Il colpo di coda

Enzo Campi

Per un (auto)ritratto di
Amelia Rosselli

La speculazione o, se preferite, la specularità produce l’erranza, cioè il movimento. Qualsiasi tipo di movimento è una presentazione. Se ciò che si presenta si riferisce direttamente al (non è altro che il) sé che genera la presentazione, allora si può parlare di un movimento insieme riflettente e riflessivo, che riflette cioè verso l’esterno un’interiorità pensante. Si tratta di un’erranza essenzialmente ellittica, perché supposta, cioè ideata, un po’ come se si volesse far coesistere sullo stesso piano l’ipotesi e l’ipostasi. L’ipotesi, necessariamente congetturale, di chi qui scrive e l’ipostasi dell’autrice trattata. Quest’ultimo termine deve essere inteso da un lato come la personificazione retorica, e dall’altro lato come la sostanza, posta al di sotto, che genera la manifestazione esteriore delle cose. Precisando quindi che la speculazione a cui ci si riferisce nello specifico è da intendersi essenzialmente come riflesso, come la presentazione di una molteplicità interiore, possiamo procedere con questo sguardo (tanto per restare in tema di speculazioni aggiungerei: con un «colpo d’occhio») ricognitivo dell’universo rosselliano che, a ben vedere e sulla falsariga della supposizione da cui indirizziamo il flusso, si delinea come un vero e proprio «autoritratto», e cioè come un fenomeno di evidente, lucido e voluto differimento.

La prerogativa dell’autoritratto è quella di ritrarsi, si potrebbe dire di farsi la faccia o di fare-faccia-di-sé. Poniamo il caso limite di un autoritratto che mostri lo stesso autore nell’atto di farsi il ritratto. Sarebbe questo un raddoppiamento, una procedura rafforzativa per evidenziare una parte (la faccia) del tutto (l’intero corpo), assumendo come riferimento una posa. E già qui trasliamo in pieno territorio rosselliano: raddoppiamenti e ribattute di parti di testo come stile formale e urgenza persuasiva (ma questo lo vedremo meglio più avanti), al fine di conclamare l’intero testo in un concetto o comunque al fine di instaurare nel lettore l’idea che possa esistere un concetto riconoscibile, nonostante la cripticità della veicolazione testuale, ovvero di quel differimento presentato e ostentato. Ma non è tutto. Nel nostro caso specifico entrerebbe in campo l’ipotesi o la supposizione di potersi deterritorializzare (e quindi differire) restando «in posa» all’interno di una produzione artistica statica. E ciò entrerebbe in contraddizione con la tesi del movimento. Restare in posa significa assumere per l’appunto una posizione statica. Andiamo così a prefigurare il primo dei «doppi movimenti» che costelleranno questa ricognizione: stasi/movimento. Del resto stiamo parlando di raddoppiamenti e di moltiplicazioni, ovvero degli elementi sostanziali dell’autoritratto in linea generale e degli elementi strutturali della scrittura rosselliana in senso specifico.

Diciamolo con Derrida: “Per formare l’ipotesi dell’autoritratto del disegnatore come autoritrattista, e visto di fronte, lo spettatore o l’interprete che noi siamo deve immaginare che il disegnatore non fissi che un punto, uno solo, il fuoco di uno specchio di fronte a lui, ossia dal posto che noi occupiamo, come faccia a faccia con lui: questo non può essere l’autoritratto di un autoritratto che per l’altro, per uno spettatore che occupa il posto di un unico fuoco, ma al centro di ciò che dovrebbe essere uno specchio”. Chi scrive quindi si è posto di fronte, fissando il fuoco dell’autrice.

La Rosselli se da un lato è il “punto” (si potrebbe parlare di un punto ipostatico da cui tutto si genera, ma anche – metafisicamente parlando – di un punto ortivo dotato di una intensità e di una eccedente visibilità) da fissare, dall’altro lato è essa stessa uno specchio-di-sé che riflette l’altra-da-sé. L’autobiografismo storico, sociale, umano e elettivo (i cosiddetti “santi padri” e le parentele cosiddette acquisite con gli autori che citava o usava come pre-testo), per quanto drammatizzato e teatralizzato, ne rappresenta l’occorrenza più evidente. E “lo spettatore o l’interprete che noi siamo” deve per forza di cose formulare quest’ipotesi che – sebbene giustificata in parte da fatti reali o da una critica oggettivamente consolidata – resta tale, cioè prima supposta e poi assunta a parametro di riferimento.

(Continua a leggere qui)

Tratto da:
AA. VV. (a cura di Enzo Campi)
Il colpo di coda.
Amelia Rosselli e la poetica del lutto

Milano, Marco Saya Edizioni, 2016

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2 pensieri riguardo “Il colpo di coda”

  1. LA NUOVA POESIA AL FEMMINILE.
    INTERVISTA AD AMELIA ROSSELLI

    di sergio falcone

    Dal ’68 in poi, in poesia, sono accaduti molti fatti nuovi. Si parla di boom della poesia. Ma con quali fondamenti? Un bilancio, sia pure per sommi capi, va fatto. Negli anni ottanta, per esempio, lo scrivere al femminile è diventato l’obiettivo di molte donne che, abbandonato il femminismo ideologico e militante, ritengono di contrastare al maschio il predominio della scrittura. Sembra che si acquisiscano nuovi spazi alla poesia. Uscite da una concezione angusta e monotipica della comunicazione, dello scritto e del parlato, molte donne partecipano alle letture di poesie per una sorta di spontanea mimesi dei fenomeni del parlato.
    Amelia Rosselli, una delle maggiori esponenti della poesia al femminile, già nelle antologie di Vincenzo Mengaldo e di Antonio Porta. La sua è poesia della tensione e della unità, insomma del “contrasto”, e anche del “suono”, se la poesia si pone il problema fondamentale della comunicazione. Una poesia dalla intenzione trasmissiva: l’individuazione del lettore e del suo rapporto col poeta attraverso la situazione del discorso. Una poesia non facile, fatta di pentimenti e “refusi” fonetici, sintomo della incertezza e dello sforzo di chi scrive confrontandosi con un altro e orientandosi sulle sue reazioni.

    “Io sono molto prodiga di baci, tu scegli
    in me una rosa scarnificata. Senza spine
    ma i petali, urgono al chiudersi. Mio
    motivo non sognare, dinnanzi alla realtà
    ignara. Mio motivo non chiudersi, dinnanzi
    alla resa dei conti.
    Tu scegli in me un motivo non dischiuso
    dinnanzi alla rosa impara”.

    E’ una poesia della Rosselli da Serie Ospedaliera di cui è prevista una ristampa da Garzanti. La precedente edizione è del 1969, in pochi esemplari.

    Nata a Parigi nel 1930, è figlia di Carlo Rosselli, perseguitato e ucciso nel ’37 dai fascisti. Vissuta a lungo all’estero (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti), risiede a Roma dal ’50. Il suo esordio in poesia risale al ’63, grazie a Pier Paolo Pasolini. L’anno seguente apparve da Garzanti il suo primo libro, Variazioni belliche; nel ’76, sempre da Garzanti, Documento. La sua è una poetica – come diceva Pasolini – fra surrealista e traumatica.

    Si può parlare di nuova poesia al femminile?

    “Per un elenco delle opere ‘che contano’, aspettiamo ancora. Per ora, alcuni nomi: Rossana Ombres, Armanda Guiducci, Maria Attanasio, che è tra le migliori. 32 anni, siciliana, pubblica da Guanda. Non mi interessano Maria Luisa Spaziani e neppure Margherita Guidacci. Di Patrizia Cavalli mi piace solo il primo libro. Concetta Petrolio, la moglie di Pagliarani, fa delle cose interessanti. Molto interessante Ingeborg Bachmann, più nota come scrittrice. Presto da Guanda una scelta delle sue poesie. E’ uscita postuma da Adelphi, una serie di racconti, Tre sentieri per il lago”.

    Spesso con i poeti, in piazza. Perché?

    “La presenza fisica dei poeti non è, nelle letture pubbliche, una circostanza, ma un fatto costitutivo; senza il quale, come senza il gruppo del pubblico, non c’è comunicazione. Quindi, il pubblico è il destinatario diretto e indiretto, necessariamente collettivo. Ho letto in cantine, in centri culturali. Ma le sensazioni più forti le ho riportate al teatro del Porcospino. Un pubblico molto attento. Leggevamo Porta, Pasolini, la Maraini, ed io. E si riusciva a toccare il pubblico. A Castel Porziano era molto faticoso, con un pubblico divertito, critico, strano;… così anche quest’anno, a piazza di Siena, ho aderito perché mi pagavano. Anche un poeta ha diritto a vivere. Ma non è poi aumentato il pubblico che acquista libri di poesia. C’è un aumento di giovani che scrivono, questo sì. Gli ultimi arrivati si sono buttati sulla poesia con una aggressività (o avidità) che la mia generazione non conosceva”.

    Poesia come antidoto, si dice, a che cosa?

    “Per la interiorità. Insegna qualcosa sul piano della riflessione. Ma non risolve traumi o turbamenti personali. Antidoto al consumismo, sì. Perché la poesia non è ancora un fatto consumistico, fatta eccezione per alcune traduzioni veloci non sempre attendibili. La qualità è un po’ scesa a favore della quantità. Le letture di poesie incentivano la divulgazione delle edizioni economiche, anche se poi resta una diffusione limitata. Non mi dispiace leggere poesie. E’ un mestiere come un altro da imparare. Ma non si può scherzare su questo. La poesia è frutto di riflessione, di anni e anni di fatica, se vale qualcosa”.

    Riguardo alle tue fonti,… e ai poeti italiani contemporanei…

    “Joyce l’ho letto come se fosse la Bibbia. Ho letto molto gli inglesi, Eliot, Yeats, Frost. Ho letto Pound ma poi ho avuto una reazione di rigetto. Tra le fonti italiane, soprattutto Pavese, quindi Montale, Penna, Ungaretti… Mi sto interessando alla mia stessa generazione, Luzi, Zanzotto, Sereni, Lorenzo Calogero mi ha fatto molto effetto; Giudici, Fortini ogni tanto ci azzecca; bellissimo La ragazza Carla di Pagliarani. Sanguineti non mi interessa: troppo derivato da Pound. Bellezza aveva cominciato come il migliore della sua generazione; è diseguale, qua e là delle splendide poesie. Ma l’elenco continua con Cucchi, Giampiero Neri, Raboni, lo stesso Pasolini a cui spesso mi sono ispirata”.

    Per chi si scrive? Qual è il fine della poesia?

    “La poesia è una sorta di riassunto, più veritiero forse che la narrativa stessa. Rifiuta il fantasioso, il fuori dalla realtà. E’ il romanziere che si picca di interpretare la realtà come fosse la realtà stessa. Il poeta, invece, si attiene alla realtà, non solo propria, del proprio passato, degli amici, delle proprie ideologie o temi sociali; oppure al paesaggio o temi privati, se egli è un poeta di stampo intimistico. La motivazione a diventare poeta non so da dove mi viene. Molti poeti vengono dalla musica. Io vengo dalla musicologia e suonavo molti strumenti. Questo, forse, mi è servito nella ricerca di una nuova metrica”.

    Che cosa comunica, secondo te, la poesia?

    “Per quanto mi riguarda, voglio comunicare un ritmo metrico mio, senza trascurare il contenuto non necessariamente drammatizzato. Poi, mi accorgo che il pubblico percepisce il senso di una poesia, se accentuo il contenuto, e non tanto la forma o il ritmo metrico. Del resto, il mio problema formale metrico è privato. Non è detto che il pubblico debba sempre capirlo. In poesia, mi esprimo anche politicamente. Qualche critico intravede nella mia tematica un’ombra di umanesimo rivoluzionario. Sul piano sociale, la poesia può servire se si tocca il reale, non tanto l’esperienza personale. E’ poesia, secondo me, soprattutto riuscire a trasmettere questa esperienza del reale collettivo”.

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