Anatomie comperate

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Gabriella Montanari
Anatomie comperate
Torino, WhiteFly Press
Vague edizioni, 2018

E dunque siamo ancora all’interno di cortesie stagionali, con frenati propositi e preposizioni tempestive sulla vita romantica delle tribù e dei singoli appartenenti. Stagionali sentimenti e risentimenti lungo filari risoluti nel ricordare essenze e carnalità di prima scelta. E che doveri di pensiero, trattando nettari e polpe! Gabriella Montanari vorrebbe mantenersi accanto alle lucciole ma la sua scrittura la trasporta inevitabilmente dove i sogni risentono della presenza di filari e vino. Quella scrittura che riconosciamo, signorile di vocabolario e ibridamente affettuosa verso Bataille, con tocco sorgivo di Bardot. Non si lascia storicizzare, ha bisogno di una cucina ben fornita di pentole e padelle, desidera ardentemente cucinare senza perdere d’occhio la bellezza femminile e l’incoscienza maschile. Sarebbe inadeguato definire “selvaggia” questa raccolta, a meno che non la s’intenda come l’elegante scostumatezza dell’Arbasino sudamericano. Ci sono ineguaglianze a insaporire tutto il libro, sviluppi screanzati di storie e racconti sempre sull’orlo di un’esposizione biblica. Proverbi e salmi, per intenderci. Della più proibita zona ai piani alti della biblioteca. Se non fosse che Montanari diffonde, con una certa magnanimità, consigli diurni e sveglie notturne a protezione d’incubi, e surrealistiche storie d’amore (Nadja di Breton insegni). La parola inizia sempre con il suo lato pornografico, ma intanto si trastulla con garbate maniere. Proprio questo diffonde Anatomie comperate, dove i crimini stanno sotto i bikini all’uncinetto e la salvezza sta nel chiudere in forziere tutti gli attrezzi. È il fianco ecologico del libro, la sostanziale ricchezza dei vocaboli, altrove alquanto rara e inesperta. Nessun revival o letture da cocktail bar, ma turbolenti mini vortici in ogni pagina. Soltanto i competenti potranno sorridere, qui c’è tutto tranne che i trucchetti disadorni dell’attualità poetica. Manciate di witz salvaguardano da acquazzoni e da inviti ornamentali di torme dedite a perniciose stupidaggini poetiche. E dunque le parti del libro sono lobi resistenti e sbarre intralcianti i trovarobe. La copiosa schiera di attrezzi arcani e voluttuosi penetrano quanto basta perché si possa ancora dire che la poesia sia perfida e tormentosa, succulenta e rugosa, tirannica e titanica, ispirata, commemorativa o cosmologica: tanto non ce la farà mai a rinverdire i fasti di una vita, a essere vita almeno come minuscolo e didascalico replay.

 

Testi

 

SCOMPENSI

Malvage sono le supernove
quando espellono gli anni scaduti.
Le unghie febbrili dell’analisi
insinuano che i padri graffino per difesa.

Le metafore lasciano lividi
che il poeta scambia per dipinti.
«Parli strano, bambina.
Ti hanno munta stamattina?»

Ricordo incubi spezzati
per mancanza di spiccioli
o eccesso di carillons.

Ho coltivato fiabe sul ciglio di un incesto.
Solo le parole violate sopravvivono all’usura,

digitale è il segno, la cura.

 

RIGOR

Un tempo bastava una merenda di neve e saba
per sfamare i dissapori di casa.
Ora gli inverni neanche immaginano
la timidezza del gelo.
Boreale è il tramonto
di un pretesto chiamato amore.

Suonano il rondò delle stagioni,
i fiocchi mi accarezzano poi muoiono.

Il setto nasale occluso da una carota.
Ma neanche i passeri ridono,
Natale sarà un pupazzo di terza mano.

 

SPINE DORSALI

Ho visto amici
profanare tombe a San Michele
spartirsi l’ultima lumaca nel piatto
scambiarsi alibi da fedifraghi.
Li ho uditi rinnegarsi trenta volte
per un tozzo di sottana in via di Ripetta.

Ne ho visti aggirarsi tra le vertebre,
perdere il cammino e trovare la mia mollica.
Quando la grandine minacciava la gemma
la loro pelle di flanella
suggeriva ai miei brividi l’abbandono.

Poi li ho persi, per una svista.
Per quella maledizione
che ci riempie la bocca di ma sì, sì, dopo.

Dopo, però, è solo la lisca.

 

LA SPECIE

Un giorno,
– quello della vita al contrario –
mi concepirete tre volte.
Sarà una notte di luna in ammollo,
regnerà la mandragora
gli umani verranno a patti con l’inutilità.
Mi sarete padri e madre
senza l’onere della continuità.

Intanto vi guardo
dal balcone degli anni di luce
diventare stelle avide di cosmo,
pianeti non più attratti da me.
Vi offro un palmo, l’unica premura che so.

 

ARIETE II

Nel tuo groviglio
di galeoni e astronavi
vige la legge onnipotente
dei tempi buoni, delle merende.
Sei angelico quando mi respingi.

Tu che sventri orsetti
per ritrovare il filo, il buco caldo.
Il tuo biondo che tira alla senape
la rabbia con cui mastichi il seno.
Sei morbido quando mi rinneghi.

Imperi sulle mie terre romano-galliche
come un sole di razza
a cui rivolgersi in silenzio.
Sei me quando ti smarrisci.

Io evado al buio, come le quaglie.

 

CONCEPIMENTO

A dorso di treno
corriamo verso i figli,
il ghiaccio alle spalle, i vetri lucidi.

Finiremo come siamo iniziati,
involontari e inevitabili.
Più scarabei che sterco.

L’africano di fronte è al suo quarto caco mela.
Suda gemme di sicomoro.
Io torno madre a tutti gli effetti di polpa,
ricomincio da dove finiscono i viaggi.

 

CAVITÀ ABITATIVE

Ai ragni ho spazzato via i palazzi.
Ora imprecano sul cemento,
furie corvine cadute dai centrini.

Abbiamo l’odore della tana che meritiamo.
I libri per mattoni, le tegole di cimeli.

Si divorzia da un amore, non dalle sue tinte.

Intingo le zampe
in uno dei tanti profumi pasquali.
Il sacrificio è senza lancia, la croce di cioccolato.

Satie tra i muri. Le chiazze sul divano.
Il ritmo di tu che godi e scemi.

 

CRISTALLINO E CARATI

Sento che le tue iridi mi sfogliano,
cercano radici, non sanno cosa trovare.
Scusami, ma io ho occhi solo per un roseto inventato.

Spentisi i cortei di grilli e satelliti
restano le eclissi delle sere da divano.
Dormono i profumi, s’accasciano le fresie.

Offrimi forbici e vetri affumicati
infilami Saturno all’anulare,
odio uccidere le parole, è immorale.

Siamo fatti di clima e sviste.
Duriamo solo se concimati.

 

PERIPLO INTESTINALE

Ti telefono tra un paio di oceani
quando tu sarai plancton e io balena confusa.

Alla sagra dei souvenir inabissati
servono relitti a scottadito.
Facevamo bolle di persone.
Contavamo meno di un teschio.

Ora il faro osserva il guardiano stanco,
una luce dolorosa ci guida.
Sto in quel silenzio in cui ogni nota è possibile,
una caravella esclusa dal destino dei venti.

M’illudo, come il fiume, d’esser mare
con omertà
per l’incesto salmastro.

 

IBRIDI

Le genti di confine
sono pesci di terra e selvaggina di mare,
mimetiche negli intingoli e negli accenti.
Chiesa, municipio, bar.
Acquasantiere di crodino, compagni di polenta.
Le ragazzotte irsute
con la zolla sotto il tacco
hanno seni ondivaghi e capezzoli da spremitura.
Portano i pensieri al frantoio all’angolo.
Damigiane d’idee, damigelle restie al reggicalze.

In paese grigliano radici e identità,
m’invitano al tavolo
dei senza fissa storia.

 

ORIZZONTE CEREBRALE

Sulla stanchezza dei manghi africani,
appesi all’equatore come lanterne di luce e buccia,
scivola la fame dei vampiri, atterra il guano del sole.

Al caldo
gli anni hanno rughe più indulgenti
i destini collezionano occasioni perdute.
La neve. La neve è miraggio, la neve.

Il vento porta opercoli ai capelli
e loro cedono il vigore per una gavotta.

Danza nel plasma, dio nei muscoli.

Affittiamo piroghe
per sfidare dell’oceano
l’immoralità,

l’orgoglio.

 

GIOVANI CORPI CALLOSI

A stendersi
ci si guadagna in altezza di orizzonti
e profondità di pause.
I pensieri dei pescatori sono bolle di risacca.
Corallo in cambio di spaghetti importati.

Sotto i baobab
– guardiani del pane delle scimmie –
ogni sgarbo di pioggia è pianto primitivo,
anello di fede mancante.

L’ibisco lo si beve secco, ammantato di menta.
Aspro di soprusi e sconti pretesi.

Ai rintocchi del pipistrello rispondono
l’astro che cala dietro il filo spinato
il vapore del foufou
la telecamera spia
i bambini
i bambini che sanno ridere di niente
i corvi famelici
la noia dei borghesi
poi finalmente la notte
santa
di chimica e via lattea.

10 pensieri riguardo “Anatomie comperate”

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