La gratuità dell’atto

L’assoluta gratuità dell’atto
Sebastiano Aglieco discute con Francesco Marotta di poesia e Rete

Nove anni fa…
(Il de profundis era già alle porte)

Nel lavoro di diffusione della poesia che stai facendo in Rete, mi sembra ci sia una specificità – o un’anomalia, dipende dai punti di vista. E cioè l’essere al di sopra del gusto, delle preferenze e delle somiglianze con la propria scrittura. Puoi confermare questa mia impressione?

Credo che la tua impressione sia giusta e che (specificità o anomalia, poco importa) dia la misura esatta di quello che è il mio intendimento di fondo: testimoniare (nei limiti delle mie possibilità, anche di gestione temporale dello spazio virtuale) la diversità di percorsi di scrittura oggi esistenti, siano essi allo stato nascente oppure il frutto di un lavoro già ampiamente consolidato e riconosciuto. Sono da sempre convinto, almeno da quando ho iniziato a scrivere testi in modo consapevole, che la poesia sia un corpo plurale la cui esistenza è definibile unicamente entro un orizzonte di sensi possibili, mai dati, sempre in fieri, praticamente inafferrabili, di intrinseca, sostanziale natura metamorfica; e che la formalizzazione, nei limiti e nelle strutture dell’opera compiuta, della materia poematica che si cerca di padroneggiare in quel corpo a corpo carnale, feroce, che è l’incontro con la pagina bianca, rappresenti non l’approdo, come avviene in tante scritture anche di buon livello, ma statiche, quanto l’inizio di un ulteriore segmento di percorso: un cammino che, per quel che mi riguarda, vedo refrattario a ogni quiete, ad ogni contemplazione più o meno autocompiaciuta del prodotto finito. La maniera – in definitiva: la morte della poesia – è l’istanza narcisizzante che stempera e ipostatizza (con la conseguente resa al calligrafismo – malattia senile anche di tanti giovani poeti) non solo il proprio profilo in uno sguardo pietrificato che abbaglia e illude unicamente se stessi, ma anche la stessa acqua nella quale ci si specchia: spogliata della sua tensione all’oltranza, svuotata della sua natura erratica, e ridotta a una confortevole dimora senza finestre, a simulacro vuoto dei paesaggi che non traverseremo.
Andare in cerca di ciò che ci somiglia, per farlo nostro e riconoscervi, con compiacimento, l’eco dei nostri passi o la misura delle nostre orme, sarebbe un esercizio ancora più inutile e vuoto del precedente, significherebbe nient’altro che aver sottratto all’acqua la forma dell’andare, cioè la sua ragione primaria di esistenza. Guidare la propria corrente (o lasciarsene guidare) ad osservare, magari, lo stesso paesaggio da altre rive, o fermarsi ad ascoltare, da sponde mai toccate, il suono increato della nostra stessa fonte: ecco, è questo che mi interessa, è in questo ascolto risonante che mi piace vagare, misurandomi con quanto in me cambia, nel silenzio che una parola altra mi porge liberamente, come un dono, come un’eredità, come un lascito che si fa legame.
A una ricerca dell’alterità così orientata, mi piace affiancare la (ri)proposizione di testi a loro modo esemplari, per dire (ma credo non siano in tanti ad ascoltare) che noi non inventiamo niente, che solo il confronto con una tradizione (passata o più recente) che ci vive, e che ci chiede, dimorandoci, unicamente di essere attraversata, può permetterci di fare qualcosa di diverso dal semplice imbrattare fogli e andare a capo, mentre scriviamo, prima della fine del rigo.

Questo atteggiamento di vasta portata e visione, in che modo può venire incontro al dibattito di questi anni sul senso del fare poesia oggi?

Credo che un vero dibattito sul senso del fare poesia oggi non sia mai veramente partito, dopo la cesura segnata dal rifluire e dissolversi di alcune esperienze, teoriche e di scrittura, alla fine degli anni Ottanta. Ma, sia chiaro: dicendo ciò, nulla voglio togliere a quelle poche esperienze significative (le conto sulle dita di una sola mano, e, allentando un po’ la presa e allargando il ventaglio, al massimo di due), individuali, in buona parte, o legate alle poche riviste di valore che resistono, che nel silenzio e nell’ombra portano avanti ancora adesso precise istanze di ricerca e di studio. E forse è proprio da lì che bisognerebbe ripartire, per rifondare, insieme al dibattito, gli statuti e gli strumenti di una critica a misura della costellazione di organismi plurali di cui dicevo. Su questa mappa possibile, io cerco di lasciare un piccolo segno, un indizio minimo: che non esprime giudizi, criteri di valore, né azzarda canonizzazioni, rotte, incroci, appartenenze: soltanto, attesta esistenze. Resta inteso che, per me, nessuna ricognizione sarà mai in grado di dare conto di qualcosa di veramente utile e duraturo, fino a quando non sarà ridefinito, a trecentosessanta gradi, l’orizzonte della poesia italiana degli ultimi trenta/quaranta anni; fino a quando non sarà data piena visibilità a tutte quelle scritture e quelle esperienze che hanno segnato un solco profondissimo nella prassi di due generazioni, a dispetto del riconoscimento ufficiale, delle antologizzazioni, delle consacrazioni accademiche. E’ un lavoro enorme, forse impossibile in questo momento storico caratterizzato dal profluvio di frammentati esibizionismi, in rete e su carta, ma è un lavoro da fare. Assolutamente.

Esiste, a tuo avviso, una relazione tra un’intensificazione del fare poesia e la facilità di fruizione dei mezzi di comunicazione (internet, soprattutto)?

Sì, esiste sicuramente, ed anche abbastanza forte, ma non credo che la relazione sia indice di un accresciuto valore delle produzioni, non solo poetiche. Internet, in modo particolare, sta sicuramente avendo un ruolo fondamentale nella diffusione della poesia, nella scoperta di importanti esperienze, di percorsi che altrimenti sarebbero rimasti pressoché sconosciuti e inaccessibili; sta dando visibilità a tanti autori di valore, permettendo, nel contempo, le prime ricognizioni critiche ad ampio raggio all’interno di un panorama che diventa di giorno in giorno sempre più esteso e articolato e, per ciò stesso, più confuso; ma c’è anche il rovescio della medaglia, ed è un risvolto che, lasciato alle logiche di una indiscriminata proliferazione dell’offerta, senza nessun argine critico, finisce per inficiare, fino a sterilizzarli, i tanti aspetti positivi di cui si può dar conto, non ultimo quello della possibilità di reperire facilmente testi altrimenti inavvicinabili. Il rischio è quello di un dilettantismo diffuso che tende a farsi sistema, la mancanza di rigore, la convinzione, che vedo ingenerarsi in tanti, purtroppo, che basta aver pubblicato qualcosa in rete o una plaquette di dieci testi per essere poeta, l’abbandono di ogni ipotesi di studio, di ogni necessità e urgenza di conoscenza, di confronto, di apertura alla pluralità dei percorsi, l’ignoranza di ciò che si muove, da anni, nel panorama internazionale, il plagio più o meno diffuso, vista la quantità di materiali di cui chiunque può entrare in possesso. E questo è deprimente; così come risulta oltremodo sconfortante, in alcuni contesti o occasioni di dialogo, vedere con quanta facilità passino, quasi come un vanto e un segno distintivo, la presunzione della propria unicità, che non esiste, da una parte, e il disconoscimento del valore di alcuni autori e di alcune opere.

(in “Carte nel vento”, gennaio 2010, anno VII, n. 11)

2 pensieri riguardo “La gratuità dell’atto”

  1. Buona parte, anzi più o meno tutto di questo articolo/intervista è un’analisi lucida e spietata dei danni fatti dalla rete al corpo già esausto della poesia. L’occasione non è stata colta, la rete poteva davvero dare un nuovo impulso al mondo della poesia. Non fosse stato che, per gratuità e democrazia della rete, si sia inteso riportare su web i classici difetti del mondo poetico italiano, dilettanti che si credono Dante e più autori che lettori.

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