Nell’esilio / Su “Mal di fuoco” di Jonny Costantino

Forse ben pochi elementi naturali posseggono un’identità così contraddittoria e doppia come il fuoco: esso riscalda, anima la vita, cuoce i cibi, forgia i metalli, la cultura umana ne ha fatto anche simbolo del pensiero ardente, appunto, e appassionato, immagine della luce stessa e, pure, il fuoco distrugge, uccide, nel suo estinguersi può far sovvenire il gelo e la morte, stavolta, per glaciazione e buio. Il libro di Jonny Costantino Mal di fuoco (Effigie Edizioni, Milano, 2016) mette in scena questa duplice natura del fuoco, ma, prima di avviare qualche riflessione, mi soffermerò brevemente a considerare Mal di fuoco dal punto di vista puramente letterario. 
Rifiuto per convinzione personale e per motivi di metodo ogni eventuale etichettatura: definire in termini di generi un’opera di scrittura significa limitarla, banalizzarne collocazioni e significati, implicazioni e relazioni. Mal di fuoco fa propria la lezione novecentesca e post-novecentesca del superamento del genere romanzo, diciamo, “classico”, articolandosi in 3 parti che partecipano del racconto e della riflessione filosofica ed esistenziale, realizzando sperimentazioni e ricerche iniziate in ambito mitteleuropeo e anglosassone: quelle delle opere distopiche, così che Mal di fuoco è opera di scrittura che, costruita essenzialmente con una tecnica di montaggio, mette in scena un futuro nel quale il sole va spegnendosi, gettando la terra in un gelido buio dalle conseguenze esiziali e per la vita e per la civiltà umane.
Mal di fuoco mi appare allora come una lancinante riflessione sul male, sul dolore e sul pensiero umano – ma ciò accade, si badi, da una prospettiva a-teologica e non escatologica, entro un sistema di scrittura che si oppone a qualunque forma di sentimentalismo e di consolazione. La scrittura non è per Jonny Costantino, infatti, ricerca di una qualche “verità” o formulazione di un “insegnamento”, ma un bisturi che incide e scarnifica: la scrittura non consola, non riappacifica con il mondo, essa non abbellisce il mondo, né agisce da palliativo, ma smaschera il vero, ci pone coraggiosamente in faccia al vero: “La scrittura è impietosa oppure è cattiva letteratura, fatta di sentimenti di carta”, scrive Federico Ferrari in quel meraviglioso libro che è Oscillazioni (SE, Milano, 2012, pag. 55) – un inestinguibile grazie a Domenico Brancale per avermelo fatto conoscere – e, a pagina 53: “Scrivere leggendo, come se non si trattasse che di un infinito commento alla letteratura di ogni tempo” e sarà presto chiaro perché cito anche questo pensiero.

I riferimenti essenziali di Jonny Costantino sono i Presocratici e i filosofi della crisi (Nietzsche, Schopenhauer e Leopardi in primis), le distopie alla Pynchon, alla Cormac McCarthy, alla Kubin, alla maniera kafkiana, borgesiana, saramaghiana; ci sono La cognizione del dolore, Dissipatio H. G., Diceria dell’untore con quei loro universi del tutto indifferenti al dolore umano e dentro i quali il pensiero si dibatte tra slancio e disperazione, cinismo e ribellione, lucidità e angoscia; c’è il Beckett delle lucide, ineluttabili sequenze verbali quali unico mezzo per potersi contrapporre all’universo anti-umano, c’è (ed è pure esplicitamente citato) Antonio Moresco, per più versi ispiratore e maestro di Jonny Costantino (in effetti la presenza e la sfaccettata attività di Moresco nella cultura e nella vita civile dell’Italia di questi anni sono ineludibili e determinanti), c’è la rigorosa, spigolosa, talvolta difficile ma sempre coerente riflessione di Guido Ceronetti. C’è l’amatissimo Thomas Bernhard, il disturbante e perturbante, l’irriducibile ed eretico. Ma penso che anche Arno Schmidt possa essere chiamato in causa grazie a quelle sue rappresentazioni del reale in cui il leviatano-guerra e il leviatano-potere divorano ogni resto d’umanità e di cultura, calcinando il paesaggio e il pensiero.
Mal di fuoco delinea la tensione agonica proprio del pensiero nei confronti dell’universo e del male, il mal di fuoco stesso ha duplice valenza: è il venir meno del fuoco vitale, ma è, anche, l’eccesso del fuoco e della sua energia, egualmente esiziali. Dentro questa continua rottura o assenza d’equilibrio tra le polarità (luce e buio, freddo e caldo, bene e male, malattia e salute) la scrittura testimonia parimenti la decadenza e la distruzione e la pervicace persistenza e resistenza del pensiero.
Mi piace ricordare allora la ricorrente immagine di René Char della parola e del pensiero che “abitano” la folgore, che sono bagliori di luce carica di energia capace di squarciare il buio, di riaffermare la presenza dell’umano. Mal di fuoco è, infatti, opera di una persona che certamente non si crogiola nella letteratura, ma per la quale scrivere è processo, ribadisco, chirurgico, non per eventualmente guarire e risolvere una patologia (la morte individuale, la fine collettiva sono ineluttabili), sì, invece, per assumere alla coscienza tale realtà, senza trascurare (e chiedo venia se prendo un abbaglio) la funzione politica dello scrivere: ché la rappresentazione della decadenza, la finzione dei frammenti ritrovati, la conclusione del libro sono un circostanziato atto d’accusa contro la deriva etica e culturale che ci troviamo a vivere, come se il sole che si spegne e le misure prese dal “governo mondiale” fossero metafora dello slancio intellettuale che pare venire meno, cedendo il terreno a poteri antilibertari e violenti.
In ambito letterario un libro come questo è in controtendenza, potrebbe risultare disturbante e sgradevole (e questo, tengo a sottolinearlo, ai miei occhi è titolo di merito) visto che la maggior parte dei libri italiani appaiono essere consolatori, ormai dimentichi (ammesso l’abbiano mai appresa) della lezione di scritture scomode e apertamente dissidenti.

 

Il libro si compone di un Prologo in cui l’autore racconta in meno di quattro pagine della morte per tumore (“un macellaio invisibile”) del padre e di come egli abbia adagiato sul petto del cadavere alcuni frammenti del libro prima che si procedesse alla cremazione: “Queste parole sono bruciate col corpo di mio padre. Con lui sono diventate cenere. E ora sono parte delle sue ceneri” (pag. 10) – è come se si scrivesse sempre un libro da figli che, alla morte del padre, ne omaggiano la memoria e l’insegnamento, perché scrivere è anche passarsi il fuoco del pensiero, o è anche come si rinnovasse un rito antichissimo, quello di rivestire di parole il cadavere di una persona cara (ancora oggi gli Ebrei posano messaggi sulla lapide dei propri defunti).
Segue la prima parte (Relazione per l’Accademia di Solaria) nella quale si racconta che, durante lo spegnimento del sole durato quattrocento anni, l’umanità ha dovuto organizzarsi per raggiungere il nucleo terrestre, portarne la potentissima energia in superficie e costruire anelli e solchi di fuoco capaci di sostituire l’energia venuta meno del sole; durante questo periodo a decidere le sorti del pianeta è un Governo mondiale e chi attua l’operazione Fiamma eterna (il sistema cioè capace di garantire l’inesauribile riscaldamento della terra) è la Galactica Corporation – ma prima che il sistema Fiamma eterna possa essere messo a punto si verifica il cosiddetto Grande blackout che provoca il Grande caos “quando un’ondata contagiosa di barbarie e delitto infuriò nel Pianeta” (pag. 17); tra l’altro, per potersi riscaldare, l’umanità dà alle fiamme ogni possibile combustibile, compresi libri e dipinti, pellicole e fotografie, mentre il Governo crea l’Archivio Digitale Generale con quanto, a suo giudizio, va preservato, mentre tutto quello che è ritenuto pericoloso o fuorviante viene dato alle fiamme: “Questo l’imperativo inculcato alle masse. Al caos seguì la pulizia. O meglio: la pulizia fu l’effetto del caos. Al fuoco fu riservato il ruolo di boia del nuovo ordine, eliminatore di ogni ricettacolo delle lingue dell’anima e di altri nemici pubblici” (pag. 18) – fino al Grande reset, gigantesco crash informatico che cancella tutto l’Archivio. “Le istituzioni governative furono pronte a cogliere il lato positivo della sciagura: gli abitanti della Terra si erano liberati di un fardello millenario” (pag. 19). Quasi contemporanea al Grande reset c’è però l’accensione della Fiamma eterna che dà l’avvio all’epoca nuova. Tutto questo per presentare Età del fuoco, il manoscritto frammentario sfuggito miracolosamente alla distruzione e che un membro dell’Accademia di Solaria si accinge a leggere ai pochi invitati in tutta segretezza, dal momento che il Governo non gradirebbe la diffusione dei contenuti del manoscritto; a ulteriore chiarimento si dice che l’opera fu redatta negli ultimi anni del sole morente, quando la sua luce era così malata che faceva ammalare anche chi vi fosse esposto per poche ore, ingenerando un cancro letale che era stato osservato dapprima nei topi, così che le persone presero a vivere rinchiuse nelle loro case per sfuggire alla topite fulminante. Dice, tra l’altro, l’accademico: “La lettura di Età del fuoco ingenera il convincimento che l’Autore non si sia rassegnato a vivere come un pavido roditore, cedendo a una paura in conflitto con la temeraria idea di umanità propugnata nel manoscritto. È ipotesi maggioritaria presso la nostra Comunità che i poteri da lui ascritti al fuoco interiore coltivato mediante la scrittura lo avessero immunizzato dal male. Se così fosse, il fuoco interiore avrebbe secreto anticorpi contrastanti l’influsso necrotico del Sole morente, determinando di pari passo l’inveterarsi di una diversa sindrome, nel caso dell’Autore da ritenersi congenita: quella da lui stesso denominata mal di fuoco. Comunque sia andata, egli sopravvisse al mal di luce e conobbe le buiezze del caos. Conobbe la cancrena della materia oscurata e da lì estrasse le sue schegge di scrittura infuocata” (pagg. 22 e 23).
Risulta chiaro che, anche mescolando ingredienti dei film e dei romanzi di fantascienza, ispirandosi a classici come Fahrenheit 451 o 1984, Jonny Costantino affronta il tema della memoria condivisa e del controllo autoritario sulla popolazione, delle ondate di barbarie che attraversano la storia umana e della resistenza che deriva dal libero pensiero e dalla scrittura. Nelle 95 pagine che riportano i frammenti superstiti si addensano citazioni, commenti, immagini, metafore, schegge di storie, una summa del pensiero umano che è stato capace di pensare gli opposti, il male più fondo e l’aspirazione più alta verso il bene, Dio e Lucifero, l’infinito e il finito – il mal di fuoco è, qui, quella passione intellettuale che, nutrendosi di centinaia di testi, ha introiettato (cito in base alla sequenza dei nomi inseriti nel testo) Empedocle, Parmenide, Socrate, Athanasius Kicher, il mito di Mitra, Josef Szombathy (lo studioso della Venere di Willendorf), i miti egizi, Edgar Allan Poe, Cormac McCarthy e il suo personaggio Cornelius Suttree, Platone, Virgilio, Ippocrate, Eraclito, Sun Tzu, Anassimandro, Eraclide Pontico, gli Stoici, Ippaso, Aristotele, i Pitagorici, Jean Genet, Novalis, Maeterlinck, Claudel, Gaston Bachelard, Flaubert, Van Gogh, Bernardin Saint-Pierre, la Bibbia, la Patristica, la letteratura gnostica, Orapollo, Leopardi, l’Upaniṣad, Antonio Moresco, Ermete Trismegisto, Rimbaud, il mito di Prometeo, Kafka, Nicolás Gómez Dávila, Nietzsche, Plutarco, Jynna Tinocontos (figura di antropologa inventata da Costantino), Apollinaire, Alejandra Pizarnik: e il lettore provi a immaginare l’interconnessione di riflessioni che scaturiscono in quello che, nel centro fisico del libro, somiglia a un poema frammentario (un tragico De rerum natura o un περὶ φύσεως salvatosi dalla distruzione totale), il “punto focale”, appunto, di una riflessione magmatica, un’appassionata e appassionante ῥητορική del fuoco, del nulla, dell’abisso, del pensiero, della poesia, del gelo, della luce, del buio (e “magmatica” non vuol dire qui “caotica”, ma inarrestabile e impetuosa, dotata di fortissima energia e capace di prendere diverse direzioni, di provocare esplosioni di pensiero, di scuotere la mente del lettore in profondità) – riprendendo in mano il libro di Ferrari, leggo: “Genealogia essenziale: Eraclito, Seneca, Nietzsche. Ultime frequentazioni: Jünger, Gómez Dávila, Kantorowicz, Flaiano, Cioran, Hofmannsthal, Campo, Canetti, Sgalambro, Ceronetti” (op. cit. pag. 34) – sospetto non sia un caso questo convergere su molti autori che hanno tematizzato il rapporto dell’uomo con il mondo e la storia servendosi di un pensiero affilato e impietoso come una lama e guardando dritto negli occhi il male.
Ecco un esempio: “Eraclito, che era il migliore, morì sommerso dallo sterco”, scrive Ferrari a pagina 47 – Costantino dedica una lunga riflessione all’episodio: “fr. 305 // Eraclito l’Oscuro fu detto anche il Piangente perché filosofando si disperava: non tratteneva le lacrime davanti all’onnipresente trionfo della morte. // Le lacrime non accompagnarono Eraclito fino alla tomba: un giorno come un altro si seccarono e gli si cicatrizzò in faccia una smorfia di amarezza. // Divenne eremita. // Sui monti si ammalò di idropisia: liquidi sierosi invasero le cavità del suo corpo. // Il Filosofo del Fuoco ebbe la peggio contro il male che gli annacquava l’organismo. // Cercò scampo nella merda e morì. // Secondo alcuni, si seppellì in una stalla sperando che il calore dello sterco facesse evaporare gli umori velenosi. // Secondo altri, annegò nello sterco di mucca. // Secondo altri ancora, si distese al Sole e si fece ricoprire di escrementi animali da fanciulli che erano lì per caso: il secondo giorno spirò. // C’è chi afferma che, reso un mostro dalla merda indurita, fu divorato dai cani. // Qualcuno ritiene che quel vecchio squattrinato implorò una prostituta di defecargli negli occhi e orinargli in bocca, procurandogli con la bocca, nel frattempo, il piacere che sarebbe culminato in qualche spruzzo di rancido seme. // L’Amaro era convinto che l’insolita pratica, tra fremiti e conati, gli avrebbe riacceso il sangue stimolando una piena in grado di purgare da dentro i suoi organi inquinati. // La misericordiosa acconsentì ed Eraclito crepò d’infarto, ma, quando lo ripulirono, notarono che aveva in faccia un’espressione che da vivo nessuno ricorda: la smorfia amara si era sciolta in un accenno di sorriso. // Chissà se il cuore avesse retto” (pagg. 73, 74). Lo scatologico, l’osceno, il ributtante mi sembrano avere in questo libro un ruolo affine a quello che hanno nell’arte di Romeo Castellucci: sono strumenti di conoscenza del reale che, superando in modo radicale ogni falsa rappresentazione perbenista e consolatoria e tranquillizzante, liquidano a loro volta uno stantio concetto di letteratura per farlo approdare a un oltre nel quale la scrittura si libera davvero dei lacci a essa imposti da una mentalità borghese, consumistica e benpensante. E mi viene in mente Il Candelaio di Giordano Bruno con le sue scurrilità e i suoi geniali rovesciamenti d’orizzonte, mi sovvengo di certi racconti di Tommaso Landolfi densi d’ombra e di enigmi, di certi libri di Permunian che raccontano di un’umanità di esclusi, ma anche dell’Arimane di Giacomo Leopardi e, alla pari, di alcuni film di Pasolini, di Carmelo Bene, di Kubrick, di Jarman, di Bergman quando la spietatezza dello sguardo, il coraggio di percorrere gli inferi dei desideri più inconfessabili, delle angosce più profonde, della bestialità più atroce sanno essere, in apparente paradosso, atti di pietà e di tenera umanità – si legge nella terza parte di Mal di fuoco: “Scrivo come si scava: con tutto il corpo. // Scrivo con tutto il corpo: come si ama” (pag. 145). Ed è proprio così: è il corpo, probabilmente, il vero protagonista del libro, o meglio, il sinolo inscindibile di corpo e di mente, là dove è quest’ultima a donare la coscienza della realtà, espressa tramite la scrittura; non è allora un caso che l’orecchio mozzato di Van Gogh possa assumere un significato assai pregnante: “Col mio orecchio mozzato ausculto le febbri della luce (Van Gogh)” (pag. 79) ed ecco Domenico Brancale che scrive: “se solo anch’io trovassi un orecchio per terra” (Per diverse ragioni, pagina 86), René Char che febbrilmente si aggira nelle Vicinanze di Van Gogh, Ida Vallerugo che in Mistral rievoca il pittore figlio del vento e dell’inquieto vagabondare, perché l’automutilazione è l’arte vissuta in toto anche nel e col corpo, il voler separare il corpo da sé stessi per meglio osservarlo o per calmarne gli spasimi, ma nel mentre perdura l’impossibilità stessa di una tale separazione, proprio perché mente e corpo restano inscindibili ed entrambi si consumeranno insieme, fino alla fine – il lettore tenga presenti, per cortesia, queste riflessioni mentre starà leggendo quel che ora andrò a scrivere sulla terza parte di Mal di fuoco, non senza avere infine citato le parole seguenti: “fr. 398 // L’amore e l’arte hanno la stessa origine: / la fame e i frantumi, il brivido e i sogni, / lo spavento e i prodigi, la ferita e i vermi, / l’erezione e gli sbudellamenti: i fuochi / di creature in sospeso tra il dio e la bestia” e “fr. 399 // Mal di fuoco è il nome di un’infiammazione. // Un’infiammazione che trova sfogo nell’amore e nell’arte. // Un’infiammazione che, in rari casi, è cronica e, se cronica, contagiosa” (pag. 83)

 

Approdiamo all’ultima parte del libro, La Sinistra – Testimonianza del pianeta Terra (Sistema del Sole, estinto), dove l’io narrante femminile sostiene un lungo, dolorosissimo e direi incendiario monologo (“Si spianeta. La fiamma non era eterna. La scintilla non era infinita. Il fuoco non aveva un’anima o, se l’ha avuta, non era immortale” – pag. 131) nel quale corpo e scrittura coincidono anche nel loro ridursi in sanguinanti brandelli mano a mano che l’ostilità dell’ambiente circostante ha la meglio: “Ci sono giorni che la ferita mi fa male e non mi fa dormire. Mi punge il cervello. È il pianto delle ossa, ripeteva il vecchio. Il vecchio che mi ha ricucito era un veterinario, uno che curava animali, era il suo mestiere da giovane uomo, prima che lo conoscessi, prima che gli uomini si riducessero a quello che sono sempre stati, animali. Peggio degli animali, diceva, più cattivi perché perversi. Insisteva: l’uomo è l’animale più schifoso per colpa di un intelletto che abbrutendosi ha viziato ogni virtù animale. Avevi ragione da barattare con dieci fucili, vecchio bastardo.

Il vecchio ha raccolto me e il mio braccio strappato e mi ha salvato la vita. Me mezza morta e dissanguata. Il mio braccio nutritore. Il braccio che un altro uomo mi aveva tagliato prima di abbandonarmi all’orrore di come mi aveva ridotta. Allora apparve il vecchio. Mi ha presa con sé e mi ha tenuta. Sono diventata sua.

Per anni ho dormito respirando con la bocca: con le narici premute contro lo scroto ruvido del vecchio. M’incastonavo tra le sue gambe. Il calore della coscia mi curava la ferita. Ero la sua bambina, la sua cagna, la sua carne macellata” (pagg. 132, 133). Si tratta, da un lato, di una storia d’amore liberata e libera da cascami romanticheggianti e borghesi, dall’altro lato è l’impietosa narrazione di una lotta per la sopravvivenza che non risparmia particolari violenti, o macabri o vergognosi; da esperto scrittore e altrettanto esperto uomo di cinema Jonny Costantino sembra chiamare in causa un certo genere catastrofista o anche pulp, ma è vietato, in questo caso, banalizzare o cadere nell’equivoco, perché Mal di fuoco è una serissima meditazione sul male insito nell’esistere, sul suo rapporto con l’amore e sul significato della parola che in tale male radicale e ineludibile s’inchiavarda: il libro è dolorante e doloroso, lo penso nascere nella stessa condizione in cui ci appare la protagonista della terza parte: è libro cui la realtà ha amputato con cattiveria il braccio e l’altro braccio scrive mentre l’intiero corpo-libro combatte contro gli assalti ulteriori del reale, arde dell’inestinguibile fuoco della parola (mentre il reale si corrompe nell’assenza di un sole che lo riscaldi e nutra), il corpo-libro s’infetta ed è costretto, con mezzi dolorosi e impietosi, a dover cauterizzare le parti infette – leggiamo, per esempio: “L’occhio destro è andato da anni. C’era ancora il vecchio. (…) In principio è apparsa una bollicina sulla cornea. (…) Poi la bollicina s’è appuntita, ha iniziato a spingere e a pungere. (…) Finché è scoppiata. Un liquido denso, dopo la colata iniziale, gocciava con continuità. (…)

Il vecchio mi ha tamponato e fasciato. La ferita imbrattava i medicamenti, non voleva saperne di cicatrizzare. Il vecchio è rimasto muto come un muto. (…) Poi il vecchio ha deciso che dovevamo bruciare l’occhio. (…) Il vecchio mi ha bruciato l’occhio con un cacciavite a croce arroventato. L’occhio morto ha fatto il callo” (pag. 164): paradossalmente l’amore e la cura da parte del vecchio sono, talvolta, atti chirurgici molto dolorosi traverso i quali la donna aumenta la propria forza e il proprio coraggio e, se non si dimentica che tutto questo viene narrato, sorge anche il sospetto che la narrazione stessa sia un atto chirurgico nello stesso tempo doloroso e coraggioso, impietoso e proprio per questo benevolo – il vecchio, mi vien fatto di pensare alter ego della voce narrante, sua proiezione nel reale per poterlo affrontare e sopravvivergli, ha anche la funzione del maestro, oltre che del padre e dell’amante, egli è colui che già scriveva (veniamo a sapere che si era procurato molte risme di carta i cui avanzi servono poi alla donna per scrivere a sua volta) e questo vuol dire che non esiste vita (e forse neanche morte) senza verbalizzazione e senza sua narrazione.
“Scrivo perché solo e sola dentro la scrittura, con l’ascia della scrittura, con la resina della scrittura, continuo sulla mia carne, attraverso i muscoli, fino al midollo, l’opera d’incisione del fulmine: spingo l’autodistruzione fino alla creazione” (pag. 146): sono circa 14 le pagine in cui la Sinistra riflette sulla scrittura – la coppia vive rinchiusa in una casa assediata da famelici topi pronti a divorare qualunque cosa sia per loro commestibile e, quando il vecchio muore, la donna ne brucia il cadavere pezzo dopo pezzo nel camino perché non lo vuole abbandonare ai roditori: “Io però il vecchio non l’ho dato in pasto ai topi. (…) Neanche un pelo ho lasciato a quei vigliacchi. L’ho fatto in sette pezzi e l’ho bruciato nel nostro camino. Un pezzo per volta. (…) La testa l’ho lasciata per ultima.

Da allora ho iniziato a scrivere. Ho iniziato a scrivere perché lui scriveva. Scrivo con un sottile cilindro di carbone appuntito a tal fine. Come faceva lui. Le sue matite. Le mie matite. Da allora scrivo. Scrivo perché lui non può più scrivere” (pag. 138) e comincia così la lunga sequenza degli “scrivo perché…”, “scrivo per…” cui segue il racconto della difficilissima sopravvivenza fino alla morte, in quanto la Sinistra non smette di scrivere fino alla fine (“A scrivere la verità dell’amore nel tempo dell’inamore” -pag. 167 – e “devo spremermi fino all’ultima goccia. È più forte di me. // Non getto la matita” – pag. 182), anche se la fine è ineluttabile, violenta e dolorosa: per lunghi anni la donna si deve difendere dagli assalti più brutali, deve sopravvivere in condizioni estremamente precarie, finché la caduta di un meteorite (“Sembrava un fegato umano. Due lobi, uno più grande dell’altro” – pag. 180) non provoca una catastrofe intorno alla casa che rende i topi ancora più aggressivi: la mano della donna viene azzannata e comincia a infettarsi, a decomporsi, ma l’atto dello scrivere l’accompagna fino alla fine e, nella finzione narrativa di Costantino, noi abbiamo tra le mani l’estremo documento, alquanto illeggibile nei suoi ultimi fogli, proveniente dal pianeta Terra, che sembrerebbe estintosi insieme con la morte dell’autrice del manoscritto (o poco dopo). Il corrompersi irreversibile della carne è, in Mal di fuoco, presa di coscienza dell’ineluttabile andare incontro alla morte, ma gl’ininterrotti monologhi delle parti del libro rendono conto del valore della parola-scrittura, cosciente della sua radicale esposizione al nulla, eppure forte della propria consapevolezza di quel medesimo nulla.

La forma-frammento che caratterizza la terza e la quarta parte (ancora Federico Ferrari, opera citata: “il frammento lascia spazio all’altro: chiede di essere completato”, pag. 30, “il frammento è la cesura del pensiero; il punto in cui il discorso si sospende per lasciare affiorare l’impensato”, pag. 65), non solo rappresenta bene la situazione d’emergenza estrema sia materiale che mentale dei rispettivi estensori, ma, rompendo la forma narrativa tradizionale, esprime il magma che la scrittura cerca di dominare; La Sinistra è dichiarazione d’una dedizione incondizionata alla scrittura, la sua impossibilità di scindersi dal corpo, ma anche il suo riuscire a dire una corporeità che talvolta provoca ribrezzo e orrore: se l’universo stesso è descritto in preda a una malattia inguaribile, se interessi politici ed economici precipitano l’umanità in un inferno senza redenzione, la scrittura ne è non solo la presa di coscienza, ma anche l’atto di dissenso radicale e riaffermazione di vita proprio nel momento in cui quest’ultima sta per estinguersi. Nell’universo distopico di Mal di fuoco, nel corpo ferito e martoriato (si pensi ancora a Bernhard e, in qualche modo, alla Montagna magica, alla Peste di Camus, alla Nausea di Sartre) è rintracciabile il punto d’arrivo di un pensiero che ha eliminato ogni prospettiva escatologica e teologica, pensiero di derivazione leopardiana per noi Italiani (ma si pensi anche alle ferree argomentazioni di Carlo Michelstaedter) e inteso a scardinare la menzogna normalizzatrice di governi autoritari e di organizzazioni economiche intese solo al profitto così come a certe diffuse infantili consolazioni sul piano collettivo, esistenziale e culturale.
Le immagini di Nicola Samorì, a loro volta spietate, costituiscono parte integrante del testo: e la mia non è un’affermazione di circostanza, perché posso comprovare, rimandando come minimo qui e qui, quanto profonda e significativa sia la relazione umana e artistica che unisce Jonny Costantino e Nicola Samorì – “Tieni a mente la sequenza: // luce tenebra corpo / (umidità fumo dolore) / grido fuoco luce // Rammenta la metamorfosi: // tra la luce prima e la luce dopo / c’è il farsi corpo della tenebra / c’è il farsi grido del corpo / c’è il farsi fuoco del grido / c’è il farsi luce del fuoco” (pag. 104) sembrano parole ecfrastiche proprio per le opere di Samorì.
Mal di fuoco è un libro nichilista? No, perché, se lo fosse, non avrebbe messo in scena la parabola (pur frammentaria) del pensiero quale patrimonio cui ritornare proprio nella lunghissima fredda notte finale della terra né avrebbe dispiegato una scrittura così appassionata e coraggiosa: Mal di fuoco mi fa pensare a quegl’immensi pannelli di Anselm Kiefer densi di materia pittorica dove fredde notti desertiche o intrise di rovine e di detriti s’incurvano su figure umane solitarie le quali, nonostante tutto, esercitano il pensiero, conservano cognizione della parola e del numero, o a Claudio Parmiggiani e alle ombre di fumo lasciate dai libri sulle pareti, oppure agli animali crocifissi di Miquel Barceló, alle ustioni/combustioni di Burri e ai suoi cretti, ai volti dei deportati di Fautrier: allo stesso modo Mal di fuoco è un libro realista, ma di un realismo del tutto moderno e contemporaneo, che ben poco o nulla ha a che fare con il Realismo ottocentesco canonizzato dai manuali di storia della letteratura.

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