Canto di Natale (3)

Un cerchio di fumo;
sospeso nel vento del tempo.
cerco chi fummo;
sospeso nel tempo del vento.

 

Contadino della sua terra

 

Canto di Natale

III
Le parole contate

 

(Continua da qui)

Manca molto, mamma?
Avevi detto, che era un viaggio corto. Non vedo l’ora di arrivare, in questo posto del nord. Lo zio ha detto, che lui c’è già stato, quando io ero piccolo; anche se è nord, dice che, non fa tanto freddo. Meno male. Io mi ricordo che il maestro, invece, una volta, ci ha raccontato, che, a nord, c’è una pioggia bianca, perché fa molto freddo; forse, non mi ricordo bene o parlava di un altro nord, mah …
Il mare sta un po’ nervoso. Certo, mamma, il mare nostro è veramente grande: comincia dalla spiaggia del villaggio e arriva dappertutto. Quando arriviamo, voglio proprio vedere, se, anche, il mare del nord è così grande.
Chissà cosa penseranno, quando ci vedranno arrivare. Ma è vero, ma’, che i bambini sono tutti bianchi, lì? Una volta, ne ho visto uno, al villaggio; era il figlio di quello della fabbrica. Ma sono tutti, tutti bianchi, ma’? Anche il pisellino e la farfallina? Che forti, voglio proprio vedere!
Lo sai, cosa dice lo zio? Che al nord, i bambini devono andare a scuola per forza. Io non ci credo. E quando giocano? E quando lavorano?
A proposito, ma’, quelli ci staranno aspettando; quando sbarchiamo, ho pensato, facciamo un bel gioco, chè qui siamo in tanti. Quanti siamo, ma’? Secondo me, una cinquecento e più. Sembriamo di meno, perché ci siamo sistemati come i fiammiferi nella scatola loro. Ma possiamo riempire una spiaggia, ma’; ce l’avranno, una spiaggia, quelli del nord?

Ci possiamo sdraiare sulla sabbia, a cerchio, dandoci la mano. Ci pensi, ma’? Si vedrebbe pure dell’aereo. Oppure, ma’, non ci posso pensare! Tutti bianchi bianchi; si vedono anche di notte?
Qui, non si vede niente; solo i denti e il bianco degli occhi aperti.
Oppure, ci possiamo mettere uno a fianco all’altro, sdraiati per terra; cinquecento, uno a fianco all’altro. Oppure … oppure ci sdraiamo uno sull’altro; e formiamo una colonna. Ci pensi, ma’? Saranno centocinquanta metri di altezza. Ah ah ah , nemmeno, tutte le capanne del villaggio, l’una sull’altra. No, ma’; meglio di no: e se, poi, quelli più in alto cadono? E’ pericoloso.
Quando scendiamo, scaviamoci una buca nella sabbia; profonda profonda. Centocinquanta metri:uno, ogni tre di noi; e ci mettiamo uno sull’altro, come se stessimo dormendo. Oh, ma’, io sono piccolo e mi voglio mettere sopra sopra, sulla tua pancia ch’è tanto comoda.
Se ci vedono così, non se lo scordano più. Ma’! Mamma!! Tu stai dormendo. Sei tutta fredda.
Guarda, hanno acceso un piccolo fuoco, in fondo alla barca. Adesso ci scaldiamo; vengono tutti da questa parte. Manca poco.

 

Si, andiamocene; andiamo a vedere qualche altra cosa del paese, disse in mezz’ai denti Leonardo; mo domandiamo qualche informazione a quella fermata della postale, così ci sbrighiamo più prima, chè tu devi andare a lavorare. Lo stavo per rispondere malamente, che lui pensa soltanto al lavoro dell’altri, ma in quel momento mi so’ accorto ch’era da più di un’oretta, che stavamo là, e non si vedeva ancora un poco di luce in cielo. E non l’ho risposto.

 

Il tempo corre, rincorre;

semplicemente,

scorre.

il tempo stringe,

dipinge;

il pentagramma dei segni,

costringe,

a suonar le parole.

 

Ci scusi, bell’uomo, saprebbe dirci …

 

La nave
nel porto
sa dove andare,
la nave
nel mare
sa come andare,
la nave
negli occhi
sa se tornare.
La nave
nel vento
sa solo
il tormento.

 

Immediatamente, com’al funerale, non s’è capito niente più, chè tuttu quanti quelli stavano là, e s’incominciavano a avvicinare pure l’altri, si so’ messi a fare domande e a rispondersi, chi co’ uno, chi co’ chi capitava, pure se nessuno l’aveva chiesto niente o voleva sapere un’altra cosa, che mi sembrava di stare dentr’a un manicomio senza muri e senza dottori.

 

Diciamo così:

chi è causa del suo mare,

male non dica dei venti,

delle onde alte,

degli scogli

e delle secche.

Chi è causa del suo amar,

non con lacrime,

diluisca il sale

né di risa colorisca il male.

 

Una barriera,

uno steccato,

un muro,

una catena,

orientano

più di mille indicazioni.

 

La mosca bianca

e la pecora nera,

un giorno di festa,

andarono insieme

a chiedere al dito,

dove fosse la luna.

Siete controcorrente,

rispose,

indicando il pelo nell’uovo

della gallina bianca,

che ha molti figli,

ma non canta per prima;

andate a ritroso

e trovate la rima.

 

Vi siete persi?

Come un granello di sabbia nel deserto?

Come una goccia nell’oceano?

Come un soffio nella tempesta?

Come un battito nell’eternità!??

 

No, signore bell’uomo, l’ho risposto, che non ce la facevo più a stare zitto, in mezz’a tanta pazzi: ci siamo persi normale. Ma non ce la potevo fare, che erano tropp’assai.

 

Si perdono

i perdoni

per dono.

Non ti perdo,

no;

non mi perdo,

no.

Non mi perdono,

per dono.

 

Sarà un privilegiato,

chi vedrà sorridere i tuoi occhi;
chi t’accarezzerà i capelli.
chi contemplerà il tuo corpo
e rinnegherà le statue.
Cresci,
diventa grande,
fino a dire,
io
ti ho perdonato.

 

Ci mancava uno che ci veniva domandare qualche informazioni a noi; anzi, mi guardava proprio in faccia a me, che non ero stato mai a quel paese, meno male, che una voce un poco più distante lo rispondeva, che, se no, non lo so chè lo rispondevo io.

 

-Mi scusi, è già passato il 15?
-Si.
-E il 15 barrato?
-Si.
-E la metro?
-Si.
-Il pullman?
-Si.
-Il taxi?
-Si.
-Il treno?
-Si.
-Il vento?
-Si.
-Il temporale?
-Si.
-La guerra?
-Si.
-La pace?
-Si.
-La rivoluzione?
-Si.
-L’arcobaleno?
-Si.
-La speranza?
-Si.
-Il sogno?
-Si.
-L’utopia?
-Si.
-Il futuro?
-Si.
-Il passato?
-No.

 

Non è detto, che mi trovi,
se decidi di venire.
Dove sto io, non si
arriva in macchina;
né correndo
né per caso.
Le strade sono strette;
i muri,
appiccicati,
di ombre
e di colori scuri,
si parlano,
sfiorando i musi delle statue.
Le scale sono tasti,
suonati dai millenni;
corde del labirinto
di storie
non più esistenti.
Racconti non a voce
o a libri o a dipinti;
ma spifferi curiosi,
caotici;
perfetti,
per rimanere,
fissi,
ad aspettarsi tutto.
Prova a fermare il cuore;
ti sentirai
il centro.

 

Senza dire una parola, finalmente stavamo d’accordo sopra una cosa, ci siamo messi a camminare svelti e giravamo a tutti i spigoli dei palazzi, chè ci sembrava che ci volevano continuare a dire tutt’ i fatti loro e non la volevano finire più. Leonardo, un poco, rideva, che mi vedeva arrabbiato; ma rideva più poco, di quando eravamo arrivati.

Come succede a certe città, quando fai le strade più antiche, che stanno al centro, tutt’una volta, ci siamo trovati a una piazza più grande, che, sicurissimamente, era la principale, che, pure se non lo conoscevo, il paese non doveva essere molto grande. Stavano un sacco di persone, specialmente bell’uomini, ma pure qualche bella femmina, a gruppi a gruppi di cinque, sei cristiani, che parlavano forte. M’hanno fatto ricordare quando so’ stato la prima volta a Milano, che tenevo una dieci, undic’anni, co’uno zio mio vecchio, nella piazza principale, che a gruppi com’a quelli gridavano forte, che mi credevo che facevano a lite, mentre invece, m’ha detto mio zio, parlavano di politica. No, com’al paese dove sta la terra mia, che quando ci mettiamo a parlare due, massimo tre, non teniamo niente da dire e teniamo le parole contate, come se si possono finire; hai visto chè significa, ho pensato, a tenere le scuole alte?

 

E’ tutta una piramide,
sissignori,
dai tempi
dei faraoni;
è tutta una scalata,
dall’alpinista
all’uomo
di borgata.
E’ tutta una
rincorsa
per chi,
i sogni,
insegue
e per chi
ne porta i segni.
Una fuga,
di notte,
d’amore
o di dolore,
di gioia
o di rancore;
è solo un lungo
viaggio,
d’andata e non ritorno.

 

Mi pare di capire, che servirebbe una rivoluzione
civile, democratica, non violenta, popolare,
etica, rispettando le regole di un sistema
da decapitare e, possibilmente,
non di sabato e domenica.

 

La rivoluzione civile
dev’essere la cugina
della guerra intelligente.

(Continua…)

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