Canto di Natale (2)

Un cerchio di fumo;
sospeso nel vento del tempo.
cerco chi fummo;
sospeso nel tempo del vento.

 

Contadino della sua terra

 

Canto di Natale

II
I bell’uomini

 

(Continua da qui)

Ti voglio fare incontrate un po’ di persone; ti voglio far conoscere un mondo diverso.

Vieni; andiamo a vedere cosa succede lì.

Stavano una decina di cristiani dell’età mia, che ancore se la fidavano a giocare a pallone, nel campo piccolo però; a vedere la partita, tanta signore tanta bambini, che dovevano essere i parenti, ho pensato. Due signore bionde, che tenevano una faccia conosciuta, stavano vicine vicine e stavano piangendo, una di più, invece di stare a divertimento, come stavano l’altre. Un bell’uomo, che non vuole significare che era bello veramente, ma solamente un uomo, ma in dialetto, diciamo così, ha visto che Leonardo si stava per impicciare dei fatti dell’altri, come fa sempre, s’è avvicinato piano piano e zitto zitto c’ha raccontato di un certo Tonino, che, l’ho saputo dopo, era nato tre giorni più prima di me, che giocava sempre co’ quei cristiani, ma era morto da poco e, quelle, erano le sorelle.

 

Signore, si nasce.
E, se si è ancora più signore, si nasce tre giorni prima.
Tonino è nato signore; non ha avuto difficoltà, a nascerlo, dato il padre, Paoluccio, e, suppongo, ma ne sono certo, la mamma. E le sorelle, in “ina”, ma belle in “issima”. E dolci ed eleganti: una specie di DNA regale, regalato a chi se lo merita. Suppongo.
Signore, si vive: senza soldi né scuola. Con l’esempio, maestro, che non sa dell’errore. Sudando e ridendo; e ridendo un po’ piano, per non dare fastidio, a chi ride e non suda.
Passi piccoli, ma con meta sicura. Tutto il resto è stortura.
Signore, si gioca: perché, libero, fisso, come fosse un gendarme, mi respira sul collo, se io sfuggo allo stopper.
Sorvegliato speciale, io l’osservo, col pallone lontano: se soltanto mi muovo, si avvicina, come non mi vedesse; ma lo so, che, per superarlo, devo fingere anch’io, come fossi distratto.
Ha lasciato il suo ruolo, da tre giorni, di libero imprigionato.
L’ho saputo da Lino, che Tonino se ne stav’andando.
Per un po’, dato il tempo di gomma, che cancella e non leva, tanto meno, non lava, non capivo chi fosse, ‘sto Tonino in comune.
Hanno nomi piccini, i miei amici, da piccoli; mio padre, e il loro, soprannomi dei vecchi.
I miei amici, di adesso, hanno nomi da grandi: Michele era Lino, Peppino, Giuseppe e Antonio, Tonino!

C’è un arbitro finto; ci alleniamo per vincere. Fischia, perchè ha visto, che mi sono buttato. E’ uno nuovo e non sa, che io mai l’ho fatto e che mai lo farò. Ma lui, il Tonino di sempre, è un signore: gli dice del fallo e che è giusto il rigore.
Lo tiro alle stelle.
Gliel’ho detto, a suo figlio, di squarciare il dolore, con ‘sta storia da poco.
Ed ho visto il sorriso, come allora, stupendo, di Tonino il signore. Tanto, tanto signore, da arrivare tre giorni, solo, prima di me.

 

Eppoi, il bell’uomo c’ha detto pure che era stato al funerale, chè il paese era piccolo, e, a Tonino, lo conoscevano tuttu quanti.

 

Presentami tua sorella,
disse l’uomo,
come fosse umanità,
e, perciò,
anche una donna;
lei è troppo bella,
rispose,
senza dare senso
a tutto il sesso,
messo nelle parole.
Non so,
s’è mia sorella
o il mio fratello bello;
ma si fa ‘spettare
o arriva
sull’altare,
perché, così,
sorprende
e,
tutto ciò che può,
poi,
prende.
Ma io ho prenotato
e sto soffrendo tanto;
lo vedi anche tu,
che non vorrei
essere nato.
Tranquillo,
manca poco:
un paio di giorni,
e di universi ancora,
sorrise con amore
la malattia,
sorella della morte,
fratello
o tutt’e due.

 

La chiesa stava piena e pure fuori tanta persone, che lo ricordavano quando era vivo; chi diceva una cosa, chi un’altra, ma tuttu quanti parlavano un poco curioso, se il bell’uomo c’ha detto le parole’esatte.

 

E’ così

lontano

il dolore,

di quando

il dolore è

vicino, che ammalia e stordisce.

 

Verrà il giorno

e poi la notte.

Verrà la luce

e poi la scure.

Verrà il rumore

e poi l’amore.

 

Sarà fine la fine:

non avrà una fine;

non avrà un fine.

 

Mi ricordo

quand’ero piccolo,

solo e solitario,

che giocavo,

diceva nonna,

a ricordare quand’ero grande,

che non mi ricordavo

di dimenticare

quant’ero stato piccolo.

 

A poco poco, raccontava il cristiano, come ricapita ai funerali, che dopo un poco ognuno si mette a parlare per fatti suoi, co’ una o due che stanno più vicini, solo che questi parlavano da soli, non si capiva niente più.

 

Un cerchio di fumo;

sospeso nel vento del tempo.

cerco chi fummo;

sospeso nel tempo del vento.

 

Le fiamme sono alte,

l’anime, ribalde;

fuggono gli araldi,

sfuggono i maramaldi.

un temporale forte,

laverà la neve,

che bianca e falsa fece

la strada ed il cammino,

sordo,

verso il declino.

 

Questa sigaretta e, poi, basta;
questo bicchiere e, poi, basta;
questo cioccolatino e, poi, basta;
questa ciliegia e, poi, basta.
Questo schiaffo,
questo bacio,
quest’addio,
questo ritorno,
questa notte,
questa volta.
Questa vita
e, poi,
un’altra.

 

Il cielo barcolla,

il mare non brilla,

la terra è più forte del vento;

la bocca si squarcia

e non urla.

Il cuore non batte.

Il tempo vacilla.

 

Sembra ieri,

che diceva,

che domani,

più di prima;

e, rimango,

non piango,

non parto,

son solo,

non volo,

non voglio,

io sbaglio.

Accendi un po’ la luce,

amore,

che questo buio,

con le stelle finte,

mi fa vedere

come muore

il cuore.

 

Addio
addio,
fumò
il vecchio treno,
al cielo
tutto nero,
che
non ci
separò.

 

Le note della notte,

ignote,

suonano,

nate,

allontanate,

infrante,

il mormorio del tempo,

incredulo passante.

 

Ah morte,

morte.

Se verrai di notte,

non farmi soffrire;

dieci secondi

e sbatti le porte.

 

Se morissi adesso,

non so cosa direi,

non so cosa farei,

per farmi perdonare,

per colorare il tempo,

per farlo rallentare.

Ma non succederà

né oggi né domani:

tu non muori mai.

 

Di vento

aria,

di vento

luce,

di vento

morte.

Di vento,

vivo.

 

Perché non ce n’andiamo, Leona’!? qua mi stanno facendo venire la tristezza; e un sacco di ricordi. Fin’a mo, mi credevo di non essere mai venuto a questo posto; ma tengo l’impressione che … non lo so chè sta succedendo.

A quel momento s’è avvicinata una cristiana africana; ha incominciato co’ una storia, che non lo so se è vera, di quando era venuta a l’italia e la barca s’era rovesciata e s’erano dispersi, ma so’ morti annegati certamente, tanta mamme coi figli, chè, a un certo momento, non si ricordava più per quale motivazione, si avevano spostati tuttu quanti da una parte e la barca non l’ha mantenuti più.

(Continua…)

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