Il racconto di un’avventura (del tradurre)

Tutto è cominciato con una telefonata durante la quale Nanni Cagnone mi ha proposto di tradurre l’intera opera poetica di Stefan George (si pronuncia più o meno ghe-or-ghe). Lo confesso: non ho avuto il coraggio di dirgli di no, ma pensavo che George non fosse del tutto nelle mie corde – si trattava di un poeta del quale conoscevo un paio di testi e, dalle storie della letteratura tedesca dalle quali avevo studiato, risultava essere un artista fortemente estetizzante, centro di un circolo artistico (il cosiddetto “George-Kreis”) nel quale egli esercitava anche una sorta di funzione sacerdotale (di “sacerdote” della Poesia e della Bellezza, cioè); sapevo inoltre che Goebbels gli aveva offerto la presidenza di un’accademia delle arti che i nazisti intendevano fondare.
Ma, in realtà, di lui conoscevo poco.


Mi seduceva la difficoltà dell’impresa (l’opera è vasta, i testi molto ardui) e l’entusiasmo con il quale Nanni mi decantava la bellezza della poesia gheorgheana e la sua statura di uomo e di artista.
Intanto il tempo passava e non mi decidevo ad affrontare con determinazione l’impresa, anche perché fortemente condizionato dagli impegni professionali e familiari.
In tutto quello che riguarda la scrittura ho sempre bisogno di giungere al momento in cui so (con certezza non razionale, ma puramente intuitiva) che la mente va entrando in sintonia con un testo, un contenuto, un’idea da sviluppare.
D’accordo con Marco Albertazzi, l’Editore della Finestra di Lavis che avrebbe pubblicato la traduzione e che, al pari di Cagnone, nutre un’illimitata ammirazione per Stefan George, si è deciso di suddividere la pubblicazione in due volumi, il primo dei quali avrebbe offerto la traduzione integrale dei libri Inni (1890), Pellegrinaggi (1891), Eliogabalo (1892), I libri delle poesie pastorali e di lode, delle saghe e dei canti e dei giardini pensili (1895), L’anno dell’anima (1897), Il tappeto della vita e i canti del sogno e della morte (1900).
Ecco: è cominciato a nascere in questo momento il rapporto fondamentale con l’Editore, anche perché ci siamo accorti di condividere entrambi un’idea, forse ingenua e illusoria, ma radicale, di servizio da rendere alla poesia, ignorando, nei limiti del possibile, questioni commerciali o di opportunità editoriale.
Detto in altri termini: a chi sarebbe interessata l’opera poetica integrale di Stefan George se non a pochissimi? E quale impatto può avere un’impresa del genere nel mondo culturale italiano attuale? Procrastino a più tardi le risposte e proseguo il racconto:  sono ora al centro dell’avventura, alla lettera mi trovo nell’occhio del ciclone – ché la poesia di George comincia a impadronirsi dei miei pensieri, diventa una sorta di ossessione e, insieme, il rischio di clamorose cantonate in sede di traduzione è molto alto.
Traduco per intero gli Inni, ma a ogni rilettura la resa mi sembra legnosa e taluni versi mi rimangono francamente oscuri. Si tratta di ostinarsi, di non scoraggiarsi, di non avere fretta, d’insistere: elaboro tentativi di traduzione dalle varie raccolte, mi procuro saggi, trovo presto un formidabile alleato: il Deutsches Wörterbuch dei fratelli Grimm – perché mi rendo conto che George impiega il lessico discendendo, per dir così, fino alle radici etimologiche del singolo vocabolo, trasformandosi in un minatore che scava nel patrimonio colossale della lingua tedesca.
Uno dei tanti motivi dell’importanza sia culturale che quale strumento di lavoro del Dizionario dei Grimm consiste nel fatto che per ogni lemma vengono riportati brani della letteratura tedesca anche medioevale nei quali tale lemma ricorre e che, appunto, lo studio etimologico apre ogni voce per poi continuarsi nell’illustrazione dei vari significati di quella voce medesima. Lavoro avendo sul tavolo il Dizionario dei Grimm, il Duden (probabilmente il più completo ed efficace dizionario della lingua tedesca moderna e contemporanea) e diversi saggi; accade spesso che una dedica o una situazione possano essere comprese soltanto se se ne conoscono le premesse e le circostanze, trattandosi non raramente di testi nati all’interno del circolo e rivolti ai membri stessi del “George-Kreis” che, evidentemente, quelle premesse e circostanze conoscevano assai bene. Non si trascuri poi il fatto che George amava alludere a luoghi o a situazioni o a immagini della poesia tedesca a lui precedente (di secoli o di decenni non importa), ch’egli era un cultore severissimo della forma e del linguaggio, potrei dire ossessionato dal raggiungimento della perfezione stilistica: per Stefan George poesia e vita coincidevano in maniera totale.
Devo dire che da subito avevo rinunciato a una qualche resa delle rime, delle assonanze e delle consonanze che costituiscono una parte essenziale del testo gheorgheano: volevo dare vita a una traduzione al servizio del poeta, non sciatta né grigiamente letterale, ma fedele al testo e limpida nel suo approdo in italiano e che evitasse il ridicolo di rime forzate o ritmi innaturali – mi guidava l’esempio di Stefan George per primo, letteralmente innamorato della sua lingua e che, con un’opera così rigorosa dal punto di vista sia etico che artistico e ricca anche dal punto di vista lessicale, mi proponeva di compiere un tentativo simile da parte mia per la lingua italiana, un’occasione cioè di provare a costruire, con modestia e determinazione, un volume-cittadella nel quale fossero difese e riaffermate la ricchezza e la bellezza delle due lingue (l’italiana e la tedesca, qui affratellate) in opposizione alle offese quotidiane perpetrate a loro danno, specialmente poi in Italia nei confronti dell’Italiano. Inoltre avevo deciso di non intervenire su di un’altra peculiarità gheorgheana consistente nella rarefazione estrema dell’interpunzione, spessissimo ridotta a un segno inventato dal poeta stesso, vale a dire il punto · al mezzo del rigo, anche se ricorrono pure i due punti, il punto fermo e la lineetta, nonché il punto esclamativo e quello interrogativo, questi ultimi due sempre separati da una spaziatura rispetto all’ultima parola del periodo – sì, ché il poeta tedesco si era dato regole rigorose anche nell’aspetto tipografico del testo a stampa le quali divergevano da quelle in uso; si tratta insomma di una visione globale e aristocratica dell’opera poetica la quale consiste non solo di suono, lessico e sintassi, ma anche di bellezza ed eleganza tipografica (George inventa, tra l’altro, un carattere tipografico suo peculiare, la cosiddetta Stefan-George-Schrift, ch’egli impiegava anche nelle bellissime versioni manoscritte che faceva dei suoi testi per poi donarle agli amici più cari; e non si dimentichi che aveva eliminato le iniziali maiuscole dei sostantivi, fatta eccezione per l’inizio di ogni verso, i nomi propri o vocaboli cui intendeva dare un rilievo particolare, ma anche la virgola in alto o alcuni segni particolari di consonanti doppie costituiscono aspetti interessanti della questione).
Con lo scorrere dei giorni mi sembrava che andasse ad aumentare la mia familiarità col poeta, mi pareva di coglierne la voce peculiare in ogni libro eppure coerente nel costruire il suo mondo poetico ed espressivo; avvertivo anche che la disciplina impostami dal lavoro di traduzione e l’apprendistato concreto e diretto si riverberassero sul mio stesso lavoro di scrittura anche quando quest’ultimo non era rivolto alla traduzione.
Avevo inoltre (e da subito) deciso di stilare una prima versione a mano, servendomi di normali quaderni di scuola: scrivevo a penna, sfregiavo il testo con frecce, rimandi, punti esclamativi o interrogativi, mi annotavo più possibili rese dello stesso vocabolo, approdavo a una risoluzione che poi, magari, il giorno dopo cassavo; non fidandomi di me stesso cercavo, quando possibile, le traduzioni di un testo in francese, inglese, spagnolo, talvolta ho scovato anche traduzioni in portoghese, accorgendomi che poteva accadere che il medesimo verso fosse stato tradotto in maniera totalmente diversa in due o tre lingue, oppure trovavo conferma (o anche smentita) a una mia ipotesi di resa in italiano.
L’attraversamento dell’universo gheorgheano mi ha preso molti mesi, ma è diventato stringente e più rapido tra giugno e settembre, esaltandosi per una comprensione che mi appariva più profonda e catturante; scoprivo un poeta d’amore, un grande poeta d’amore, non un languido esteta, ma un fedele d’amore devoto all’essere amato, alla lingua tedesca, alla poesia e che nei libri che andavo traducendo dava forma a un ideale di nobiltà spirituale e artistica che fosse capace di opporsi alla volgarità montante; è vero, non sempre gradivo l’eccesso di decorativismo e il gusto tipicamente “decadente” per marmi, gioielli, colonne, profumi, per l’esotismo anche, ma imparavo ad ammirare la capacità della lingua e del ritmo nel suggerire le più difficili variazioni di colore (il come rendere i toni coloristici di George potrebbe essere argomento di un altro articolo) e di forma – poi anche in questo caso il cammino mi si era come illuminato, non saprei dire se gradualmente o di slancio, ma l’ambientazione di taluni libri (il Medioevo delle Saghe e i Canti, la Grecia antica nelle Pastorali, la Roma imperiale di Eliogabalo, l’Oriente nei Giardini pensili e così via) non aveva nulla di decorativo, rappresentando invece vari stadi nella progressione spirituale e artistica del Poeta; intercorrevano molti messaggi tra Marco Albertazzi e me, appena pronta la versione in file gliela mandavo non nascondendo dubbi e difficoltà, ma raccontandogli anche degli entusiasmi e dei progressi – penso anch’io che siamo, come mi ha detto Marco in una telefonata recente, due “pazzi” che (e in tal modo rispondo alle domande che mi ero posto all’inizio) rivolgono la propria avventura traduttoria a un pubblico forzatamente ristretto (forse molto ristretto), ma mi piace l’affermazione che Marco mi ha ripetuto spesso: egli suole usare l’espressione “quest’autore manca”, “quest’altro manca” e intende dire che di quell’autore o di quell’altro manca in Italia un’edizione che possa avvicinare i lettori di oggi e di domani a quel testo, a quello scrittore o poeta, a quella temperie culturale – manca, in Italia, la traduzione di tutta l’opera poetica gheorgheana e stiamo provando a metterla a disposizione del lettore italiano offrendo il testo originale vergato nella St.-G.-Schrift e la nostra proposta di traduzione che siamo pronti a rettificare nel caso ci venissero segnalati errori; inoltre “pazzi” lo siamo in tre, perché ritorno qui al ruolo fondamentale di Nanni Cagnone che ha revisionato l’intero mio lavoro di traduzione con una cura e una passione uniche ed entro tempi rapidissimi, dando ai testi da me tradotti la bellezza di un ritmo e di una lingua poetica che solo un vero poeta come lui sa creare, inserendo da parte sua segni d’interpunzione che regalano una scansione ritmica elegante e viva; so bene che Nanni non desidera si sappia del suo lavoro di revisione generale, ma il mio debito di gratitudine nei suoi confronti è inestinguibile.
E, forse, da quando a metà gennaio 2019 in poi sarà disponibile questo primo volume quasi nessuno se ne accorgerà o è anche possibile, mi suggeriva Marco Albertazzi, che qualcuno ci definirà reazionari o neofascisti, nostalgici o settari – questa pubblicazione giunge, invece, anche nel tentativo di superare pregiudizi e preconcetti, esercizio cui mi sono sottoposto per primo andando a scoprire un uomo che non accettava compromessi, che non si lasciò sedurre dalle profferte di Goebbels e che, fedele al proprio magistero spirituale e culturale, lasciò la Germania, che pure lo avrebbe onorato, per l’esilio in Svizzera, continuando a riconoscersi cosmopolita: molto belli sono, non a caso, i testi dedicati agli amici francesi, olandesi, inglesi e non si dimentichi che il cultore sapiente della lingua tedesca era poliglotta e riconosceva in Dante uno dei suoi maestri (ne tradusse anche parti della Commedia), faceva propria la lezione platonica dell’amore socratico, guardava con disprezzo alla volgarità e alla violenza dei totalitarismi, compreso il capitalismo dalle magnifiche sorti e progressive. Se è vero che i fratelli Von Stauffenberg furono suoi discepoli (e c’è chi sostiene che giunsero a progettare l’attentato contro Hitler anche in forza degli insegnamenti gheorgheani), è anche vero che il poeta rifiutava la dottrina razzista del regime e ne disprezzava apertamente la volgarità e la violenza e che per sottrarsi alle strumentalizzazione di cui erano oggetto certe sue idee lasciò la Germania (aveva sperato invece che proprio dalla Germania partisse un movimento di rinnovazione culturale e umana, idea che il Nazismo cercò di adottare a proprio uso e consumo) e che dette disposizione che la sua salma fosse inumata prima dell’arrivo delle autorità naziste.
Crediamo che ostinarsi a tradurre significhi sempre costruire un nuovo ponte tra le lingue, il che significa tra due culture e tra due storie.
E m’accingo ora a tradurre i libri successivi, quelli nei quali alto appare il magistero goethiano e dove il poeta esprimeva la sua avversione alla guerra, raffigurandosi un futuro possibile sotto la stella dell’arte e della cultura – tradurre è allora, in questo caso, anche costruire un ponte tra due epoche, lontane per un verso e vicine per un altro, assistendo al saldarsi tra una poesia colta e raffinata e un’esigenza profonda di umanità.

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21 pensieri riguardo “Il racconto di un’avventura (del tradurre)”

  1. Francesco carissimo, grazie – grazie per l’augurio (sarà un’impresa ancora più difficile di quella appena conclusa, ma ci provo) e grazie per lo sguardo profondo che hai voluto dedicare al mio articolo.
    Colgo l’occasione per ribadire quanto mi renda felice poter collaborare con la Dimora.

  2. .. pian piano mi sembrava di imprimermi come un piccolo carattere di stampa nelle pagine del libro. Oh, che passione!
    Io vorrò leggere questo libro senz’altro; per favore, se possibile, datemi notizia della sua uscita. Sempre Grazie.

  3. Non soltanto un articolo bello da leggere ma, anche, ha ragione Francesco, un mini-trattato sulla traduzione – quest’arte di ri-creare, di importanza pari a quella del creare, di fatto. Mi sono ritrovato pienamente in tutto ciò che scrivi, Antonio, in special modo nel penetrare a fondo (affondare?) nel testo madre e in tutto ciò che gli gira intorno: il mondo di chi lo scrive, chi lo scrive, chi lo vive. Nel fatto che ciò che traduciamo ci influenza. Di più. Modifica il nostro sentire e pensare poiché credo, fermamente, che una lingua fa proprio questo. Grazie, Antonio. Massimiliano.

    1. posso avere gentilmente la mail di Antonio direttamente? sono coinvoltain prima persona, nella traduzione, nella traduzione di George, che ho fatto per M de La Finestra ed anni fa, e nella poesia SPECIE COME DONO.

  4. Caro Antonio, sai che ti stimo molto, per quello che ho letto di tuo, e questo articolo poi mi colpisce perchè in prima persona mi sento coinvolta. Anche a me Albertazzi aveva anni fa proposto la traduzione integrale di George, e io l’ho fatta. La spedì poi lui a Cagnone e non ne seppi più nulla. Era anche stata revisionata da un tedesco di madrelingua, mio cugino da parte del mio ex marito, Andreas De Jong, e avevamo deciso recentemente di pubblicarla almeno in Rete. Nel mio blog ve ne sono sparuti esempi. SPERO SOLO CHE TU NE ABBIA AVUTO LA COPIA DA LORO. Ma senza accampare alcun diritto sono disponibilissima a spedirtela io! Lavorare per far dono, è una decisione presa nella mia infanzia, per cui per mantenermi studiai poi altro e lavorai, ma sempre mantenendo anche la doppia vita del pazzo poeta traduttore! ci tengo solo a vedere un minimo riconoscimento del fatto: che è un lavoro, se non pagato, pagato da me, in salute, tempo e a costo di tante rinunce. Auguri, mille auguri a chi dona qualcosa (un ritorno poi c’è comunque da me a me – come per tutti). Ti allego invece : qui: https://poesiainrete.com Interpretazione di Chiara Adezati DUINESER ELEGIEN bilingue che anche Francesco qui ha pubblicato ma senza il confronto pignolo e la versione originale dalle mie foto di Insel Verlag, che non sono mai state pubblicate nemmeno loro in testi di Rilke (con pessime versioni originali, al più).
    Il mio spazio in Rete, https://chiaraadezati.blogspot.it/ come dice anche la mia ultima carta di presentazione, intervista di Almerighi e Bragagnini: https://neobar.org/2018/11/30/intervista-con-le-domande-a-chiara-adezati-di-flavio-almerighi/#more-15182
    GRAZIE A CHI LEGGE, soprattutto, sempre.
    dr. Chiara Adezati

  5. e George, recentemente rivisto è qui, e in fondo al mio blog, lo trovi cliccando su Etichette, che uso come ascisse con i nomi degli autori.
    *
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/12/lanno-dellanima-das-jahr-der-seele-es.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/search/label/Stefan%20George
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/11/cosi-domandai-in-contemplazione.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/sempre-lui-sempre-loro-per-tema-senza.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/die-blume-die-ich-mir-am-fenster-hege.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/die-blume-die-ich-mir-am-fenster-hege.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/blaue-stunde-ora-azzurra.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/dopo-il-raccolto.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/dem-bist-du-kind-dem-freund-bambino-per.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2015/01/blog-post.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2014/11/cio-e-molto-bello-e-distruttivo-cit.html Dalla prefazione, cisono tutte anche loro.
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2014/10/teppich-des-leben-cuori-ridenti.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2014/09/titoli-e-dediche.html
    Lieder wie ich gerne ..
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2014/09/la-tua-magia-si-ruppe.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2014/09/destino-aspro-invenzione-invernale.html
    https://chiaraadezati.blogspot.com/2012/10/lanno-dellanima-danze-tristi-das-lied.html
    Perfetto, così ho un indice da spedire agli amici, anche io.
    Grazie anche a Francesco di voler pubblicare i miei “sobri” commenti, accorata e scorata… ciao.

  6. bastiancontrari riveduti! siamo. detto fra di noi, quindi lo pubblicherete subito, a questo punto parlo al plurale. Ci sono due miei commenti precedenti “in attesa di moderazione” : non facciamone una polemica e nemmeno un inutile battaglia con altrttanto inutile spargimento, che ce lo procura già la vita di suo. Ci terrei molto a veder qui pubblicato alMENO il primo dei due commenti. Ribloggo sul mio Blog, per quanto possa essere letto. Sempre con affetto.

  7. Gentile Chiara,
    che tu mi creda o no i commenti cui ti riferisci erano finiti “in moderazione” a differenza degli altri che sono stati pubblicati immediatamente quando li hai postati: non so spiegartene il perché, ma ti assicuro che non c’è stata alcuna malafede. Entro ora sul blog come amministratore e scopro sia i tuoi commenti, appunto, “in moderazione”, che quelli successivi – e ti rispondo immediatamente.
    Io so soltanto che mi è stata fatta la proposta di tradurre l’opera poetica di George e che ho accettato; le cose si sono svolte come racconto nell’articolo. Non so nulla di tutto quello che dici nei tuoi commenti.

    1. Ecco, basta mettere le carte in Tavola, mi basta e avanza! /(nel frattempo ho scritto e su fb e sul mio blog, che sia o no una concausa)
      Ti mando la traduzione di George tramite mail? Per confronto, se vuoi.
      musica: Don’t turn the table upon me – singer Sarah Vaughan

  8. confermo che Chiara Adezati ha detto la verità. E, se non sbaglio, una nota del libro L’esteta armato di Maurizio Serra accennava alla versione di Adezati come ad un libro in corso di pubblicazione. Era il 2015. Non so cosa sia accaduto dopo.

    1. infatti ai tempi Marco me lo chiese, se poteva citarmi, e ovviamente mi trovò consenziente, la vidi anche io quella quarta di copertina o sim.

  9. WordPress modera automaticamente tutti i commenti in queste circostanze: a) quando si posta per la prima volta; b) quando, pur avendo già postato dei commenti, si cambia IP; c) quando nel commento compaiono due o più link.

    Chiara, nei tuoi due commenti successivi al primo, di link ce n’è una marea. Qui nessuno ha mai censurato o moderato niente, quindi, prima di gridare a non so cosa, forse sarebbe meglio pensarci almeno un attimo.

    Si dà il caso poi che, per fortuna!, non stiamo davanti al computer tutta la giornata a sbloccare lo sbloccabile. E alla fin fine, fermo il diritto di ognuno di scrivere quello che vuole – preferibilmente sui testi che pubblichiamo – ci terremmo a che gli articoli e i commenti non diventino il protesto per sciorinare faccende personali: quelle si risolvono scrivendo privatamente agli interessati.

    fm

    1. giusto, e di giustizia non ce n’è su questa terra. sono solo le cose come stanno, i movimenti delle piccolissime particelle della fisica, in effetti ho un soprannome: M.me Muette e di me si sa ben poco, sia su fb che considero un fumetto (per questo non metto punteggiatura che in rarissimi casi) sia sul mio blog.

  10. Scusa Massimo, ma perché non scrivete direttamente a chi doveva pubblicare il libro? Qui c’è un articolo in cui Antonio parla di un autore che sta traducendo, dell’impostazione del suo lavoro e delle difficoltà incontrate. La discussione che sta venendo fuori, c’entra qualcosa con tutto ciò?

    1. grazie massimo, diciamo pure che anche tu sei stato parte in causa, per avermi presentato a Marco della casa editrice di Trento, volutamente ometto sempre qualcosa parlando di lui: infatti Dopo è solo accaduto che mi disse di aver passato il mio lavoro a Cagnone, perchè ottimo poeta, ne avrebbe curato il testo. Anche i due volumi con il testo originale in tedesco che Marco mi regalò, mi chiese poi di rispedirli a Cagnone. Sicchè io feci quanto mi fu richiesto e morta lì.
      caro fmrebstein, anche tu devi sapere, ma chi è interessato ad editori e traduttori anche. Sono cose che succedono al mondo. E io da grande farò la giornalista, ma sono testimonianze politiche. Ottimo anche Devicienti, ora mi scrive anche via mail, e tempo fa quel che più ho apprezzato di lui qui è entrato nel mio spazio in Rete. Non so se se ne sia accorto.

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