Il libro delle sparizioni

Dinamo Seligneri

[Ecco un capitolo di una storia che forse vedrà la luce per intiero forse no, che ho intitolato Lo strano libro dei processi e delle sparizioni (aspirazioni al dimenticatoio) perché di questi argomenti tratta e ben ci calza.
Inizia così:]

 

1

Ci trovavamo spesso a parlare di processi giudiziari, io e la mia fidanzata.

Avevamo gusti molto diversi, però.

Prima di qualsiasi altra cosa, a me piaceva la gente che parlava durante le udienze. A lei piaceva di più la scienza, la presunta scienza vorrei specificare, del Diritto. La fredda, glaciale messa in ordine del caos della vita per mano della Giustizia. A me invece piaceva proprio il caos, la babele di lingue e storie che allagavano le aule giudiziarie come un’alluvione, sommergendo spesso tutto.

Ci confrontavamo su alcuni processi famosi o molto amati dal pubblico di questo genere: il Mostro di Firenze, Pruscino-Reginella, il famigerato “Processo di Teramo” (il processo Mazza), Sarah Scazzi di Avetrana, la strage di Erba, i nuovi delitti di Angelo Izzo a Campobasso e così via.

Ero e sono ferratissimo. Su alcuni casi posso dare le ripetizioni.
In questo tipo di racconti, la Rai, bisogna dirlo, ha dato tantissimo, dividendo la torta del crimine in fette abbondanti e succulente per ogni programma: Chi l’ha visto fa la cronaca – ecche cronaca!; Un giorno in pretura, assieme a Lucarelli e qualche altro, fa la Storia; Franca Leosini con il suo Storie maledette ne fa la poesia. Su un crimine si avvitano quattro, cinque bulloni. Irresistibili. Spettacolari.

A fronte dei narratori di Chi l’ha visto?, Il fu Mattia Pascal, lo dico con il massimo rispetto, è robetta da ridere. Una barzelletta pseudo-filosofica.

 

2

Quasi sempre è la provincia a furoreggiare nel delitto. Anche nelle sparizioni, le più avvincenti sono quelle provinciali. È come se queste storie, partendo come partono dallo stesso ordinario punto, la banalità del vivere quotidiano, il nulla di fatto, arrivasse improvvisamente a uno svolgimento e/o a una conclusione che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Come se effettivamente ci fosse una possibilità di riscatto, di innovazione autobiografica per tutti.

I romanzi di Simenon sono più o meno quasi tutti fatti allo stesso modo: vita borghese – crimine/libertà – castigo. Tanto che ci verrebbe da porre questa domanda al maestro: si è castigati perché si è stati liberi anche solo qualche ora, qualche mese o perché si è commesso un crimine?

 

3

C’erano quei processi che a me piacevano di più e a lei di meno: il processo di Teramo, per esempio. Lì lo schema era diverso rispetto allo schema Simenon: non è tanto o solo la persona a commettere un delitto quanto il sistema in cui il criminale è inserito a subire coltellate (in senso lato – dalla società, dalla famiglia, dalla vita) per poi produrre un tale risentimento, una tale carica delinquenziale da scaricare altre coltellate su un corpo inerme. Depezzato dopo un raptus per la gestione di una o alcune dosi di metadone – proprio come nel caso Mazza.

Ricordo bene le scene del processo. Ricordo soprattutto l’imputato, che si muove a fatica, i capelli unticci, l’arcata superiore con metà dentatura, una specie di teramanissima icona celiniana ultima maniera; i suoi congiuntivi spiazzanti, quasi spericolati; il suo bullismo di piazza e la sicurezza dell’innocenza (smentita, come capita spesso, dalla Corte di Assise e dalla Corte d’Appello – è morto in carcere da poco); ricordo naturalmente il Professore con quella faccia tanto diffusa nella mia provincia e antica, quel modo mezzo dialetto mezzo italiano di chi parla “bene” (parla bene senza essere ridicolo da sembrare un libro stampato, voglio dire, con la consapevolezza e il piacere di scegliere una parola piuttosto che un’altra); eppoi ricordo tutta la disperazione di un sottobosco umano che galleggia tra tossicodipendenza di ultrasessantenni miracolosamente sopravvissuti a sé stessi (supervissuti direi) e prostituzione di corpi logorati dalla droga e da una vita eccessiva. Ricordo anche il giudice Cirillo, con il codino e la bonomia un tanto burbera e centromeridionale, alla Ingravallo. E poi non posso non ricordare, come la maggior parte del pubblico dei processi di Rai3, la simulazione di pompino che la ex convivente dell’imputato fa ad un microfono del tribunale di Teramo mentre un severo Avvocato Lettieri le pone una raffica di domande – che lì, alla fine, oltre al gesto, ciò che appare strambo è che nessuno tra giudice, pm, avvocati e corte dica “a”, interrompa uno spettacolo borghesemente imbarazzante. Bisogna pertanto considerare un atto di bigottissimo questo far finta di niente per non evidenziarne la portata e dargli ancora più esistenza o in fin dei conti una saggia resa davanti alla vita di fuori che è troppo più forte dell’ordine tribunalizio che la Giustizia vorrebbe darle?

Che poi la vita sia sempre più forte di tutto ce lo dimostrano le sparizioni irrisolte. Quelle sparizioni vere, che si scompare e basta. È finita. Una morte senza corpo. Si mettano tutti l’anima in pace.

 

4

Un giorno, mia moglie (sì, in pochi mesi, trovando così tante affinità, avevo sposato la ragazza con cui parlavo di delitti e castighi) mi disse che aveva fatto un sogno. Io camminavo con tre amici, di notte, fumando. Facevamo la strada di sempre, poi arrivati vicini ad un cavalcavia vicino all’autostrada loro continuavano a parlare, io andavo avanti incuriosito da una lucciola, proseguendo per un piccolo sentiero di rovi, in campagna; e sparivo. I tre amici disperati mi chiamavano, mi cercavano per delle ore e poi sgolati tornavano a casa, chiamavano la polizia con un fil di voce… venivano processati loro da una grande Coscienza mediatica collettiva. Condannati. Nessuno può sparire così, sotto gli occhi degli amici.

Il mio corpo non veniva mai più ritrovato.

 

5

Questo sogno mi piantò un grande punto interrogativo nel cervello: mia moglie voleva che sparissi?

Certo lo temeva… ma lo desiderava, anche?

Non voglio troppo impelagarmi sull’affinità tra timori e desideri, ma, parliamoci chiaro, sono sentimenti confinanti.

Per di più, sparire era anche un mio timore/desiderio. La mia cultura sul genere era in qualche misura una proiezione, un riflesso di questo sentimento ambivalente.

Nei giorni successivi al sogno di mia moglie, coltivai nella mente e nella persona, ma con più forza di prima, un proposito che via via si contornava, prendeva forma (forse una forma l’aveva da tempo), soprattutto prendeva corpo.

 

6

Il giorno della mia sparizione presi il cellulare, era pure un modello nuovo per i miei standard, trac, lo feci in due pezzi buttandolo a terra. Volevo farlo sin da piccolo, spaccare il cellulare per terra, perché l’avevo visto fare a mio padre in preda alla rabbia. Mi era sembrato un gesto liberatorio. Ed in effetti…

Prima di scaraventare il cellulare a terra, però, e me ne accorsi solo alcuni giorni dopo, non avevo ancora capito che sarei sparito. O che era quella la soluzione migliore, almeno per il momento. Sparire per un po’…

Ma sparire per un po’ non era, come dire, possibile.

A Chi l’ha visto?, certo, si vedono quelle mogli, quelle mamme, quelle figlie, quei figli, quei padri ecc, che fanno gli appelli: dài, se sei vivo, se ci senti, noi ti perdoniamo, facciamo finta di niente. Ricominciamo insieme. Solo alla morte non c’è rimedio. Torna a casa!

Mia moglie non era così. Mia moglie era un leone.

Non avrebbe mai accettato che la abbandonassi senza, a sua volta, quando fossi tornato, abbandonarmi lei, stavolta sì in maniera definitiva.

Scartata l’ipotesi della mia morte per disgrazia, suicidio o omicidio, sarebbe diventata una belva. Appena capito che il mio allontanamento non dipendeva da cause di forza maggiore ma del tutto volontarie, capito questo mi avrebbe gettato il suo odio sopra, senza remissione di peccati. Sapevo che per lei esistevano le vittime da una parte e gli stronzi – senza vie di mezzo – dall’altra. Le vittime per essere tali dovevano essere immacolate, perfette, pure, russe; gli stronzi bastava poco, qualche macchia, una colpa, uno schiaffetto e l’etichetta era pronta.

So anche che avrebbe pianto, segretamente; si sarebbe strappata i bellissimi neri capelli; avrebbe fatto saltare cuscini, strappato lenzuola, libri, tutto, specie se era mio: m’avrebbe amato alla follia in quei momenti. M’avrebbe amato di rabbia. Ma non mi avrebbe mai perdonato. Non solo per orgoglio. Quello anche. Ma soprattutto perché avrebbe tirato fuori dalle sue viscere un argomento che in lei nessuno avrebbe potuto più estirpare: non poteva avere più fiducia in me. Nemmeno un’unghia così. Niente.

Conclusione: addio per sempre, stronzo!

 

7

Quindi andare senza ritornare. Un solo lunghissimo biglietto.

Avevo scartato ma solo in via preventiva e temporanea il suicidio nella prima parte del mio allontanamento. Questo perché in realtà non avevo una voglia così opprimente di morire e volevo vivere appieno, almeno all’inizio, la storia della mia sparizione. Mi mancava poi la fiducia di vedere il dolore dei miei cari dall’aldilà – invece già pregustavo alcuni programmi che mi dedicavano alcuni servizi, con i miei genitori in lacrime; sarebbe stato come vederli piangere e disperarsi dietro il mio carro funebre.

Ricordavo poi la morte di Franco, s’era soffocato da solo, in un albergo, giù dalle parti di Crotone, con un sacchetto di plastica chiuso alla gola dal nastro adesivo. Aveva da poco firmato un contratto a tempo indeterminato.

Qualche mese prima di sparire pure io avevo firmato un contratto a tempo indeterminato in banca. La cosa però non mi preoccupava più di tanto. La mia totale sfiducia nel futuro, o perlomeno la mia fiducia in un futuro peggiore mi rendeva calmo: sapevo o meglio sentivo che il sistema dentro cui avevo vissuto fino ad allora stava per sgretolarsi o che comunque era pesantemente compromesso. C’erano tanti distruttori in giro. Nessun costruttore. Saremmo andati faccia nella merda. Già immaginavo la Grecia, la corsa ai bancomat. C’era tutto il modo di spiare all’orizzonte il fallimento d’ogni stabilità economica e soprattutto umana.

 

8

Il cellulare era allora a due pezzi, a terra. Raccolsi i due pezzi e mi misi a camminare in direzione della stazione delle corriere. Al primo bidone pubblico buttai i due pezzi di cellulare. Era gennaio. Faceva abbastanza freddo. Mi ero fasciato sotto a giubbotto, cappello, sciarpa, guanti. La mia destinazione volevo fosse… Orvieto, sì, Orvieto. Prima di sparire definitivamente volevo farmi un giretto attorno ai volteggi infernali del Pozzo di San Patrizio. Da lì avrei potuto andare anche… non avevo un piano.

C’era un problema però. Non volevo fare prelievi, movimentare, come si dice dove lavoravo, il conto. Mi piaceva dare di me l’immagine del rapito, del morto ammazzato – almeno all’inizio. Lasciare l’amaro in bocca di uno che potrebbe essere scappato ma molto più probabilmente ha deciso di farla finita da qualche parte o l’hanno ucciso. Ero giovane ancora, cavolo. I miei organi erano appetibili.

Non avevo portato nulla con me. Solo quello che avevo la mattina; sparivo il pomeriggio, dopo aver regolarmente portato a termine il turno mattutino in banca.

Avevo spaccato il cellulare perché avevo imparato che la batteria del cellulare parla agli inquirenti. Se te ne disfai, non parla più. forse avevo fatto l’errore di buttare i pezzi troppo vicino; magari qualcuno controllava nei cassonetti e nei bidoni della zona. Forse avrei dovuto buttare tutto a Orvieto. O nei campi vicino all’autogrill, se ci fossimo magari fermati durante il viaggio. Magari avevo già fatto il mio primo errore.

 

9

Quanto avevo in tasca?

Di solito non sono di quelli che girano con tanto contante. Mi piace pagare con il bancomat o la carta di credito. Lo trovo più comodo e mi sento meno in colpa che con l’esborso di banconote. Negli ultimi giorni però un po’ di quattrini mi erano entrati nel portafogli. Era stato Filippo, un amico, che mi aveva ridato una settimana-dieci giorni prima i cinquecento euro che gli avevo prestato nei mesi precedenti. Non avevo voluto sapere i motivi, lo avevo aiutato e basta. Forse avrebbe parlato a mia moglie o ai carabinieri di questa circostanza, forse no – erano pur sempre passati dei giorni, almeno sette o otto giorni: chi poteva dire che non li avessi spesi ai cavalli o…

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Tratto da:
Diaro nullo. Volume II
(dicembre 2018)

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2 pensieri riguardo “Il libro delle sparizioni”

  1. Gentile vengodalmare, grazie per la lettura. Il testo in questione è un racconto che continua. Il libro delle sparizioni è una specie di repertorio composto da diversi racconti di questo tipo qui.
    Se Francesco vuole, ci saranno altre continuazioni.

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