La logica delle falene

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Pino Corbo
La logica delle falene
Faloppio (CO), Lietocolle, 2018

Pino Corbo torna da impervi anni, dopo la raccolta In canto pubblicata nel 1995 con evocatrice e appropriata prefazione di Giancarlo Pontiggia. Impervi per la poesia e la società, dove le dimensioni sono state invase da un’onda nera di dogmatismo sparso ovunque, dalla letteratura alla politica, dalla critica di fallibile sostanza alla poesia di smodata inconsistenza. Corbo, tanto per intenderci, è stato redattore di “Inonija”, rivista oltremodo consapevole dei tempi e uscita con dieci numeri alla fine degli anni ’80. Da allora la sua parola è proseguita con “intensa” levità su riviste attente come “Il rosso e il nero” e “Capoverso”, per giungere al presente con sobria misura di versi accompagnati da risolute narrazioni critiche. Come, per fornirne un esempio, il saggio su Pasolini del 1996, ristampato nel 2015. Oggi viene pubblicata la raccolta La logica delle falene, libro dove il tempo è partecipe di un fruttuoso divenire esistenziale arreso all’attesa. Attesa della parola che prospetti la realtà, che metta a fuoco le tattiche di sopravvivenza sul bordo dei fuochi ardenti, vampe che già attraversavano l’interezza dello spazio poetico di In canto. I capitoli del nuovo libro fanno ben intendere quanto Corbo abbia lavorato su decisioni espressive ancorate saldamente ai valori funzionali (e alle perdite) della vita. Il suo “romanzo dei versi” non lascia spazio a equivoci o automatismi privi di rigore: ogni sezione è un avanzamento, anche propedeutico, verso la verità della conoscenza, dove le cose sono affrontate e definite con precisione millimetrica. Affermazioni aforistiche sono sempre a un passo, ma di lato, al fianco, come se l’autore non volesse corteggiarle troppo. Il carattere dell’uomo, qui e altrove, si rivela spoglio di smanie d’originalità, Corbo possiede l’arte di una composta riservatezza, affine a calma e precisione, mentre la verità è seguita tenendo costantemente aperte le soglie della percezione. Tutto, tranne l’isolamento, conforta la realtà animata nel groviglio dei rischi, e la gentile offerta di poesia contrasta la vanità sempre sul punto di attaccare le migliori intenzioni. Col passare degli anni il quieto patteggiare col mondo rivendica le sue origini discordi, i versi sostengono poetica (l’acutezza formale della “biologia” analizzata da Giudici?) e contraltari domestici benché mai racchiusi in fortezze prive di spiragli. Ci sono dimensioni umane, e anche ombre, entranti nel libro attraverso l’occhio che si riconosce impavido. Un padre dal cuore rotto, una madre ancora padrona del sangue del figlio, poeti diventati invisibili per morte o consunzione, “vite nascoste” come essenza ancor prima di mutarsi in fantasmi, angoli metafisici, cambiamenti di stagioni, dediche di amicizia e perdita, e il continuo ineffabile interrogarsi sullo scrivere versi, sul perché a essi sotteso, nei lampi che le parole rivelano in squarci improvvisi. La logica delle falene costituisce la profondità di una solitudine “affollata”: da un canale privato, ancor più segreto, sfocia dentro una generazione poetica che raramente riconosce i padri giusti, un affollamento che preordina quanto gli comoda nel confine del basico orizzonte, mancando di azzardare svolte necessarie. Corbo sa trovare e ritrovare la poesia degli anni, rischia di trasformarsi in un classico, e prima che ciò accada definisce una poetica a cui ci sentiamo di aderire: fuori dall’imprudenza di internet “chi conosce il mondo / da sessant’anni e più / non ha crisi di parole: / i sogni riempiono / d’altre insicurezze / i vuoti delle bocche / e degli spazi in attesa // tutto sembra così eterno / tranne le voci”.

 

Testi

 

Voci

Le grida di mio padre
quando gli si spezzava il cuore…

il sonno silenzioso
di mia madre…

Tornavo sempre da mia madre
ormai da tempo non la vedo,
la sento
come da una finestra chiusa.

 

Alla mia musa

In fondo, perpetuando il silenzio,
faccio anche un piacere alla mia musa.
C’è una richiesta generale
di silenzio, più o meno tacita
più o meno espressa.

La fisiologia della parola necessaria
turba il vuoto sublime, la perfetta assenza,
ne dissacra il silenzio, il superiore incanto.

 

Terra

Siamo talpe che scavano sottoterra –
costruiamo corridoi,
cunicoli, passaggi
che non portano da nessuna parte.

Ci piove addosso la terra,
sommerge, separa dalla luce.

 

La logica delle falene

I fari accecano,
attraggono nella scia luminosa –
è nella logica delle falene
confondere la luce con la notte.

 

I poeti

I poeti devono essere invisibili,
quasi non esistessero:
devono somigliare – se è possibile – ai morti

i più fingono malamente
di essere vivi, pochi
non lo danno a vedere.

 

Come ombre

Come ombre sgusciamo dalle strade,
entriamo nei nostri appartamenti.

Altri aspettano agli angoli,
agli incroci, nei bar.

Ci spostiamo in corpi metafisici
– gravidi, leggeri, inconsistenti –
come ombre solitarie.

 

Poesia

                a Giovanni Giudici

Dopo tanto silenzio
ogni pensiero è poetico,
voglio dare forma di poesia
alle parole e ai ragionamenti –
metto in versi la vita.

 

Plumelia

Il tempo non ama
essere decrittato
(insondabile smaga
decisioni scelte definitive)

ai più offre sentimenti
dolci inganni e perversi.

 

Movimenti

I.
Una domenica pomeriggio
in compagnia di spettri –
non quelli di mezzanotte

un giorno, uno dei tanti,
a incontrare fantasmi
che non temono la luce.

II.
Si vive un’incerta
vibrazione di vento
che spalanca la porta,
la richiude alle spalle

si percorre una strada
d’agosto, misurandone
il vuoto, le ombre

ci si inoltra sospinti
dal vento che oscilla –
a tratti ritrovo il cammino.

III.
Fuggiva da gelide stanze –
pensava al caldo di casa
al vecchio camino

attraverso campagne
di neve nella notte
per quel tepore
quel calore amico.

IV.
Disse: andiamo
a Santa Venere

restò per giorni a fissare
il paesaggio – la linea
dei monti, le gradazioni
del cielo.

 

A “Capoverso”

Forse non c’è nemmeno
più la mia anima

il corpo proprio no,
il corpo della poesia

a pensarci bene,
forse è rimasto
un po’ della mia anima
in qualche piega di pagina,
in qualche spazio bianco.

 

da REPERTI

I.
Non sa di morire la falena
della luce impazzita
il gatto che rasenta davanzali,
la mente lanciata nel vuoto,
delirante per un sogno
innocente d’amore.

II.
Snebbiato il cielo riprende
l’uguale vicenda d’astri
nuvole luci

questo senso smagato d’attesa
insondabile intorpida i nervi
gli occhi di nuovo stupiti.

VII.
Mi dicono i silenzi
quello che non sai spiegare

la parola è nello sguardo
muto, sul viso che dissimula
segreti – immagino discorsi
dietro silenzi di neve.

X.
Se aspettassi le stagioni
capirei il senso:
intorno l’altro tempo
che non si è ancora svelato

ho detto punto
sottintendevo e basta
non ho girato pagina:
se inaspettatamente crollano
le pareti, è solo uno scherzo
della notte, immensa.

 

La tua assenza

La tua assenza non si dipana
si risolve in scatti,
quegli abbrivi senza inneschi
sincopati che sottraggono
respiro ad intervalli

la tua assenza è un continuo
di incoscienze, deliqui
ignare presenze.

 

Iscrizioni dell’ora

I.
Maggio non c’entra con la primavera –
un’ape in agonia non serve
alla pioggia per dissolversi

un pretesto di noia,
di solitudine (se mi assistono
gli occhi) basta a far bella
la venticinquesima ora.

II.
Chi conosce il mondo
da sessant’anni e più
non ha crisi di parole:
i sogni riempiono
d’altre insicurezze
i vuoti delle bocche
e degli spazi in attesa

tutto sembra così eterno
tranne le voci.

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