Apologia di un perdente

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Marco Vetrugno
Apologia di un perdente
Roma, Elliot, 2018

Se un tale di nome Ezra, richiuso nelle sale di un museo, avendo in testa Shakespeare e di fronte agli occhi i fantasmi in bianco e nero di tele famose (e famigerate), inizia a parlare, cosa può mai dire, e soprattutto che facoltà ha? Mistero. A meno che non si riesca, da un anfratto nascosto, a osservarne il corpo e le sue deformità, in guisa proporzionale dedicate dal cielo a quelle carni. L’inferno, probabilmente, ne aveva già compiuto giusta causa, vale poco ricordarlo, altrimenti Ezra non si troverebbe in quel sito. Non sfuggirà il fardello informe stretto fra le braccia, respirante o meno, avvolto in panno bianco, preda carnale, ostaggio, o esserino irrisolto e inconsapevole da proteggere. Accanto, in una teca traslucida, appare un teschio di donna. Questa la scena abitata da un rintanato, superstite nucleare, rinchiuso a forza, segregato per sua volontà, oppure no. Occorre dire che di teatro si tratta, e qui le cose si complicano, poiché Apologia di un perdente è composto di sette atti, e di altrettante tele sulla parete alle spalle di Ezra, sette quadri i cui soggetti inviteranno, o forse obbligheranno, il poveretto a varcare i loro confini. E forse a percepirne passato, significati, talismani, accessori, inquietudini, bizzarrie e ovvietà. Non si tratta di quadri qualsiasi, lo spazio viene occupato niente meno che da Bacon, Bosch, Van Gogh, Soutine, Hopper, Escher, Schiele, agglomerato di geni con qualche problemino psichico, spazi interni angusti e lampi di lucida follia fra un offuscamento e l’altro. Se poi questo Ezra ricorda (e non può che essere così) il Pound lussuosamente italico (Rapallo, Pisa, Venezia), ebbene possiamo accomodarci meglio nella poltrona e lasciarci amabilmente graffiare o punzecchiare in tutti quei luoghi dove il piercing è la cosa meno dolorosa. Siamo in una situazione organica, non c’è che dire, dove le transizioni volute da Vetrugno favoriscono potenze psichiche e corporali al limite del mondano. Primo ad apparire, Francis Bacon, va da sé. La carnalità della crocifissione, a cui si fronteggiano le figure, arriva dalle tenebre, la localizzazione è precisa, Ezra se ne se sente avvinto, e rivolto al pubblico, a noi, inizia il proprio visionario discorso, tenendo ben stretto fra le braccia quel feto (o chissà che altro) avvolto nel panno. Non sappiamo se il testo declamato, versi in forza all’autore, ne rappresenti la poetica: i musei sono spesso una fodera estranea al contenuto, capace di creare miraggi e di sottrarre altresì il giudizioso operare dei frequentatori poetici, pur chiamandosi Pound o Vetrugno. Ma l’azione teatrale è complicata, il pubblico resta attento al protagonista e avverte sulla propria pelle l’intero influsso dei quadri. E sulla pelle di Ezra mentre percorre il palco in preda a sogni infernali, a organismi fuori dalle regole e che si esprimono con vocabolari biologici, come fossero figli del delinquente Burroughs. C’è un sistema fisico, affrontato da Vetrugno, che non ammette mezzi termini, né digressioni astratte, atto dopo atto l’edificio teatrale, architettonico, viene smantellato e la struttura primaria resta il palco col suo contenuto. Tutto il resto diventa inappropriato, noi compresi, pubblico stupidamente conformista. Ma Ezra resiste, affronta l’Inferno di Bosch, è un sognatore che si fa annientare, e Vetrugno dispiega la sua poesia a tratti difensiva e a tratti ministro antagonista intento a evitare massacri e sanguinolente salme sparse sul tavolato. Annoiato si siede nei campi di grano lisergici, l’energia di Van Gogh fa bene alle ossa, protegge il fagotto che ancora porta con sé. Il teschio, dall’interno della teca, lo osserva mentre i quadri ulteriori non sembra vogliano favorirlo per sempre. La conclusione non si fa attendere, il carattere teatrale ha in definitiva il suo personaggio storico, anonimo, residuo di qualcosa che fu. Ci accorgiamo, forse tardi, quanto tutto l’allestimento non sia altro che il poema dello scrittore Vetrugno, per qualche tempo convinto che Pound lo assista durante l’ultima sosta a Dorsoduro. Pound allucinato e benevolo, semicieco, non avverte la scomparsa del pubblico, la scomparsa di ogni cosa – tutto, tranne la poesia.

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