Cioccolato

Yves Bergeret

Cioccolato

(a Langeais, sulle rive della Loira)

Tratto da:
Carnet de la langue-espace
Introduzione di Antonio Devicienti
Traduzione di Francesco Marotta

 

Introduzione

Il modo più recente tramite il quale Yves Bergeret compone poesia è l’occasione, intesa come incontro, esperienza, dato concreto che muove la scrittura poetante e fantasticante – scrittura che è anche pensiero poetante (rubo l’espressione, ovvio, ad Antonio Prete interprete di Leopardi) e la quale possiede già una sua robusta, nobile articolazione non disgiunta da precisi riferimenti storici, antropologici, culturali, etici.
Leggiamo insieme questo Chocolat (en Langeais, en bord de Loire) e ci rendiamo subito conto che il dato di partenza (l’occasione, appunto) è la visita (casuale) in una pasticceria che ha alle sue spalle una lunga tradizione nella produzione di cioccolata, ripresa dai gestori attuali e che si concretizza in un enorme “livre de commandes” dall’aspetto di un messale o di un salterio che, a meglio osservarlo, assume tutti i tratti di un libro alchemico e, nello stesso tempo, di un documento storico. La prosa poetica che presenta l’occasione e le premesse dei testi poetici che seguiranno possiede una grande bellezza linguistica ed evidenzia la capacità da parte del poeta d’interpretare i segni e le informazioni in essi contenuti – e si tenga bene a mente che la scrittura di Bergeret non è MAI estetizzante e/o esotizzante, anche perché essa parte sempre dalla convinzione (elaborata lungo decenni di studi, di viaggi e di incontri) che l’Europa e l’Occidente debbano scontare il proprio peccato estetizzante ed esotizzante che, nella cultura, è la manifestazione diretta del colonialismo e del razzismo che per secoli hanno caratterizzato l’Occidente nei propri rapporti con l’Africa, l’America centrale e meridionale, l’Asia e l’Oceania – e che da un tale peccato Occidente ed Europa debbano finalmente mondarsi.
È questo il nucleo etico, assoluto e irrinunciabile, dal quale muove tutta l’opera di Bergeret, la quale sa imporsi anche come arte di livello alto e innovatore grazie alle doti creative e poiematiche di una scrittura subito riconoscibile e magistrale, consapevolmente ispirata alla tradizione orale (non solo europea, anzi, europea in piccolissima parte, anche in conseguenza del ridursi progressivo della tradizione orale nel vecchio Continente) e a una delle sue radici più antiche, la performatività. È per questo che, coerenti, come “piccole onde sul bordo dell’oralità” i versi possono dispiegarsi l’uno dopo l’altro colmi di entusiasmo e di commozione, allargarsi alle tradizioni dei diversi popoli del pianeta, farsi, con immagine carissima a Yves, “carena” di un’imbarcazione comune in costruzione, oppure (ma il significato è il medesimo) “casa” comune degli umani.
Lo so, perché ne discutiamo spesso in privato, quanto Yves Bergeret detesti i cascami di una poesia estenuata nelle sue raffinatezze ed eleganze, di una poesia quindi atteggiata e rinchiusa su sé stessa, asfittica e asfissiante: sempre il poème bergerettiano, invece, s’invola e s’innalza ed emoziona e muove la mente prendendo l’abbrivio da un’apparente semplicità e immediatezza espressiva, ma questo è dovuto al ritmo orale che Yves tiene sempre presente anche quando scrive: ne conserva esperienza personale avendo udito (e visto) più volte le donne di Koyo, per esempio, danzare e cantare fatti svoltisi poche ore prima trasformandoli in una vera e propria rappresentazione epica o grazie alla profonda amicizia che lo lega al grande poeta martinicano Monchoachi.
Il “dio cui non hanno insegnato a leggere” e “l’universalismo alla maniera francese” sono allora espressioni coerenti con un’idea antimonoteistica (è il monoteismo a fondare e a giustificare il razzismo e il pensiero unico) e con il dichiarato rifiuto per un modo “francese” (ma leggasi anche “occidentale”) di rapportarsi con il mondo e con le culture non europee. La “fava” di cioccolato, infatti, è il veicolo sia linguistico che storico sul quale viaggia questo ciclo poematico di Bergeret, legando la Francia all’Africa, rovesciando il rapporto tra colonizzatore e colonizzato, rammentando ai molti lettori smemorati che l’apprezzata arte cioccolatiera francese deve moltissimo a un prodotto proveniente da un altro continente, coltivato e raccolto da manovalanze schiavizzate – e chiaro appare allora il parallelo con un certo modo di condursi degli intellettuali europei, raffinati e colti, ma dimentichi di star costruendo le loro indimenticabili opere sulla sofferenza e sullo sfruttamento di milioni di persone. Tutta l’opera di Yves Bergeret si fonda su questa consapevolezza (si legga e rilegga, qui, l’ultimo testo della sequenza), nonché sulla riflessione circa il rapporto tra il libro e l’oralità, tra la scrittura e la parola, per cui non c’è davvero nulla dell’esperienza quotidiana che non possa essere trasposto in poesia e non, come spesso succede in Italia, in maniera descrittiva e banalmente prosastica, bensì con la fiducia nel canto, da intendersi come ritmo del pensiero, danza del tempo narrato (i testi di Yves posseggono sempre una vastissima apertura spaziale e temporale e le sue parole sembrano anche corpi danzanti), cerimonia officiata dall’essere umano che, cantando, si riconosce dentro la “maison commune”.

 

Cioccolato

 

Ponte levatoio, torri merlate, alti bastioni: il grande castello feudale di Langeais risale al X secolo. La Loira, larga e sinuosa, con i suoi mobili banchi di sabbia, è a un centinaio di metri verso sud. A est, vecchie case in tufo bianco. Céline ed Emmanuel Errard hanno rilevato dieci anni fa la casa del XV secolo proprio di fronte al ponte levatoio. La chiamano “Casa di Rabelais”. Ne hanno anche ripristinato l’antica attività. Lui è un giovane cioccolatiere, pasticciere e gelataio, con un bel tatuaggio Maori sull’avambraccio destro; è un artista, insignito del titolo di miglior scultore francese su cioccolato nel 2001 a Romorantin. È un cioccolatiere raffinato e talentuoso. Sono sicuro che la principessa Anna di Carinzia o il suo maggiordomo Gunther, tra i più fini intenditori della fava di cacao, provano una notevole stima per questa Casa.

Il 12 gennaio Emmanuel Errard mi ha permesso di esaminare le pagine di uno splendido, pesante ed enorme (48 cm di altezza per 31 di larghezza, 4 chilogrammi) Quaderno degli ordinativi (non un vero e proprio libro contabile) di Girard, il suo predecessore degli inizi del secolo scorso; ha la dimensione di un grande salterio o di uno spartito orchestrale chiamato talvolta “partitura abbreviata”, utilizzabile dal direttore nella sua postazione. Questo Quaderno abbraccia gli anni dal 1910 al 1920.

Ogni doppia pagina aperta rappresenta un mese dell’anno in corso. Le informazioni scritte sono chiare sulla colonna di sinistra: nomi di famiglia (o molto raramente la professione), e sul primo rigo orizzontale in alto il giorno del mese, martedì 12, venerdì 23, etc…
Il resto è veramente difficile da decifrare. La calligrafia a inchiostro è cadenzata, fluida, elegante e illeggibile: interpretabile solo dal cioccolatiere e probabilmente da uno o due dei suoi assistenti. Parla, insomma, una lingua visivamente ermetica, quasi ultraterrena. Uno studio accurato delle pagine permette comunque di scoprire che l’unità di misura è il litro; poi, verso la fine del periodo, appare discretamente il chilogrammo. Si arriva a capire, più o meno, che lì si vende cioccolato, molta farina (a litro, in recipienti cilindrici di legno), briosce; se ne vendono quantità regolari e piuttosto abbondanti a un centinaio di “nomi di famiglia o di professione” della regione: famiglie molto numerose e particolarmente affamate, o invece punti di vendita al dettaglio, essendo allora la casa Girard un negozio all’ingrosso o semi-grossista? Verso la fine del decennio, con i disordini economici e le difficoltà di approvvigionamento dovuti alla prima guerra mondiale, il grande Quaderno evidenzia vendite frequenti di “recipienti per braci”.

La Casa Girard di una volta e l’attuale Casa Errard sono conosciute per i loro cioccolati. Il baccello, come è noto, viene principalmente dall’Africa nera, dalla Costa d’Avorio tra le altre zone; è conosciuto in Europa da pochi secoli. Un prodotto di lusso. La fava magica eleva il palato di chi la degusta, scaccia l’ipocondria, inebria il bambino. Dolce piccola bontà post-coloniale che la severa ombra feudale del castello di Langeais impedisce di sciogliere troppo in fretta prescrivendo l’adempimento di profondi e concreti rituali. Il senso di questi riti in buona parte ci sfugge; ma lo lascia intuire la danza ripetutamente ripresa dell’inchiostro nero, bruno o violetto sulle pagine del Quaderno degli ordinativi.

La capacità del poema, mai lontano dall’oralità incantatrice, permette di avvicinare realmente il senso che l’esoterico Quaderno degli ordinativi di Langeais abbozza attraverso le meravigliose grafie delle sue pagine doppie.

 

*

 

Ci sono le costellazioni,
ci sono, ne sono certo, le loro tracce sulla sabbia,
proprio come sulla carta, sulle pagine
ci sono i loro segni sottili,
pagine fragili come foglie d’albero
dove la cosmogonia riecheggia ovunque.
Il racconto sa da dove cominciare?

Ecco: prendiamo in mano
annotiamo
il nutrimento sacro del mondo.
Umanità: modesta universale poppata.
Un boccone dopo l’altro: adolescente universale.
Il
Quaderno degli ordinativi lo teniamo ogni giorno,
una pagina doppia è un mese,
duecentoquaranta pagine fanno dieci anni.
Dieci anni di salterio.
Si prosegue. Di certo nessuno legge a ritroso
il grande salterio: infatti, perché farlo?

E poi, per salmodiare che cosa?

 

*

 

Tracce sulla sabbia, sabbia,
i granelli di sabbia aspettano
poi si disperdono frusciando,
miriadi di vertebre dell’umanità
che si trascina feroce e tenace
fin dalla sua comparsa.

Una genealogia a scacchiera
curvata nell’inchiostro
depositato da infinite piccole onde
tra le pieghe del libro
sulle spiagge del libro.

Spartito di un direttore d’orchestra,
maestro anonimo a cavallo dei decenni
dei secoli
dei mari e dei continenti.

Virgolette illeggibili
vasi capillari dell’umanità
assetata di pace e di festa.

Sabbia, sempre al guinzaglio della bassa marea
gabbiani sempre posati faccia al vento,
vele sempre gonfiate da un unico vento
viaggi e viaggi nel palmo di uno stesso flusso
attratti dalla stessa inclinazione.

Piume, hai detto? Lanugine?
Ma di quale volo? Di chi?

Quando tutto è finito,
ogni patrimonio disfatto,
ogni scheletro ridotto a niente più che polvere,
restano i nomi, ciò di cui sappiamo scrivere,
una traccia d’inchiostro.
Nessuno fa attenzione
a certe dignitose piccole onde
che lambiscono la sabbia,
increspature sul bordo dell’oralità.

 

*

 

Osserva-ascolta ciò che esala
dai pori della pelle del mondo:
i salti e le esclamazioni wodaabé,
i richiami aka nel folto degli alberi,
lo scalpitare sciamanico yakoute,
ecco l’interminabile foresta delle voci.

Basta a se stessa la lunghissima foresta,
i boschi i tronchi i rami risuonano tutti
gli uni verso gli altri come le voci gioiose di festa
e le grida di guerra.

Non c’è nessun direttore d’orchestra
per leggere l’infinita partitura.
Inventiamo un dio unico
per credere in lui: ma ci siamo dimenticati
di insegnargli a leggere.
Eppure un dio molteplice c’è: è la foresta
i cui alberi sono gli esseri umani.

Si erge qui il grande libro di tutti gli uomini,
è illeggibile, nessun occhio vi trova
una linea di lettura né un alfabeto chiaro.
Il grande libro rifiuta il dio che i dogmi
desiderano per lui come cani
in cerca di un padrone.
Il grande libro ride, non si fa ingannare:
l’universalismo alla francese
è un coacervo di squame
di pesce morto.

 

*

 

Il grande libro è un’illusione per chi si crede
un dio o un supremo tiranno.
Per quanto giri e rigiri le pagine,
cerchi il racconto in una diagonale
e poi in un’altra,
tutto gli sfugge e si dissolve.

E’ l’umile mano del Cioccolatiere
che ha immerso il pennino nel calamaio
e su un sapore che è stato sottratto
con la violenza alla foresta tropicale
ha composto il libro del mondo,
tavola degli elementi e protocollo
di un aroma che nasce e si scioglie
nella foresta ivoriana e sul palato dei bambini.

Più fallico dell’obelisco di Luxor
si staglia il libro sull’utilizzo del sapore
del mondo,

fave,
fossili,
piacevoli amari fossili.

 

*

 

Batte sul piano del tavolo
il giocatore di domino
batte la tessera d’avorio o di plastica,
mille colpi mille tessere,
fa vacillare i due poli,
spiazza la morte e la nascita.

Trema la terra
trema lo strato bianco
trema lo strato nero
contano solo quelle scosse
che si fanno beffe del vulcano
e lo spingono a rintanarsi
anche in una piccola radice
di cacao togolese.

Tutto il borgo, tutta la città batte sui tavoli,
nella Martinica, a Cipro, in Cabilia
tutti gli uomini giocano a domino
con tessere di avorio o plastica
a ottanta centimetri dal pavimento,
sulla superficie dei suoi tavoli
la città salta salta salta.
A ogni salto morde una fava.
A ogni salto genera un bambino.
A ogni salto dà splendore alla parola
anche al di là della sua stessa luce.

In tutta la città le nonnine in cucina
battono i fondi delle casseruole sul fuoco,
battono i cucchiai sull’alluminio,
battono il cibo,
battono il futuro,
battono la vita
dicono in chiarità
dicono la vita
creano la vita.

Ma poi ognuno esce di scena
lasciando appena sul grande quaderno
in una pagina doppia dopo l’altra
la firma universale e unica
del suo gesto, della sua vita, del suo nome,

e solo il Cioccolatiere cerca di rileggere
il grande ciclo scritto con grafia ornata
in silenzio, rilegge in silenzio.

 

*

 

Si scopre verso il 1920 per l’imprudenza
e l’impudicizia di qualche parola a un tratto leggibile
che il Grande Cioccolatiere vende anche
farina al litro, briosce e recipienti per braci.

Così l’orgoglio dei re fa il nido nel baccello viaggiatore
e le braci inghiottono lo spirito dei tropici
che i marinai della Loira e i mandriani dei pascoli
procurano ai loro fornelli domestici di ghisa nera.

Florescenze dei giunchi delle rive
sferzati dal vento
sono le lettere inclinate sulle pagine.
Un battito d’ali di cormorani e gabbiani
sono le lettere inclinate sulle pagine.
Milioni di bocconi di brioches inghiottite
sono le lettere inclinate sulle pagine.

 

*

 

Chi traccia segni deve inclinare il pennino
per fingere che ripetere sia fecondo.
In mancanza di un dio ultimo,
di una fede cieca nella ripetizione
a cui in effetti nessuno crede,
si tiene il grande libro,
si scrive in bella grafia, si tesse con l’inchiostro,
si stria cancella copia elimina stria
stria stria stria stria stria stria
per mostrare che la stele di carta
che la mano ossessivamente erige
ricorda per contrasto la memorabile luce
delle voci aka, woodabé, yakoute
e di ogni voce umana,
luce che slancia le volte della casa comune
volte tondeggianti come archi di carena
sopra la Loira e i prati,
le frontiere, gli odi, le epoche e le notti.

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