Percorsi / Jannis Kounellis a Capodimonte

: quanta bellezza scaturisca dalla materia lavorata; come la bellezza possa essere frutto di un atto non estetizzante, ma etico; come la materia possegga capacità di commuovere.
: quanto il concetto di “site specific” possa essere capace di fruttificare e di restituire senso; come l’oggi sappia assumere coscienza del suo scaturire dallo ieri; come il lavoro possa avere un suo portato poetico.


Al penultimo piano del Museo di Capodimonte si entra in una vasta sala sul cui pavimento sono posate decine di orci di differenti dimensioni, fogge e colori – ai muri sono fissate grandi placche quadrate di ferro dalle quali si dipartono dei ganci che sorreggono sacchi di juta pieni di carbone.
Come si nota la descrizione di “senza titolo (1989)” è rapida e schematica, ma l’opera, viceversa, interroga e sollecita il visitatore in maniera incalzante e complessa.
Si osservi la distesa delle anfore: ricorda un magazzino, oppure la stiva di un’antica nave, o la bottega di un figulo, o un sito archeologico – oserei dire ch’essa è tutto questo insieme. Kounellis ha percorso l’intera regione per recuperare tutti quegli orci, così che “senza titolo” inizia con un atto di erranza e di ricerca, possiede, ancor prima della sua realizzazione materiale, l’impronta dell’indagine e della raccolta; si tratta di recipienti usati (ad affacciarsi sulle loro bocche si scorgono residui del contenuto o la colorazione da esso lasciata all’interno, a osservarne il corpo si notano sbreccature, urti, graffi, racconciature – in un precedente allestimento Kounellis aveva riempito gli orci con acqua marina e il solo centrale di sangue), sono recipienti da lavoro che rimandano quindi alla fatica del lavoro stesso, al dolore e allo sfruttamento insiti nel lavoro, ma anche alle culture e alle colture della regione, al suo doppio legame (con il Mar Mediterraneo e con la terra sia nel loro nutrire che nel loro poter anche uccidere): la sannitica, la greca, la romana, la contadina, la marinara, la pastorale, l’olio, il vino, l’acqua, la pece, l’aceto costituiscono memoria ininterrotta che risale alla preistoria. E movendosi lungo e intorno alla distesa delle anfore si vede la luce marezzarsi, le ombre, i pieni e i vuoti variare, scaglie di cilestrino, ocra, giallo, argilla lampeggiare, spegnersi, riaccendersi; quei vasi non furono pensati come oggetti “belli” né come ornamento – chissà quante mani anche bambine li hanno usati per un lavoro sottopagato o niente affatto retribuito o addirittura hanno contribuito alla loro fabbricazione – eppure vi si scorgono graziosi solchi incisi, eleganti curvature dei manici, armoniose ellissi delle pance o perfetti tondi delle bocche e tutte furono fatte dalle mani, lavorando l’acqua e l’argilla, applicando la plurimillenaria sapienza dei vasai mediterranei :

: e dei fabbri, ché le grandi, lisce placche metalliche richiamano la lavorazione dei metalli, suggeriscono la presenza di solide strutture per il ricovero delle derrate e dei vasi (in sé fragili), oppure somigliano a scalmi per i remi d’una nave olearia.
E certamente i sacchi pesanti e intessuti di fibre vegetali rimandano a tempi più recenti, ma altrettanto faticosi e pur sempre sapienti. C’è il carbone da lavorare e vendere, per riscaldare e cucinare, per far muovere i treni e le navi, materia che riempie e appesantisce i sacchi, nello stesso tempo metafora del lavoro duro e ingrato ma che costruisce civiltà.
Si muove lo sguardo dagli orci ai sacchi, dai sacchi agli orci, lo conduce il corpo in movimento lungo gli spazi tra i muri e le anfore, il rumore dei passi che si muovono dentro l’opera di Kounellis acuisce il silenzio che posa tra e negli orci e che poeticamente risuona per evocazione e per contrasto: poetico è questo silenzio perché esso è attesa (“senza titolo” attende silenziosamente il visitatore) e perché si carica come un magnete di tutte le storie (ignote) legate a ognuno degli orci e perché la vita, il lavoro, il dolore riverberano dai corpi delle anfore e dal loro stare, tutte insieme, con cura e rispetto e richieste di rimanere lì, segni del tempo e attesa nel presente.
Viene voglia d’inginocchiarsi innanzi alla sacralità di quest’opera: si è davanti al lavoro degli uomini. si medita sul loro soffrire e viaggiare e questo basta.

Se si pensa alle case (di pietra e di tufo), alle botteghe, ai magazzini da cui gli orci provengono, e alle acciaierie dove furono forgiati i pannelli e i ganci, alle miniere donde venne estratto il carbone, ai carri o ai treni o ai camion che trasportarono i sacchi, ai filatoi dove i sacchi furono intessuti, allora si materializza innanzi agli occhi della mente un paesaggio del lavoro ancora più vasto e complesso che non esclude i frantoi per l’olio né la fatica dei vendemmiatori, per esempio.
Kounellis, il greco, italiano d’adozione, intesse un luogo mediterraneo – perché ci si potrebbe spingere a ricordare che nelle civiltà neolitiche gli orci erano usati anche per accogliere i corpi dei defunti e, più tardi, l’olio sacro di Atena, l’acqua pura delle cerimonie, il vino per i simposi abbisognavano di vasi per la conservazione e il trasporto; che il carbone dei sacchi rammenta l’emigrazione di migliaia di Meridionali verso i bacini carboniferi del Belgio, della Germania, dell’Inghilterra, che il ferro è materiale per le rotaie delle ferrovie (strumenti del muoversi, ma, anch’esse, simbolo dell’emigrare – e non a caso sempre Kounellis ha creato nella stazione Dante della metropolitana partenopea un’installazione costituita da frammenti di rotaia e scarpe, segni tangibili dell’andare).
Il sacco di juta, stampigliato con iniziali o diciture, è simbolico saio per il lavoratore e la sua dura vita, è malleabile recipiente per raccogliere e per trasportare, è rustica e resistente coperta oppure strumento per isolare dal freddo e dall’umidità del suolo e della parete.
Ogni oggetto presente nella grande sala è privo di vezzi, rivestendosi di bellezza non superficiale, ma profonda, ruvida evidenza di una dignità, di una serietà, di una raccolta materialità che ha forza di preghiera laica, di nobile fierezza proletaria, di quella sapienza che solo le mani oneste di chi lavora sono capaci di rendere visibile.

 

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3 pensieri riguardo “Percorsi / Jannis Kounellis a Capodimonte”

  1. Ottimo e ben argomentato scritto sul lavoro di J.K., il greco/italiano ma in metamorfosi vero un mediterraneo sentire/essere: e dalla cultura del Mediterraneo codesti lavori di straordinario impatto sensoriale, empatici, scavalcano il concetto di bello/brutto per porsi quali segni arcaici nel contemporaneo, mie sensazioni che mi sembrano più o meno congrue con le considerazioni sviluppate dall’Autore, A. Devicienti che saluto con stima,
    r.m.

  2. Gli oggetti che si caricano di memoria diventano simboli di vita passata, la testimonianza di chi li ha creati ed adoperati. Forme essenziali plasmate dall’esperienza, palese apparizione di verità, non mediata da menzogna decorativa. Oggetti armonici immutabili ed iconici.

    L’anima di ognuno di noi potrebbe essere rappresentata da un anfora che rischi di infrangersi contro i muri di ferro del tempo e delle umane vicende ed anche quando non cede, riporta sbeccature, segni dell’esperienza.

    LP

  3. Nel ringraziare sia chi legge sia chi commenta voglio esprimere la mia gioia quando mi accorgo che un mio scritto suscita curiosità e, soprattutto, quando lettori generosi lo completano con loro riflessioni, osservazioni, approfondimenti; è anche questo il senso che cerco di dare, nel mio piccolo, al mio scrivere: ch’esso sia cenno a un viaggio della mente che poi ogni lettore continua e varia, magari conducendolo anche verso impreviste direzioni – mi piace pensare che un testo sia sempre il primo passo che varca una soglia.

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