Nell’esilio / Su “Lenta strana cosa” di Alessandro Ghignoli

Premetto che quello che segue non è né una nota di lettura, né una recensione, ma un atto di riconoscenza rivolto ad Alessandro Ghignoli per aver scritto un libro che a mio parere spicca in maniera indiscutibile per qualità e originalità. Non nascondo che complice d’un tale sbilanciatissimo giudizio possa essere anche il mio personale desiderio di opere capaci di superare le frontiere tra i generi e, soprattutto, d’imporsi perché frutto di una ricerca insonne sul linguaggio e sulla struttura, facendo piazza pulita di approssimazioni, dilettantismi, obsolete ripetitività di certi stili o temi.

Vedo, in generale (e so di non dire nulla di nuovo), un panorama piatto, noiosissimo e privo di slanci e di coraggio nella produzione in lingua italiana attuale, prono alle orribili strategie di marketing di molte case editrici e di certi direttori editoriali, nonché di alcuni (non sempre capaci) scrittori e/o poeti: con poche eccezioni.
Lenta strana cosa (Formebrevi Edizioni, Caltanissetta, 2018) mi s’impone e con il suo movimento di stratificazione delle proposizioni e dei concetti e con l’intonazione della voce che dice “io” – la quale, pur mentre dice “io” o “mio”, non cade nelle trappole del solipsismo o dell’egocentrismo, ma si esprime, sempre e soltanto grazie alla forza del linguaggio e delle sue architetture, superando proprio ogni egocentrismo e ogni solipsismo, moltiplicando e dando voce ai molti “sé” che lo costituiscono, ché Ghignoli non scrive, ma compone un libro nel quale il linguaggio non rispecchia, non racconta, non blandisce, bensì crea il ritmo stesso della lettura e del vivere che, in questo caso, coincidono: si tratta di un’immersione nel fluire del reale (senza farsene annullare od ottundere, conservando al contrario una lucidità rigorosa), nel suo continuo andirivieni, mutare, alzarsi e abbassarsi, trascolorare e farsi ondivago, violento per presenza di oggetti, situazioni, obblighi, ma anche sfuggente, trascorrente, appunto, e talvolta dolce, desiderato, altre volte ruvido e straniante.
La domanda se stiamo leggendo poesia, prosa, narrativa o altro perde di senso, perché, fedele come lo è anche nella sua opera in versi all’insegnamento dei Grandi dei primi secoli della letteratura italiana (Dante in primis, ma non solo) Ghignoli, dominando magistralmente una lingua ricchissima e capace delle sfumature più sottili, è in grado di riproporre la robustezza e la chiarezza che, nello stesso tempo, sa dire l’ombra, l’incerto, l’enigmatico.
Esiste una sorta di trama di fondo, ripartita in un Prologo, una parte mediana bipartita e un Epilogo, che, però, dà soltanto una base d’appoggio al dispiegarsi della scrittura la quale sviluppa i Leitmotive, a mio avviso, del cominciare, dell’abitare, dell’abbandonare e dell’essere abbandonati e della conseguente assenza andando ben oltre, ripeto, il dato puramente soggettivo o autobiografico: per virtù di stile e di linguaggio, allora, si costruisce pagina dopo pagina e per sovrapposizioni e slittamenti un argomentare intorno a una casa, a una relazione, a una separazione, la cui conseguenza sono l’assenza e il dolore, ma amo pensare che si tratti anche di una sontuosa e serissima costruzione metaforica che tematizza il rapporto con la lingua e con la scrittura.
Scriveva Ghignoli nella prosa che dà il titolo al suo libro del 2003 Silenzio rosso (Edizioni Via del Vento, Pistoia): “Scrivo frasi per avvicinarmi a qualcuno o a qualcosa che è qui, intorno ma che rinuncia a mostrarsi come un silenzio che tace le sue paure” (pag. 20): è questo, precisamente, il tentativo e la volontà di abitare la lingua traverso la scrittura, di costruire il proprio rapporto con il reale tramite la lingua e dunque tramite i suoi apparati retorici, sintattici, lessicali che sono, poi, eredità di un lunghissimo passato e di una grande letteratura.
Lenta : strana : cosa : una “cosa” complessissima e spesso sfuggente, eppure presente e lancinantemente reale (causa del pensiero e del dolore, del desiderio e della nostalgia), lenta come il procedere del tempo e come il dilatarsi dei pensieri che riflettono intorno al vivere, strana perché nuova, ma anche “estranea” e, quindi, presente e viva nel provocare la riflessione intorno all’abitare la lingua, la quale ultima coincide (l’ho detto) con il vivere stesso, dato che non è pensabile nessun atto cosciente del vivere senza la sua verbalizzazione. Ma questo non esclude una condizione d’esilio e di perdita, la necessità di fare i conti con il dolore.
Ribadisco: Lenta strana cosa s’impone per forza retorica, e uso il termine nel suo senso etimologico: è la forza del dire, del procedere dicendo, quando il ῥῆμα assume su di sé tutto il peso del reale, il quale ultimo si fa discorso, puro discorso. Non voglio, infatti, presentare alcun “riassunto” al lettore, non ho alcuna “trama” da illustrare, ma ho la certezza che questo libro vada “oltre” la poesia e la prosa, oltre la narrazione classica e il cosiddetto postmoderno e (l’autore mi perdoni se scrivo una castroneria) ho pensato spesso alle Soledades gongorine, nel senso che mi è parso di trovarmi innanzi a un libro che esiste in maniera fondante per virtù di lingua e di stile e che, in un certo qual modo, può “fare a meno” della trama, libro non cerebrale o citazionista, sia chiaro, ma del tutto convincente per sapienza linguistica la quale non è né esibizionismo né eleganza fine a sé stessa, dal momento che leggere Lenta strana cosa commuove e suscita domande, provoca ricordi personali e associazioni mentali, spalanca l’abisso contenuto nell’esistere, ha l’effetto lancinante del dolore e della gioia, dell’assenza e della ricerca o del desiderio di presenza.

Avevamo chiuso la porta. Il trasloco era finito ormai, i pensieri potevano solo avere una direzione. Tutto era davanti, adesso.
(…)
Non avevamo giardini, né un gatto sul davanzale, neppure viste sul mare o vicini petulanti. Non c’era proprio niente in quel posto, addirittura il cielo era un bianco buio trasparente che non sapeva dividere, non ammetteva il giorno o la notte.
Non avevamo nuove chiavi, d’altronde non ce n’erano bisogno, non importava possedere una serratura. Era l’aperto e l’ampio, come nei giochi da bambino quando si corre per conoscere.
(…)
Imparare a vedere è allenare lo sguardo all’ascolto, perché i piccoli movimenti pretendono un’attenzione particolare, una cura che crediamo insignificante” (Lenta strana cosa, pagg. 9, 10, 11).

È dall’angolo che ho visto, dalla lingua ho creato tutte le realtà che mi vengono in aiuto tra l’ormai e il sempre, tra questo girarsi e il suo riflesso. L’assordante rumore che s’infila nella testa, una linea retta a riassumere tutta la storia vissuta, il suo accanimento, il telefono che certi giorni squillava con un suono abbandonato.
La perdita, la privazione del senso, per poi vagare nello sconcerto aspetto dell’ossessione. Mi raccontavo, seguendo la distanza tra me e l’altro inizio.
Mi hanno accompagnato come dei confidenti, dei commilitoni di mille guerre combattute nelle regioni più lontane. Era questa la mia naturale tensione verso le parole. Il non aver mai saputo leggerle. Sillabe nere in quel susseguirsi di discussioni, di fatti e di avvenimenti.
Ho preferito conoscere il narrare dietro, le cose non dette per farmi attraversare dalla ferita del suono, dalla monotonia che sa nascondere, dicendosi.
Nella consegna della lingua, ho ritrovato i riflessi di un istinto, di un’oralità” (pagg. 34 e 35).

L’imparzialità di una storia è incline a un risultato difficile da prevedere, il pretesto di un’astensione o di una zona di lontananza, di un margine da qualificare perché la destinazione si alimenta di altezze e di cadute.
Differenze nella densità di una parola unica, nell’intraducibilità della fretta di un ultimo ritorno, nel distacco di uno sguardo dal suo oggetto. Il pericolo è rimanere nella prima volta, nel crollo di un passaggio.
Lo spazio di un deserto, il doppio labirinto di una insonnia, un precipizio profondo come una voce, così mi trattenevo e mi allontanavo.
Ho provato a neutralizzare il sintomo del dolore con il senso di una parola, ho cercato quella parte dei frammenti da ricomporre, quel lento sfiorire, quella assenza.
Custode dell’unica ferita rimasta, ho deciso d’impossessarmi della forza dell’attesa, del suo effetto, di tutti i giorni in cui ti ho raggiunto nella complicità di un tacere” (pag. 56).

Sapersi raccontare è una fortuna di pochi, una caduta facile e sicura.
Quante parole scritte in tutti questi libri che mi circondano. Quanti occhi hanno letto quelle sensazioni, saperi di carta e d’inchiostro a entrare nell’inventario dei giorni.
Provo a prenderne in mano qualcuno, aprirlo con l’interesse di un analfabeta, di chi vuole scoprire il meccanismo per entrare, ma il desiderio svanisce nell’incertezza, nel gesto innocuo e mortale di un girare di testa, di uno scagliare gli occhi fuori per non vedere” (pag. 69).

4 pensieri riguardo “Nell’esilio / Su “Lenta strana cosa” di Alessandro Ghignoli”

  1. Non posso che concordare con l’intensa relazione di Antonio. Il libro di Alessandro si impone per un suo ritmo esatto (unico nella prosa italiana) che è fluente ed enigmatico nella stessa misura. Leggi le sue frasi, non sei sicuro di capire cosa accade, ma ti trovi dentro il guado di una prosa che riflette se stessa, che rifrange se stessa. E devi tornare indietro, rileggere, cercare quella “cifra nel tappeto” che ti sfugge, e poi la cifra è essenzialmente una scrittura “sine-cera”, autentica e pulsante.

    1. caro Marco, un grazie anche a te e (come tu sai) non solo per le tue parole di questo adesso, ma per il tuo perenne ascolto di me e delle mie scritture.

      un abbraccio

  2. gentile Antonio,
    ti ringrazio (mi permetto il tu) per le tue parole, il tuo tempo e il tuo dire sul mio ‘Lenta strana cosa’; mi sembra sempre un enorme regalo quando qualcuno decide di entrare nella scrittura di un altro. Lo hai fatto, hai capito il mio interesse (per chiamarlo in un modo) verso la lingua, nella, sulla ma anche dalla lingua, ed ecco allora che hai centrato diversi temi a me cari. Come ispanista non posso che essere felice per l’accostamento gongorino! Ho sempre cercato la scrittura, la lingua, la struttura come atto comunicativo, e ti ringrazio per averne colto il senso-valore.

    un abbraccio

    1. Caro Alessandro,
      ribadisco che, leggendo i libri e poi eventualmente decidendo di scriverne, soddisfo un bisogno personale, essendo proprio i libri per me vitali come l’acqua e il pane. Mi rinfrancano le tue parole e rinnovo qui l’apprezzamento per questo tuo libro e, anche, per i tuoi testi in versi.

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