Un esistenziale accumulo (su “Svenimenti a distanza” di Mario Fresa)

Marco Furia

Nota di lettura a:
Mario Fresa
Svenimenti a distanza
il melangolo, Genova, 2017

 

A qualcosa che emerge accumulandosi si riferisce, con evidenza, la raffinata raccolta di Mario Fresa “Svenimenti a distanza”.
Non a caso, già all’inizio si legge:
“ […] Ha paragonato
la sua casa a una vecchia drogheria”.
Le drogherie sono botteghe in cui vengono venduti i più disparati prodotti: botteghe ricche di fascino, dall’atmosfera aromatica e misteriosa.
Si chiede l’autore a pagina 26:
“Perché osserviamo gli oggetti?”
Domanda enigmatica che allude a una condizione di durevole contingenza.
Perché siamo espressivi?
Perché siamo esseri umani viventi: questa non risposta mi pare la risposta migliore.
Non generica né imprecisa (come potrebbe a prima vista sembrare), bensì sinceramente aperta.
Mentre osserva, il Nostro è ben conscio d’essere parte dell’osservato: il mondo non si può prendere in considerazione da fuori.
E se quello che c’è appare superiore a ogni capacità descrittiva (ed evocativa), tuttavia qualcosa di tendenzialmente completo affiora: la poesia.
Nel linguaggio poetico i confini esistono ma sono (o possono essere) labili, le pur distinte fisionomie sono (o possono essere) componenti di altre diverse e le parole, adoperate in maniera inusuale, guadagnano in consapevolezza.
In tale territorio idiomatico è possibile scrivere:
“Mi siedo fingendo di essere un suono
interminabile”
e
“Negli occhi poi rimane una riserva
elastica di polvere”
e
“Allora, appena fuori, impariamo a ruotare gli occhi e, piegati
come gusci graziosi, scrutiamo
questa pioggia che cerca il nostro viso”.
Tratti sorprendenti, come si vede, ai quali il poeta ricorre per avvisarci, quasi per ammonirci: i particolari, anche i più minuti, attraversano la nostra esistenza (come, in una “vecchia drogheria”, gli odori, gli oggetti disposti sugli scaffali, le misteriose polveri conservate in barattoli di vetro).
Il tono raffinato di “Svenimenti a distanza” è garbo, gentilezza, sollecitudine: non ci sono frontiere, c’è, piuttosto, un continuo scambio, un destino/desiderio di partecipazione.
Come renderne testimonianza?
Nessuno potrebbe farlo in maniera esaustiva: esiste, nondimeno, un linguaggio che si avvicina, modifica il significato per accrescere il senso e, alla fine, dice qualcosa in più.
Perché non praticarlo?
L’originalità espressiva può essere più efficace del comune comunicare?
Senza dubbio, purché a quest’ultimo resti in qualche modo attinente, non del tutto estranea: difficile non notare come a Mario non manchi simile (artistica) consapevolezza.

 

Testi

 

C’è una speranza straordinaria di cominciare: così ridente e così calma, chiarirà che lei non c’entra niente. Ha paragonato la sua casa a una vecchia drogheria: dagli abiti alle insegne, proprio col suo padrone, non ha certo problemi. C’è l’esperienza di leggere, ad esempio: c’è lo sguardo sulle stoffe, sul viso del figlio del suo capo; e anche, alla fine, uno di meno: alla cena ripeteremo tutto, siamo d’accordo: ma quasi addormentati li vedremo salutare, certo pestando i piedi, saremo un poco bruschi un po’ gentili, facendo subito notare che, insomma, le sue passioni sono proprio distinte dalle tue: poi, se ci dovesse andare male, fingere un pronto svenimento, e trattare con garbo, ma senza esagerare, gli eventuali soccorritori.

 

 

Mi siedo fingendo di essere un suono
interminabile. La strada arriva a te, cotone d’aria,
per essere guardata
con autentica pazienza da chi parla,
da chi risponde: “Non l’ho sentito per nessuno, mai.
…………………………………………………………………….Te l’assicuro”.
Prova a spezzare le tue movenze in quattro,
come un avaro mostra che gioca
senza riguardo a ricercare me, nello spedale
delle parole vinte o sottili:
topi di artiglieria che vengono alle mani,
se tu gli muovi guerra; e così sia.

 

 

[…]
Detto questo, lei rinuncia, ma solo
per eccesso di stanchezza, al moto
dell’obbedienza (sta lì, con la sua povera testa …
col tronco enorme …
E si disegna, nella volata repentina
dello sguardo, una quasi provvisoria
felicità).
Negli occhi poi rimane una riserva
elastica di polvere

che si trasforma in un beato
muoversi nel buio.

Già. I piedi scivolano ancora, ansiosi. Anticipano i colpi.
Ora potrei slegarti, anche: le dico divertito.
Immagina di essere incartata. Tanto il custode dorme
ancora (lei mi assicura).

Allora, appena fuori, impariamo a ruotare gli occhi e, piegati
come gusci graziosi, scrutiamo
questa pioggia che cerca il nostro viso.

 

 

[…]
Più centrale, più acuta. Se ne ricorderà.
Ecco la luce che fa più uguale, adesso,
il tuo veloce sguardo al mio.
I nomi precipitati giù dall’ascensore, o semiaperti,
dimenticati; confusi soprattutto per il caldo innaturale.
Un accidenti che vuole proprio me, anche se dice
di non sapere amare.

Se qualcuno, cioè, gli vuole bene,
non lo dirà proprio a nessuno.
Mai rendere pubblico un disastro.

 

 

[…]
Facciamo il tutto esaurito.
Se non ti volti nemmeno adesso – è tutta qui la mia
speranza – tu dormirai nel nulla,

come salvato dall’attesa.

 

 

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1 commento su “Un esistenziale accumulo (su “Svenimenti a distanza” di Mario Fresa)”

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