Breve saggio “a due ante”

(Desidero che questo scritto sia come le due ante di un dittico da aprire per cominciare la lettura e da richiudere a lettura ultimata: le due parti si richiamano tra di loro).

PRIMA ANTA: ARCHITETTURE INDUSTRIALI DI BERND E HILLA BECHER

Fotografano stabilimenti minerari, gasometri, serbatoi dell’acqua, ponti per il manovramento dei treni, altiforni.


Fabbriche dismesse, birrifici svuotati, cartiere abbandonate da anni potrebbero somigliare anche la solennità fascinante che si coglie allo Spasimo di Palermo o a San Galgano, a Stonehenge, a Tarxien: edifici che accolsero esistenze umane e preghiere, sofferenza e fatica, edifici deprivati ora degli arredi, del lavoro, del rito.
Che appartengano alla modernità non importa: Bernd e Hilla Becher fotografano luoghi archeologici dal nostro recente passato, li consegnano alla nostra meditazione – come Heine che, immenso e moderno, già in pieno XIX secolo addita la miseria del lavoro nei filatoi, negli opifici all’alba dell’industrializzazione – come Wim Wenders che, in emozionanti sequenze, fa danzare gli artisti del Tanztheater di Pina Bausch tra gli edifici di vecchie miniere e sull’orlo di crateri nati dalle grandi escavazioni. Luoghi della Germania industriale, luoghi bombardati e desertificati, poi riedificati. I danzatori salgono sui vagoni della ferrovia sospesa di Wuppertal, le loro fantasie prendono vita tra le persone che vanno a scuola, al lavoro, che tornano a casa.
Mentre Heine, poliglotta ed Ebreo, indica alla Germania e all’Europa una modernità tollerante e multiculturale; espulso dal corpo reazionario della patria amata e odiata, da Parigi scrive versi e articoli veementi. Modernissima la sua voce, la riascolto percorrendo la trama di linee ferrate che collega luogo a luogo della Germania: doppia valenza di quei binari che avviarono al campo di sterminio e che connettono i luoghi, portano le persone a incontrarsi.
Per esempio: Norman Foster ha progettato la nuova copertura per la Stazione Centrale di Dresda; ha usato il teflon che permette l’autopulitura delle superfici e l’attraversamento della luce la quale si diffonde negli ambienti sui e intorno ai binari con accogliente effetto di luminosità e calore; la sera e di notte la luce artificiale viene a sua volta riflessa e moltiplicata nell’interno della Stazione. Le strutture, ariose e di semplice eleganza, qualificano questo luogo quale punto d’incontro e di transito non-anonimo: questo non è un non-luogo. E questo ha senso perché accade proprio qui a Dresda, nella città meravigliosa per bellezze architettoniche e paesaggistiche distrutta completamente dai bombardamenti alleati. La nostra modernità sa anche essere umana e armoniosa (la copertura d’argento se vista dall’alto sembra un pendente incastonato nella pianta della città riedificata e ridà significato a una stazione che già prima della guerra annodava gli itinerari tra Berlino e Vienna – fino a Venezia, tra Lipsia e Praga).
La Germania riunificata ha voluto molte stazioni ferroviarie ripensate e rinnovate: Winfried Georg Sebald amava spostarsi in treno, più di una stazione viene citata nei suoi libri: Stoccarda e la Stazione Bonatz, per esempio. Densa significazione dei luoghi, nodi di memoria e storia.
A Colonia la stazione in riva al Reno sorge a ridosso del Duomo: giungervi in treno, uscire dalla stazione e lasciare lo sguardo scorrere verso l’alto, guidato dalle torri vertiginose dell’edificio sacro, guidato verso il cielo: sembra di sentirle ancora le fortezze volanti sorvolare la città, lo stridere dell’allarme aereo, i colpi della contraerea, l’urlo della devastazione. Ma quando architetti e carpentieri, scalpellini e vetrai, affrescatori e falegnami edificarono l’Opera bellissima per afflato e concordia avevano nella mente un altro cielo, altri suoni nelle orecchie dalla città operosa.
A Berlino lo Hauptbahnhof è un incrociarsi di binari a più livelli, un atto di fiducia nel futuro, un segno tracciato dentro la città non più divisa, antifascista e cosmopolita. E siccome amo le ferrovie e le stazioni, mi ricordo dei dipinti di Giuseppe Bartolini, dei suoi meravigliosi treni, della sua Pisa, delle sue automobili divorate, teneramente e nostalgicamente, dalla ruggine e dalla natura. Quasi sempre assenti gli esseri umani, ma presenti con il risultato del loro modificare il paesaggio – così Bernd e Hilla Becher quando fotografano costruzioni senza la presenza diretta dell’uomo, ma è quest’ultimo ad avere lavorato il cemento, il ferro, il vetro per edificare i luoghi del lavoro: resta (e i due fotografi lo testimoniano con le loro serie fotografiche) la divaricazione tragica e inaccettabile tra la nobiltà dell’opera umana che edifica i luoghi stessi dentro i quali poi lavora, fabbrica e produce e lo sfruttamento di quel medesimo lavoro, la sua distorsione in sofferenza, oppressione, ingiustizia.
Non si può non pensare, credo, anche alle periferie industriali di Gabriele Basilico: qui il fotografo realizza il miracolo del silenzio contemplante edifici che conservano la solennità e la bellezza dell’operosità, luceombra bianch’e nero di officine.

Poi mi capita di leggere che l’architetto Wang Shu costruisce i suoi edifici insieme con le maestranze stesse che vi lavorano; che ha edificato il museo di Ning Bo impastando i mattoni con i materiali di recupero, anche frammenti di tegole di quattrocento anni prima trovati in quel luogo già abitato da cinquemila anni; che vive con la moglie in un paesino di montagna e disegna su normali fogli di carta; che recupera modi e forme tradizionali (la casa a corte, la casa-fattoria che fa da legame tra campagna e città). Leggo che lamenta la perdita di conoscenze artigianali, di sensibilità e di cultura nella modernità tesa a un nuovo senza memoria né sentimento umano.
Ricopio dal suo sito quanto Wang Shu scrive per presentare il proprio gruppo di lavoro chiamato amateur architecture studio:

I design a house instead of a building. The house is the amateur architecture approach to the infinitely spontaneous order.
Built spontaneously, illegally and temporarily, amateur architecture is equal to professional architecture. But amateur architecture is just not significant.
One problem of professional architecture is, that it thinks too much of a building. A house, which is close to our simple and trivial life, is more fundamental than architecture. Before becoming an architect, I was only a literati. Architecture is part time work to me. For one place, humanity is more important than architecture while simple handicraft is more important than technology.
The attitude of amateur architecture, – though first of all being an attitude towards a critical experimental building process -, can have more entire and fundamental meaning than professional architecture. For me, any building activity without comprehensive thoughtfulness will be insignificant.

Qui continuo a intarsiare parole e fotografie: Heine, ferita aperta nel corpo della cultura tedesca, percorreva la sua Patria, ne denunciava arretratezze e oscurantismi; aveva nella mente un’idea alta e luminosa di Germania. Hilla e Bernd Becher fotografano la Germania che fa i conti con il suo passato, cercano l’etica del lavoro, misurano tramite l’obiettivo fotografico gli spazi della modernità: modernità che ha radici dentro la memoria.

 

 

SECONDA ANTA: NON-LUOGHI

Di palazzine di cemento, gli orli dei balconi già sbreccati, stentatissimi alberelli assediati dalle cartacce nello pseudoviale. L’insegna pencolante di uno spaccio di generi alimentari chiuso da anni.
Dei viaggiatori in transito che vanno a mangiare panini tra la recinzione semidivelta e i camion parcheggiati, bollenti di nafta e morchia. Pochi centesimi nel piattino per la signora che tiene pulita la toilette. Odore di fritto stantio dallo sfiatatoio del ristorante. L’autostrada lancia nel cielo bassissimo il grugnito dei motori.
Dei parcheggi multipiano: la luce sporca delle lampade perennemente accese dietro le loro griglie di metallo, la luce sporcata dal grigio del cemento, imperatore qui in questa provincia del sonno addensato nei motori e negli abitacoli vuoti, tutto è cemento a vista, segnato dalle spatole che l’hanno lavorato: le rampe che s’avvolgono su se stesse, i pilastri, i soffitti bassissimi percorsi dalle tubature antincendio.

Di due lavori di Orlando Myxx al fine di trovare un senso anche nel non-senso dei non-luoghi (li ho scoperti leggendo e amando Tecniche di sopravvivenza per l’Occidente che affonda, Arcipelago Itaca, 2015 di Giovanna Frene e sono intitolati Principio Modulare e Principio Armonico, “per un totale di 17 immagini, che confrontano il passaggio della crisi del 2008 su due importanti aziende trevigiane attive dal 1988, assunte come simbolo di due modelli economici alternativi. Principio Modulare mostra come il tradizionale modello economico veneto abbia lasciato un vuoto di senso. Principio Armonico evidenzia come vi possa essere un’economia basata su un rapporto equilibrato fra uomo e natura” – notizie tratte dal sito dell’Autore).

Dell’ossessivo ripetersi dei cartelli di divieto.
Della malinconia delle cose che giacciono dietro gli edifici: le grandi scatole dentro cui girano le ventole degli areatori del reparto di geriatria e i bidoni allineati per la raccolta differenziata; i nastri svolazzanti bianch’e rossi che vorrebbero impedire l’avvicinarsi alla scala antincendio mezzo divelta sul retro dell’edificio scolastico; il materasso sventrato e la sedia senza schienale, l’armadietto dall’anta sfondata e la bombola del gas esaurita che, da mesi, addossati nell’angolo del cortile posteriore del condominio, attendono di essere portati via, non ancora pietosamente sottratti a questo status di oggetti consunti ed espulsi dall’uso.
Era solenne ed elegante l’atrio della stazione viaggiatori quando sulla linea ferrata transitavano i treni internazionali. Ora non più: due convogli del trasporto locale al giorno. I sedili di legno rimangono vuoti, le vetrate fattesi opache per la polvere mineralizzatasi nel tempo. Solitaria, ansante di tre o quattro lucine intermittenti, unico vivente il distributore automatico di bevande. Vive l’anziana pazza, carica di buste di plastica colme di cianfrusaglie, accoccolata accanto al termosifone spento? Vive la mosca che testarda ronza contro la vetrata e non sa uscire da quest’immenso ipogeo? Forse in questo luogo vita è assenza, giacere in sé stesse delle pareti e delle vetrate ancora leziose dentro le strutture art nouveau di ferro battuto.

il sole si è abbassato sotto l’orizzonte alla profondità di circa 6 gradi.

che noi chiamiamo crepuscolo civile (Marco Giovenale : In rebus, Editrice Zona, 2012).

 

 

Dei tir enormi mezzo infilati (in retromarcia) nel magazzino dell’ipermercato. Trasfusione delle merci da ventre a ventre, il primo su ruote che rullano ininterrotte la pelle della terra, il secondo di prefabbricate pareti, andirivieni dei muletti di carico e scarico. Introibo prima della cerimonia solenne (le merci ordinate sugli scaffali illuminati, offertorium per la vendita).
Delle barene erose, i becchi delle gru-escavatrici fermi nell’aria (è domenica d’ipermercati aperti fino a tardi). Poco oltre le villette, ineccepibilmente eguali, un metro quadrato di prato davanti a ognuna di esse. Un barbecue fuma.

Mandate a dire all’Imperatore che felicità è un pesco proteso al fiume;
mandate a dire all’Imperatore che luogo è là dove radica la memoria.

L’ininterrotta sequenza del guard-rail. Non si posa l’occhio su nessuna ruga di quella lamiera (non ne ha il tempo), su nessuna fessurazione, non vede l’occhio la ruggine che cola tra bullone e paletto. Lattine vuote e cerchioni smarriti, erba clandestina. Se arrivano uomini in tuta arancione per la manutenzione nulla cambia nell’indifferenza riservata all’oggetto guard-rail. Milioni i chilometri di guard-rail su tutto il pianeta.
I vecchi paracarri di pietra, quelli su cui si sedeva tranquillo Manuel Fangio a veder passare le auto in gara (aveva distrutto la sua arrischiando un sorpasso in curva).
Non ce ne rendiamo mai conto: l’accumulo del capitale ci fagocita e surclassa: tempi eroici dell’automobile, quelli, ma era già in atto la transizione: strade alberate sarebbero state presto desertificate di quegli esseri sublimi, allargate e ricoperte di stese d’asfalto ch’isteriliscono la terra, offerte all’arroganza dei tir.
Le epiche gare soltanto paravento ed esperimento per la campagna di conquista imminente.
Edotto dei luoghi di transito (stazioni, corridoi negli aeroporti, palazzi amministrativi) Austerlitz esiste nella parola, nel suo raccontarsi. “Dice Austerlitz”: splendore di un raccontare anche ciò che i più non vedono, felicità del dire, del dirsi, incessante andare.
E quando Ai Weiwei, tra il 2006 e il 2009, posta sul suo blog le migliaia di foto che quotidianamente scatta per documentare la trasformazione violenta di Pechino in non-luogo traccia lungo le rotte incontabili del web il grido di ribellione contro la barbarie politico-affaristica. Quando monta mappe della Cina con legni recuperati dagli antichi templi distrutti dal regime sbeffeggia la modernità senza memoria.

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3 pensieri riguardo “Breve saggio “a due ante””

  1. Questo è un saggio su cui tornare e ritornare. Per ora lo guardo, nella sua interezza, a volo d’uccello. e già mi affascina. Poi leggerò.

  2. Leggevo in un saggio delle tre caratteristiche che un luogo deve possedere per essere identificato come tale; deve essere identitario – tale da contraddistinguere le caratteristiche di chi ci vive, relazionale, – che descrive i rapporti reciproci tra persone con comune appartenenza, e storico, – capace di ricordare all’individuo le proprie radici.. e pensavo che oggi l’individuo è sempre più privo di identitarietà, relazionalità e storicità e sembra sempre di più questa la direzione che l’umanità sta “scegliendo”.
    E poi leggo un cosi bell’articolo e mi conforto pensando che esistono ancora treni, edifici storici o moderni e persone illuminate capaci di squarciare il grigio velo del “non essere”, luogo o persona, della società futura.

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