Breve saggio sul saggio

Avrei potuto titolare “breve saggio sulla felicità di scrivere saggi”, ma il titolo apparentemente tautologico e quasi claustrofobico mi serve per costruire un testo che, invece, suggerisca quanto necessario sia comporre un saggio che non abbia una tesi già precostituita da sostenere, ma che, appunto, saggi varie direzioni, riuscendo a diventare felice proprio nel momento (o nei momenti) in cui la scrittura è atto di scoperta, incanalandosi verso orizzonti poco prima inaspettati e insospettati.


C’è disperato bisogno d’una mobilità e d’una libertà del pensiero, d’una migrazione continua del pensiero da un territorio all’altro e, migrando, il saggio si sottrae al dominio del pensiero unico, attiva dentro di sé gli anticorpi naturali contro l’accademismo, il conformismo, il dogmatismo – il fascismo.
Si possono scrivere saggi solo camminando e viaggiando, solo mutando continuamente orizzonte, cercando connessioni anche lontane, mai fidandosi delle proprie certezze le quali, spesso, sono invece dei pre-giudizi che, saggiati, debbono poi perdere valore per condurre la mente a quella libertà (talvolta anche spregiudicatezza) di visione necessitata da un camminare saggistico non fine a sé stesso, ma conoscitivo.
Necessitata libertà: ecco, in quest’apparente ossimoro riconosco la nobiltà e l’efficacia del pensiero umano che esige una libertà non già precostituita e data, da conquistare e riaffermare, quindi, e, in ogni caso, necessitata dalla stessa natura dell’atto del saggiare il quale ultimo sarebbe, altrimenti, fatto puramente formale e nato già morto.
Il saggio quale lo vado esercitando su queste pagine è scrittura che parte dal desiderio di sviluppare un tema e che, quindi, va distendendosi sul foglio parola dopo parola, anche godendo del piacere di articolare le proposizioni, di scegliere i vocaboli, di architettare la sintassi secondo pesi e contrappesi, per variazioni e rimandi.
Quando do avvio a un “breve saggio” non so mai dove andrò a concludere, ma mi affido a un camminare sui sentieri della scrittura, ho fede nella forza associativa, analogica, inventiva delle parole, seguo concatenazioni tra luoghi, testi, ricordi, musiche…
La felicità del comporre un saggio risiede sia nella sua riuscita sia, semplicemente, nella gioia ch’esso può dare al suo estensore e al suo lettore anche per quello svincolarsi da generi specifici e nella sua migranza, piegandosi a molteplici metamorfosi. Il saggio nega, per sua stessa natura, ogni forma di monoteismo e di autoritarismo, è consustanzialmente eretico, discolo, incline alla sensualità e al paganesimo, al dubbio (ma non sterile né nichilista), all’ironia.
Il saggio come qui l’intendo è l’atto d’amore di Don Giovanni per il mondo (non conquista – lasciamo il catalogo a Leporello, il servo che banalizza e non comprende – ma amore e curiosità), il suo musicale corteggiare il mondo prima che la morte, l’ineludibile, chiuda il sipario, spenga le luci.

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