Canto di Natale (4)

Un cerchio di fumo;
sospeso nel vento del tempo.
cerco chi fummo;
sospeso nel tempo del vento.

 

Contadino della sua terra

 

Canto di Natale

IV
Anche tu puoi volare

 

(Continua da qui)

Quest’idea, di fare la rivoluzione con le idee, non mi sembra una grande idea.

 

Mi piacerebbe
tanto,
di tanto in tanto,
non dico,
di volare;
ma,
almeno,
non sai
quanto,
di riuscire
a
sorvolare.

 

Hanno fatto il governo?
No.
E l’opposizione?
No.
E l’interposizione?
Si.
E le supposizioni?
Si.
E le insinuazioni?
Si.
E le tentazioni?
Si.
E l’insurrezione?
No.
E la rivoluzione?
No.
E la restaurazione?
Non ancora.
E le risurrezioni?
Qualcuna.
E le proposizioni?
Molte.
E le preposizioni?
Non credo.
E i gruppi?
Si.
E i sottogruppi?
Si.
E gli intergruppi?
Si.
E il gruppo misto?
Si.
E il gruppo maschi?
No.
E il gruppo femmine?
No.
E il gruppo un poco e un poco?

 

A questo punto, quello che rispondeva, si o no, ha gridato forte e l’hanno sentito tutta la piazza:

vafancùl!

 

È partita una signora; oh, basta che sentono la parola, femmine, e non si riescono a stare zitte.

Alla piazza, alla piazza, la pulzella è una pazza. alla pazza, alla pazza; tutt’in piazza alla mezza, a vedere la pazza impazzire nel fuoco. A vedere le facce, a vedere le lingue, arrossare i palazzi; a vederle sfrecciare nel tempo del cuore. Chi vuol fermare l’acqua, chi vuol fermare il fuoco. Chi vuol fermare l’aria, chi vuol fermare il vento, chi vuol fermare il male, chi vuol fermare il bene. Chi vuol fermar la luce, chi vuol fermar la notte. chi vuol fermare il tempo, chi non ha più tempo.

 

Senza motivazione o io non avevo capito qualche cosa, uno ha detto: a quell’animale che sta al governo lo devono uccidere; a lui e tutti i familiari che tiene!

Un altro, affianc’ a lui, che doveva essere uno che capiva molte cose, a come stava vestito, col cappello largo, e colla barba tutt’aggiustata, l’ha risposto: si dice famigliari.

Ueh, è arrivat’ ‘o scenziato, ueh! Si può dire tutt’e due.

E’ vero, un altr’e uno, devi studiare un poco più assai.

E ‘n’altr’e due o tre: saputello. Imparati il latino. Domanda a quelli colla crusca.

Ohh!! Piano piano, mentre che si toglieva il cappello; l’ho ripreso solamente, perché ha detto ‘na cosa brutta: è normale, a come dicete voi, che a un politico co’ tutta la famiglia, lo devono uccidere, perché vi sta antipatico a voi?

E chè ci centra? Si può dire tutt’e due; non ti mettere a cambiare ragionamento e di’ che ti sei sbagliato e vedi dove te ne dev’andare.

S’ha lisciato un poco la barba e s’è mess’ a dire:

 

il colle familiare,

per la calle famigliare,

è rigato da

pensieri famigliari;

da sentieri familiari.

Il vento suona il brusio delle foglie:

è familiare.

Un foglio non descrive

la famigliare gioia

per un figlio.

Il profumo, del pane,

familiare,

si fonde al fumo,

famigliare,

del camino.

Nei pressi dei cipressi,

occhi familiari

mi fissano, impietosi;

sembrano dei mostri.

Ma,

si solleva il peso,

al sollevar lo sguardo:

sono soltanto l’anime

dei famigliari vostri.

 

Si so’ stati tutti zitti; nessuno ha tenuto più niente da dire e, a uno a uno, hanno preso la strada loro. Lui, come fanno i cristiani eleganti, ha fatto finta di togliere la polvere da sopra il cappello, se l’ha ficcato in testa e se n’è andato pure lui.

L’ha bestemmiati i morti, Leona’? A me mi pare di si. Ma teneva torto, è vero? M’ha risposto, boh.

Finalmente, camminando come se tenevamo paura di qualche cosa, ma, specialmente perché c’eravamo stancati, gira da qua, gira da là, abbiamo trovato la strada da dove eravamo venuti, chè abbiamo visto il segnale co’ scritto, arrivederci, mentre prima stava scritto, benvenuti.

Non si presenta uno, che non l’abbiamo visto da dov’era uscito?!

 

Avrei delle storie da raccontare;
sono settimane, che rimando.
Invischiato in questo fiume morto,
di acqua spenta.
Nell’egoismo di trovar
parole giuste,
per decifrare
l’amor delle
locuste.

 

C’è una storia inventata,
che è la più bella invenzione
della storia.
Una storia mai scritta;
né letta, narrata o cantata.
Una sorta di storia leggenda;
leggiadra e nascosta.
Questa storia non ha
una trama precisa;
un inizio saputo,
una fine decisa.
E’ una storia di forse,
di ricordi incantati;
di ombre più vere
dei rami con foglie.
E’ la storia del vento,
che accarezza la brezza;
è la storia del ritmo

che muore.

 

Cos’è
questo sorriso,
mi chiedi,
dal grigiore amaro?
Sarà,
che non ho detto,
mille volte,
al cielo,
che tu
mi sembri,
colle stelle
d’acqua,
di questa
sabbia,
il mare.

 

Eppure,
nel fiume
c’è ancora
una goccia,
di ghiaccio,
di pioggia,
che vuol
risalire;
che non vuol
essere sciolta,
che non vuole
annegare nel mare.

 

Sta piovendo di nuovo;
una stella, smarrita,
cerca un posto sicuro.
Due fanali ingialliti
su un portone
ormai chiuso,
non fan luce
né ombra.
Lungo i muri bagnati,
una lacrima corre
a nascondersi
persa.

 

“caro bene”,
accigliato,
il male,
“non riuscirai
a farmi male;
a volermi tanto bene,
da non volerti
tanto male,
da farti stare
bene”.

 

Si, va bene; ma ce ne stiamo’andando, tenete pazienza. Era meglio che mi stavo zitto.

 

Ogni uomo è triste,

se ama non amato;

ma nessun uomo è triste,

quanto quello della musa.

 

Ho sognato
di fare l’amore
con tutte le donne
del mondo.
Ognuna,
come più le piaceva:
a volte,
a parlare,
altre,
a sognare;
a sfasciare castelli
e a fumare la morte.
Le più giovani
e belle,
più concrete
dell’aria,
hanno,
invece,
voluto
la battaglia
e la pace.
Ero certo
di vincere,
m’ alla fine
ho perduto:
tra le nubi
di fumo
e le guerre
di carne;
tra le tante
parole,
camuffate
da altre,
ho capito
una cosa:
che non bastan
le rose.

 

Quando il corpo era stanco,
ma deciso a restare,
e le rondini basse,
per mostrare,
che anche tu
puoi volare
e far ombra a quel sole,
più gigante del mondo,
giallo forte,
per sembrare
una luce
spalancata
ad una alba infinita,
arrivava,
in silenzio,
quel richiamo
da casa,
dal balcone
socchiuso,
dalla tenda più calda,
inventata
dai sogni.
Solo tu lo sentivi,
l’aspettavi e intuivi;
e dovevi lasciare
soffocare le grida
di un’infanzia
incantata,
per tornare nel posto
dove, stare,
ti dava,
dell’amore,
il calore
nascosto.

 

Siete bravo veramente, bell’uomo; ma mo, facetecene andare, per piacere; veniamo un’ altra volta, non vi preoccupate, e ci raccontate tutte cose. Forse, può essere, avevo parlato un poco più deciso, non lo so; fatto sta, che il cristiano s’è girato e se ne stava per andare per i fatti suoi. Ma s’è girato ‘n’altra volta, ma non s’è avvicinato, così abbiamo capito che aveva capito.

Se incontrate mia figlia, per la strada, dite così:

 

un giorno,

figlia mia,

tanto tempo fa,

abolirono la povertà,

la bruttezza e codardia;

ricchezza,

bellezza e coraggio

vennero spazzati via.

 

Di quell’alba,
che disegnasti,
ricordo la stanchezza
e il fumo nei polmoni;
la leggerezza
del tuo sonno,
in braccio,
e il fatto
che dicemmo, insieme,
sei
come ti volevo.

 

Non v’abituate,

che niente è per sempre.

Spengo la luce,

per vedere se ti amo

con le mani

e domani;

s’è

come vedevo:

che, cieco, non ti perdevo.

 

E mi so’ svegliato.

No, non è vero: mi so’ inventato tutte cose.

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