L’unico canto degli uomini soli

Yves Bergeret

 

Le Seul chant des hommes seuls
L’unico canto degli uomini soli

 

Tratto da
Carnet de la langue-espace
Traduzione di Francesco Marotta

 

Ha camminato, camminato,
ha camminato nella pianura e nella sabbia
portando in spalla l’ascia
forgiata dalla mano divina di un fabbro.
Il manico: un ramo
dell’albero sacro del deserto
che ogni liutaio bramerebbe.
Il metallo: il bagliore minerale
della parola chiara.

La brandisce, quando serve.
E tira colpi. Nel vuoto. Vuole vivere,
lo opprimono, lo attaccano,
deve difendersi,
colpisce l’aria con vigore,
colpisce l’arcata sopracciliare dell’unico occhio,
colpisce la bocca urlante,
colpisce l’enorme mostruoso mento.

E riprende il cammino,
ponendo l’ascia sull’altra spalla.
Un filo di sangue fresco cola
– è sicuramente il suo –
tra le sue scapole,
nella cavità del suo sguardo,
nell’ombra della sua memoria.

Quell’ombra l’ha già percepita
attraversando il mare che uccide
su un barcone putrescente;
intorno a lui in undici sono morti.

Allora impugna ancora l’ascia
e abbatte la minaccia
che si profila quindici passi davanti a lui.

 

            Marché, il a marché,
            il a marché dans la plaine et le sable
            portant à son épaule la hache
            née de main divine de forgeron.
            Son manche: une branche
            de l’arbre sacré du désert
            dont rêverait tout luthier.
            Son métal: la lueur minérale
            de la parole claire.
            Il la brandit s’il le faut.
            Et frappe. Dans le vide. Il veut vivre,
            on l’oppresse, on l’attaque,
            il doit se défendre,
            frappe l’air dur,
            frappe l’arcade sourcilière de l’oeil unique,
            frappe la bouche gueularde,
            frappe le géant menton monstrueux.
            Et reprend sa marche,
            posant sa hache sur l’autre épaule.
            Un filet de sang frais coule
            – c’est sûrement le sien –
            entre ses omoplates,
            dans le creux de son regard,
            dans l’ombre de sa mémoire.
            Cette ombre, il l’a déjà perçue
            en traversant la mer tueuse
            sur une barque pourrie;
            autour de lui onze sont morts.
            Alors il brandit encore la hache
            et cogne la menace
            qui s’amasse quinze pas devant lui.

 

 

Vive da solo.
Crede di andare da solo.
La notte piove la sua vita,
la notte piove la montagna dagli strati curvi
che l’alba lascia nelle sue mani.

All’alba, torrenti color sabbia scorrono veloci,
all’alba, cascate precipitano in ogni anfratto
della montagna che vagisce.

Prende la piccola lama di ferro dal suo sacco.
Vi soffia sopra. Questa si accresce e diventa una splendida
scure di luminosa essenzialità, con doppio tagliente
cesellato a forma di curve di livello.

A sera non sa mai
da quale parte posare la scure
sul suo ventre vuoto prima di dormire.
Un lato rappresenta la luna coi suoi crateri impudichi,
l’altro lato è la montagna dagli strati curvi
che l’alba ha lasciato nelle sue mani:
quella montagna è sua figlia, nata dalla pioggia notturna.

La scure diventa ancora più grande.
Ancora di più. Ricopre come una corazza
il suo busto e poi le gambe.
Ma lui non è già più là,
è ripartito con la sua ascia in spalla,
in cammino, sempre in cammino,
in viaggio verso la faccia vergine della luna
dai crateri impudichi.

Ha vagato
sollevando e facendo rotolare l’uno sull’altro
i sassi,
ha vagato
spingendo davanti a sé le nuvole verso il mare,
spingendo davanti a sé il Canto all’Ippopotamo
per chiedergli di cedere la sua forza
accettando di essere sacrificato,
ha vagato tra le colline, il fango e i morti,
ha intonato il poema detto-cantato;
ha anche permesso che un po’ di inchiostro da stampa
imprimesse il canto sulla carta,
e la carta si è piegata. E dopo mille giri
e centomila venti, quella carta è venuta
a posarsi sulla mia mano.

 

            Il vit seul.
            Il croit qu’il va seul.
            La nuit pleut sa vie,
            la nuit pleut la montagne aux strates courbes
            que l’aube laisse entre ses mains.
            A l’aube, des torrents beiges filent,
            à l’aube, des cascades tombent dans chaque pli
            de la montagne vagissante.
            Il prend la petite lame de fer dans son sac.
            Il souffle dessus. Elle grandit et devient beau
            tranchoir à la lumineuse simplicité et aux deux faces
            ciselées comme en courbes de niveau.
            Le soir il ne sait jamais
            de quel côté poser le tranchoir
            sur son ventre vide pour dormir.
            Une face c’est la lune aux cratères impudiques,
            l’autre face c’est la montagne aux strates courbes
            que l’aube a laissée entre ses mains :
            cette montagne est sa fille, née de la pluie de la nuit.
            Le tranchoir grandit encore.
            Puis encore. Couvre comme une cuirasse
            son torse et puis ses jambes.
            Mais lui n’est déjà plus là,
            parti de nouveau avec sa hache à l’épaule,
            marchant, toujours marchant,
            en route vers la face vierge de la lune
            aux cratères impudiques.
            A sinué
            en soulevant en roulant l’un sur l’autre
            les galets,
            a sinué
            en poussant devant lui les nuages vers la mer,
            en poussant devant lui le Chant à l’Hippopotame
            pour lui demander de donner sa force
            en acceptant d’être sacrifié,
            a sinué entre les collines, la boue et les morts,
            a chanté le chant dit-chanté;
            il a même accepté qu’un godet d’encre de la presse
            verse le chant sur le papier,
            et le papier s’est plié. Et après mille tours
            et cent mille vents est venu sur ma main
            se poser le papier.

 

 

Dice: «non vedo che una luce
qui nella notte dove vivo.
Sono solo. Cammino.
Non capisco questa luce.
La notte nera dice che è lo spazio racchiuso
nell’unico canto degli uomini soli.
Non capisco. Cammino.»

Tre fiamme di candela,
il soffitto trema,
le montagne intorno scelgono l’insonnia.
Noi camminiamo vivi tra lo stoppino e la vampa,
è là che le montagne giurano tutte insieme
di essere libere per sempre,
libere,
e noi con loro.

C’è troppa nebbia.
La luna piena è flebile.
Soltanto un rumore nella notte, il fiume,
che capisce perfettamente
l’unico canto degli uomini soli
che laggiù sul crinale, a piedi nudi nel buio
varcano la frontiera innevata.

 

            Il dit: «je ne vois qu’une lumière
            dans la nuit où ici je vis.
            Je suis seul. Je marche.
            Je ne comprends pas cette lumière.
            La nuit noire dit que c’est l’espace resserré
            dans le seul chant des hommes seuls.
            Je ne comprends pas. Je marche.»
            Trois flammes de bougie,
            le plafond tremble,
            les montagnes autour préfèrent l’insomnie.
            Nous marchons vifs entre mèche et flamme,
            c’est là que les montagnes nouent leur serment
            d’être libres à jamais,
            et libres,
            et nous avec elles.
            Trop de brume.
            La pleine lune est faible.
            Seule rumeur dans le noir, la rivière
            qui comprend parfaitement
            le seul chant des hommes seuls
            qui là-bas sur la crête passent pieds nus
            dans le noir la frontière enneigée.

 

_________________________
Nota

L’immagine di apertura è la riproduzione di un dipinto di Soumaïla Goco Tamboura, creato appositamente per Yves Bergeret nel luglio del 2009 nel villaggio di Nissanata, nel nord del Mali, dove il cantastorie e indovino viveva, e dove a lungo ha lavorato insieme al poeta francese, prima di essere ucciso dalla follia omicida dell’integralismo jihadista. L’opera, realizzata su una placca di ferraglia recuperata dalla carrozzeria di una vettura, rappresenta un «genio» invisibile particolarmente potente che regge sulla testa una montagna sotto forma di scala orizzontale bianca punteggiata di blu; alla sua destra, una cintura rituale con sonagli usata nelle danze di possessione; alla sua sinistra un serpente sacro. Si tratta di un oggetto di grande valore simbolico, un talismano che diffonde un immediato benefico effetto propiziatorio.
Le altre due fotografie ritraggono l’ascia di Soumaïla Goco, col manico da lui stesso intagliato nel legno durissimo di un albero particolarmente raro del deserto e la lama forgiata da un fabbro del suo villaggio.

Annunci

4 pensieri riguardo “L’unico canto degli uomini soli”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.