Quadri clinici

Credo che non sia possibile, e forse nemmeno auspicabile, in un panorama letterario frastagliato come quello attuale, fermarsi a una diagnosi unica sullo stato di salute della poesia italiana: quale che sia il bollettino che potrà mai emergere dall’analisi, il quadro clinico di cui pretenderà in qualche modo di dar conto risulterà sempre parziale, dipendendo e variando a seconda del punto di osservazione e di auscultazione che si sceglie, in primo luogo, e poi dagli strumenti e dagli indicatori che si utilizzano. Mettendo da parte, per quel che mi riguarda, la poca, e in genere pessima, poesia (ancora) pubblicata dall’editoria mainstream, dai suoi satelliti e dalle sue propaggini, riviste clientelari e pseudo-studiosi al soldo compresi; saltando a piè pari l’immonda palude delle produzioni, recensioni e prefazioni all inclusive, dell’editoria a pagamento e dei criticonzoli dozzinali che la alimentano (qualche rara eccezione non fa che confermare l’oscenità e la miseria assoluta del panorama); ebbene, penso che il paesaggio poetico “ch’è del rimanente” presenti ampie zone di fioritura rigogliosa che andrebbero debitamente (id est: criticamente) esplorate, catalogate e tutelate prima di essere sommerse definitivamente dalla vertiginosa crescita di una vegetazione parassitaria di riporto, che si alimenta a dismisura del fertilizzante offerto in quantità illimitate dalla rete, dalla facilità di accesso ai suoi supporti e dalla immediata visibilità, ben oltre i limiti di qualsiasi patologia bulimica definibile e circoscrivibile, che sembra essere diventata il fine ultimo di questo tipo di comunicazione. Fuor di metafore e di similitudini di stampo agricolo e agronomico: 1) la migliore poesia italiana contemporanea degli ultimi quindici-venti anni oggi si trova in rete, con modalità di stesura diretta in loco o di provenienza esterna poco importa; 2) è possibile leggere (e, volendo, studiare) un buon numero di scritture di alto livello, alcune anche eccellenti, che rendono la produzione attuale non inferiore, quanto a peso specifico complessivo, a quella del secolo precedente; 3) la mancanza di ricognizioni e di studi critici adeguati su queste poetiche, se da un lato ne accentua la solitudine, la marginalità rispetto all’indifferenziato e all’omogeneizzato imperante e la prossimità all’oblio, dall’altro, paradossalmente, ne sancisce il valore e l’unicità, in uno con l’attestazione della palese impotenza della critica ufficiale accademica a ridefinire i suoi ormai più che obsoleti strumenti di analisi e le sue quasi del tutto inutilizzabili e sterili categorie concettuali.

Ma esiste davvero un’editoria poetica in Italia? Cioè: esiste un mercato del libro di poesia? Ho dei fortissimi dubbi al riguardo. Il mercato, quale che sia, lo crea prima di tutto la “domanda” – esattamente il segmento che manca, inesistente o quasi anche per precise scelte politico-culturali, da una parte, e per sostanziale disinteresse dall’altro. Le grandi case editrici investono poco o niente nel settore, e quel poco o niente serve a far passare opere praticamente “inoffensive”, che non scalfiscono, né mai potrebbero, uno status quo già di per sé “geneticamente” refrattario alla “ricerca”, impermeabile al meticciato e alla commistione di stili, sordo nei confronti della sperimentazione e dell’intersezione di linguaggi, campi del sapere e specifiche creatività settoriali; oppure serve ad accontentare quei direttori di collana che devono “piazzare” in qualche modo i loro pupilli, creare cerchie più o meno elette di adepti, spartirsi i premi letterari più prestigiosi (e remunerativi), avvalorare col “marchio” di collane ben altrimenti degne, in altri tempi e in altre mani, canoni e poetiche che hanno la consistenza esatta del fumo in presenza del vento. Giocando sul filo di un’ipotetica “possibilità” nel campo (ancora più irreale, se mi calo nei panni di un “editore puro”), formerei un gruppo di lavoro, con collaboratori di diverso orientamento, cultura e sensibilità, finalizzato a perlustrare l’intero panorama della produzione poetica (pescando soprattutto dalla rete), in modo da avere ogni anno quei venti-trenta titoli capaci di dare conto di ciò che concretamente si muove, al di qua e al di là degli sbarramenti di genere, delle chiusure pregiudiziali, delle conventicole più o meno grandi e consolidate, che dettano, o vorrebbero imporre, legge e ordine, canoni ed esclusioni. Il discrimine: la qualità della scrittura, la presenza di poetiche in atto di cui sia facilmente riconoscibile la cifra stilistica. Per il resto, se mi guardo attorno, penso che la stragrande maggioranza dei poeti non si aspetti altro che vedere il proprio nome in un catalogo piuttosto che in un altro. L’importante è esserci, a quanto pare, e tutti si stanno attrezzando alla bisogna: mai farsi trovare impreparati, si rischia di perdere il turno, il giro di danza al gran ballo del nulla. Ecco, so già che questa maggioranza difficilmente potrebbe costituire, per me, un terreno da perlustrare…

Queste considerazioni, molto probabilmente, sono solo un modo per mandare in archivio una stagione definitivamente tramontata: il lavoro da fare, oggi, scrittura e traduzione in primo luogo, non può esimersi da una riflessione seria, profonda, sull’invito che Antonio Devicienti si rivolge -e ci rivolge.

“Abbandonare la scrittura in versi e transitare verso altra textura di forme e pensieri.
Vale la pena provarci: nella molteplicità delle forme sta la bellezza dell’esistere – costringersi dentro la sola scrittura in versi significa amputare la mente di arti, spegnere lo slancio che s’apre in molteplici direzioni.
Portare dunque al silenzio la scrittura in versi, docilmente acconsentire al suo transitare in altre forme, lungo altri sentieri.”

(Fonte immagini: Benedetta Bonichi)

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11 pensieri riguardo “Quadri clinici”

  1. Ti ascolto, Francesco. Vi ascolto, Antonio. Condivido il vostro malessere. Credo che oggi non possa esistere solo la scrittura in versi e siano necessarie diverse textures. Da tempo io credo, in estrema solitudine, che lo scrittore debba tornare a essere un nodo in cui passano forme diverse, dal microraacconto al frammento poetico ai versi alla riflessione estetica-filosofica alla necessità della ri-traduzione. Ma non credo occorra deporre soltanto un abito ma indossarne molti e diversi, per poi scoprire la propria personale nudità. Buon anno a entrambi. Marco E.

  2. condivido la riflessione di Marco Ercolani. Le decisioni drastiche e assolute non fanno per me. Ma la ricerca a migliorare o a cercare nuovi sbocchi, nuovi modi e maniere, si ,sempre anche attraversando momenti nichilistici di smarrimento e afasia.
    AUGURI SPECIALI a Francesco e Antonio con tanto affetto per un 2019 splendente di…meraviglie!

  3. Vi seguo con rinnovata curiosità e affetto. Concordo sulle osservazioni dell’articolo. Auguri di buon anno a Francesco, Antonio e ai più fedeli lettori della Dimora.

  4. il potere, quello che prevarica, esiste in ogni luogo, credo che ci tocchi prenderne atto. anche nella ‘poesia’ ufficiale c’è questa attitudine di controllo e di comando. certo c’è poi l’altra poesia, quella dei senza tetto e senza nome, e lì molte volte si trovano nefandezze ma anche momenti di puro slancio dell’umano che si riconosce umano nel verso o nelle scritture dalle tipologie più svariate. ecco allora però che non dobbiamo dimenticarci che né noi né loro, quando non ci saremo più saremo seguiti dalle nostre scritture.

    un abbraccio

    ps:
    mi permetto rimandarvi all’ultimo numero de L’area di Broca (che potrebbe essere interessante in tal senso)

    http://www.emt.it/broca/broca107/broca107.pdf

  5. non ti dico “condivido” sarebbe troppo scontato, sì, sono d’accordo, specialmente quando parli di solitudine di certa buona poesia. La rete è capace di custodire alta poesia, così come pugnalarla come solo essa sa fare

  6. .. poi ti capita di leggere una poesia che ti apre il cuore e la mente e allora ti dici che no, nonostante tutto la poesia non è ancora morta e mai potrà esserlo.
    .. e poi leggi di persone che percorrono centinaia di km a piedi solo per testimoniare un ideale, e allora pensi che la poesia è ancora ovunque e nel vento ha i suoi mille suoni che aspettano solo di essere ascoltati.
    Questo penso mentre leggo il bell’articolo di Marotta che, piuttosto di morte, mi sembra un messaggio di vita della Poesia.
    Scusate le mie fantasie, il tutto per dire che trovo molto interessante e salutare la proposta di Devicienti di scoprire forme nuove di “dire” Poesia, e concordo con Ercolani quando sostiene la necessità di dare abiti nuovi e molteplici alla Poesia senza toglierle il suo in versi.
    Fate che sia, questa l’unica richiesta di una lettrice, nonché cittadina di un mondo sempre più nudo di Poesia.
    Approfitto di questo cortese spazio per augurare a tutti voi un Buon Anno.

  7. Un caro saluto ai lettori della “Dimora” e a chi ha commentato; in realtà la riflessione che Francesco Marotta ha così generosamente ripreso è nata da una riflessione sulla mia personale ricerca sia esistenziale che di scrittura (per me i due versanti coincidono totalmente); sono giunto a un momento in cui scrivere in versi non mi basta più e, nello stesso tempo, ho visto diminuire il mio interesse per molte altre scritture in versi, anche per le ragioni che Francesco ha così bene evidenziato – sintomo chiaro è stata la diminuzione esponenziale dei miei interventi cosiddetti “critici” su pubblicazioni recenti e recentissime. Avverto il bisogno per me come autore, ma anche come lettore, di nuove strade, in special modo in questo frangente storico i cui disastri sono sotto i nostri occhi. Mi rifiuto di essere un poetino dall’animo sensibile che reciti la sua parte su di un palcoscenico fasullo, complice quindi di quanto sta accadendo.

  8. La solitudine è una strada a cui è destinato ogni bravo scrittore di versi, soprattutto che non accetti quel che lo circonda. Pubblicare in Italia oggi è una barzelletta; se opti per l’auto pubblicazione in Italia, anche se ti hanno detto bravo per sette libri, vieni messo nel lazzaretto; se proponi una scrittura differente ti dicono che sei troppo estera per l’Italia e non investono su di te…l’italia è un paese di giocattolai, nulla di più. Persino gli “amici” se dici loro quello che pensi, ti scansano e mutano il pensiero sulla tua poesia che fino a venti secondi prima stimavano…Allora, sia benedetta la solitudine e qualche buona riflessione, come accade qui.

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