva la campagna. E vendeva le primizie (ma anche le secondizie e le terzizie qualche volta anche le quartizie ma facendole pagare meno e s’era aperta, come diceva lei, la partita iva).
Però è una storia lunga, la storia di mia zia e del crollo della sua casa.

Il bar tuttora c’è ma non ci sono né insegne né recensioni sull’internet. È un bar che o ce lo sai o non ce lo sai. Una specie di bar del sottosuolo… agricolo. E da gente del sottosuolo agricolo, principalmente, è frequentato].

***

Poi c’è un bar che invece ha le carte per essere un bar, ché c’ha le insegne, i timbri, qualche permesso, ma un bar non è. È meno bar quello che il bar di casa di mia zia.

Questo ci fa capire che le insegne delle volte non servono proprio a niente e che la vita, come la scrittura e i romanzi, è un fatto difficile, per questo non dovremmo tanto giudicare gli altri, specialmodo quelli che sanno solo svivere… ma non sanno morire.

***

È un bambolotto, quello che ho sognato. Ma un bambolotto in carne e ossa, mi pare, un bambinotto, che ad un certo punto si ritrova messo, mezzo soffocato, sotto un piccolo cane morto (il mio antico Putch) e un sacco dell’immondizia per coprire i due cadaverini o semi-cadaverini.

Chi ce l’ha messi?

Chi li ha uccisi?

Putch morì per colpa mia, è vero, qualche anno fa; lo trascurai talmente tanto o me lo dimenticai proprio, che fece i vermi nel culo. La prima volta che fece i vermi, lo salvammo, con la medicina veterinaria. La seconda non ci fu niente da fare nonostante il tardivo sverminamento, ma era anche antico. Non so, forse fu colpa mia davvero, forse della natura. Lo ritrovammo stecchito in fondo alle scale. La pioggia gli cadeva addosso leggerissima. Morì all’aperto… ma puzzava lo stesso come una fogna.

E il bambinotto chi l’ha ucciso?

E chi ce l’ha messo?

Non lo so. Potrei avercelo messo io perché, nel sogno, per quanto tutti lo cerchino, sono io l’unico che sa dove si trovi. Lo dico addirittura a una mia parente stretta e poi scappo al ristorante. Le dico: “Sta sotto al cane sotto la spazzatura”. Ma perché scappo al ristorante? Al ristorante sono talmente preoccupato per la mia salute giudiziaria che non tocco nulla. Solo dopo uno sforzo a dir poco faticoso mi ritrovo a capire, a sala chiusa, con i camerieri che sparecchiano da tempo, e vorrebbero portare via anche me assieme ai vassoi intatti, mi rendo conto che il bambinotto è il marito basso di una mia cugina mezzascema (cugina che per altro amai a modo mio in età puberale, quando andavamo in bicicletta assieme, lei davanti, io dietro).

***

L’anno scorso ho conosciuto un bambino di undici anni che non era mai andato in bicicletta.

***

Invidio sempre più coloro che riescono a vivere una vita eremitica o semi-eremitica. La vera fatica sono gli altri. Una fatica immensa. La gente, come si dice, la gente… è faticosa! Ecco che ci sono da una parte le prime donne, in mezzo i traffichini, di lato i rabbuiatori, a fianco i possibilisti, di là che non si vedono bene i gentili o le adulatrici, i grandi peccatori. E gli annullati…

Il mio scontro con la Prima donna, per esempio, oltre a essere uno scontro concreto, fisico, fatto di contrattazioni quotidiane, è uno scontro antropologico e uno scontro, in certo senso, letterario, laddove la Prima donna incarna ed è la prosa empatica busciarda, e io la prosa cinica del disincanto. [Delle volte la chiamo “la poetessa delle istituzioni” quando la incontro per i corridoi. Lei pensa che sia un complimento. È talmente prima donna che pensa sia un complimento].

Siccome non gliela può, siccome da annullato quale sono, con me non gliela può, fa rumore. Emette rumori.
Protesta.
E io, signori, come mi comporto con lei?

A volte come un galantuomo. A volte come un uomo del sottosuolo.

Ma è la soddisfazione di vedere che una così, con uno come me, con un nullo, non sa proprio che pesci prendere… che mi rallegra.

Quando però avrò davvero toccato le sponde dell’annullamento cosmico, che nuoterò calmo come un pesce, che saprò fare il morto sull’acqua del più vero disinteresse di me stesso, e che scomparirà dal mio volto anche l’allegria di averla gabbata di nuovo, ecco che finalmente avrò trionfato io, trionfando senza trionfare, trionfare solo per me senza alcuna soddisfazione.

Senza alcun trionfo.

***

Del ragazzo X mi ha enormemente impressionato la fermezza. Se si incapriccia di un’infrazione, non c’è verso di farlo smettere.
Ha una carica di cattiveria irremovibile. Sembra quasi una forma di autismo autoindotto quella che getta a piene mani attorno a sé.
Quando il raptus della molestia lo prende, nessuno riesce ad arrivare al suo orecchio. Ma bisogna vedere come molesta gli altri. È una molestia lenta, non dolorosa sul piano fisico, fatta con infinita pazienza. Pazienza e fermezza. Uno stillicidio di colpetti leggeri leggeri… ripetuti con una ostinazione che fa pensare ad un oltre-tempo. Come una tortura evolutissima, apparentemente innocua.

Somiglia a una canzoncina che non si vuole sentire. Qualcosa che fa paura.
Se bloccato fisicamente, il ragazzo X rovescia la sua violenza su sé stesso. Diventa autolesionista e lo diventa in un modo più volgare di prima. Più violento. L’ho visto sanguinare dalla gamba sinistra. Si era fatto quattro-cinque tagli con le forbici da scuola, vicino all’osso dello stinco.

Poi si è messo a piangere, pieno di autocommiserazione.

E’ gonfio che quasi potrebbe volare. Non è grasso, infatti, è gonfio.

Il fratellino invece pare sia un angioletto e magrissimo (ma sarà vero? oppure l’angiolosità magra del fratello rafforza la sua natura contraria?).

Il padre e la madre minimizzano ma poi, a quattr’occhi, il padre, che dirige qualche banca, mi pare, confessa che pedina il figlio, delle volte, oppure quando lo accompagna al parco, prima di ripartire con la macchina, rimane a lungo a guardare come si comporta. Delle volte fa solo finta di allontanarsi, ma resta nei paraggi. E osserva. Osserva e non ci capisce nulla. Ci capisce poco pure la psicologa. Ma sono comunque quasi tutti sicuri che finirà la sua corsa su qualche trave. Ma prima di allora, penso, avrà fatto ammattire qualcuno, avendo tutte le carte in regola per essere un raffinatissimo sadomasochista.

[Una specie di essere kafkiano].

***

Una delle ultime sere, tornando da una casa-bar, per la precisione quella di mia zia, ho incontrato per la strada un cavallo senza fantino. Andava nella mia stessa direzione, ma nella corsia sbagliata. L’ho superato, lui che trottava, io che non ho resistito alla tentazione di filmarlo con il cellulare.

È sempre un grande piacere vedere un animale che fa il vento.

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5 pensieri riguardo “Di bar e di animali che fanno il vento”

  1. Il titolo già c’è, il bar pure, un cavallo che scappa o una pecorella che si smarrisce sono all’ordine del giorno. Basta trovare un po’ di tempo per scrivere, ho anche la fortuna che non scio, non caccio e al mare vado poco poco.

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