Vulnera

Giovan Battista Mazzucco

Vulnera

(da qui)

ci vuole la luce violenta di un rogo
per accostare l’abisso di volti che migrano
immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi
liberare le tue labbra dal gelo
madre che parli l’infanzia dei giorni

come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio

*

dove macerano tracce e l’abisso
è radice di ore lo scarto svelato
tra il crepuscolo e un’assenza
disattesa di voci dove scopri
sgraziato e distratto
tutto il credito di una piccola morte
l’orizzonte che regge la scia
di astri vanescenti e la tua mano
che ne traghetta il lutto
verso il largo

*

avanzi verso un mare inaccessibile
e la sera ti impiglia nello sguardo un diluvio
di sillabe l’onda franata sotto i passi
e quel tempo di amare che ha l’ombra
quando ne invochi il morso vivo
dove trovare riparo

*

è un percorso che si rivela in squarci
e argini disparenti al primo soffio
un affluente da riconoscere dall’alto
dalle torri del giorno se
nel lontano vigila un dissestato
teatro di corpi e alla chiusa
le sillabe raccogli che la mano nasconde
prima di cedere sotto la sferza
di un lampo
alla cecità di dare ancora un nome

*

alla curva del vento
slarga foglie e rotaie l’assenza di cielo
e labbra a distesa dall’altra parte
dell’acqua si pensa un paesaggio
grande quanto una mano lungo
fino a sfiorare i capelli con la dolcezza
verde della sabbia si pensa la terra
divisa in pagine leggere e uno sguardo
luminoso di bambina
piantato tra le zolle come una spina
come una sillaba
come un’attesa

*

dal largo
sopraggiunta da un chiarore incurabile
svapora memorie come umori d’erba
accesa dai roghi dell’inverno
nuota verso la parete la mano
legge l’aspro sapore di fumo
di una foto ingiallita quell’unico dolore
di avere ancora suoni
per l’orecchio murato dei morti

*

fossero simili a foglie
che si combinano in fuochi
di caduta le vigili inudibili parole
cresciute tra labbra e desiderio
oppure grida che colmano
tutta la distanza di un ricordo
e poi acqua che fascia il viso
dei morti quando fa buio
anche la pelle e l’occhio
soffoca di essere visione
solo una maglia slabbrata
uno squarcio nella rete del tempo
incurabile misura del guardare

*

raccogli le foglie purpuree
che la sera conclude le foglie
sospinte nel vuoto lunare
scomposte esibite esplose
da un vincolo d’ombre ecco il tempo
che ci respira nei trascorsi
di un albero nel parto nel nome
nelle voci alla fonda negli occhi
nella traccia di vento
del nostro svanire all’approdo

*

nessun presagio
solo un fremito di ebbra insidia
ripensando l’orlo franato
del calice il pungolo inquieto
che fosse visibile sostanza
l’urlo tracimato del sole il nero
di luce che tradisce le dita
così sciama in rivoli d’insonnia
l’immagine a cui la mano aggiunge
il taglio e l’ombra e dentro l’ombra
il segno che racconta un corpo
dove il mattino è scritto
in piaghe e croci dove il farmaco
pietoso rovesciato intorno
era cedimento d’argine e labirinto
di voci appare ora al tatto

*

correggi la luce
che si aggroviglia e confonde
senza dimora e indovini
in un fiotto di polvere il corpo
la bocca l’informe respiro
che porta ancora il tuo nome
chi ti conobbe consumata di sere
esitante del vivere
stringe nel pugno il tempo
di un fiore di neve l’impronta
di un seme ritornato per sempre
alle terre pellegrine dell’aria

*

di notte ti protegge il ricordo
di una casa in piena luce il labbro
stretto in un suo silenzio e il corpo
che quasi cede su un fianco
senza impurità senza più sogni
ma sono attimi che ti riguardano
come l’acqua un sasso
immobile nel suo deserto
azzurro privo di varchi
come la voce fulminata in gola
la misura esatta del respiro
ora che l’attesa pare una specie
di vento la curva che gli occhi fanno
nel dolore

*

si perde in sabbiose minuzie
in un vociare stento di clausura
che non basta la vita a definirne
il senso la grammatica visibile
dell’esistente eppure quanta anagrafica
purezza cova l’imperfezione
che rileggi materna lo sghembo
tenace ornamento che ricopre
a malapena la lesione del ventre
la cicatrice sepolta nel bianco
del foglio lo smorire dell’orma
l’inganno senza memoria della riva

*

sorprendersi nel novero delle ombre
nell’eco che ci volge
al discorrere quieto delle siepi
in tutto quanto va a morte
tra sostanze destinate oscure
e nel folto intuire la traccia
di ciò che ci precede senza parole
di ciò che si mostra senza lasciare
traccia

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