Domino e giochi a carte

Yves Bergeret

“Tremble la terre
tremble la strate blanche
tremble la strate noire
seul compte le tremblement
tandis qu’à reculons le volcan
retourne ricaner
même pas dans une radicelle
du cacaoyer togolais.”

[Accingendomi a completare la traduzione del “poema” Chocolat di Yves Bergeret, poi pubblicata su questo sito insieme a una significativa nota introduttiva di Antonio Devicienti (si leggono entrambe qui), ho discusso con l’autore in merito al senso complessivo della strofa che leggete qui in alto, un senso refrattario a qualsiasi tentativo di trasposizione lineare, letterale del suo dettato poetico.
La risposta merita di essere conosciuta perché ci offre ulteriori elementi per inquadrare più compiutamente la poetica del maestro provenzale: essa si staglia, come un iceberg luminoso, su un immaginario abissale, magmatico, costruito in decenni di frequentazione e di ascolto della lingua-spazio dei paesi, dei popoli e delle culture del mondo legati (quando, e nelle condizioni in cui, ancora lo sono) alle tradizioni e ai rituali dell’oralità – che ne costituisce la base, l’elemento fondatore e unificatore di tutti gli aspetti della vita individuale e comunitaria.
Non c’è una sola parola nella sua monumentale opera poetica, non c’è un solo segno nella sua multiforme e innovativa produzione di artista plastico, che non riverberino echi profondi, talvolta appena intuibili, della voce infinita degli uomini, delle epoche, delle stagioni e dei giorni, della terra e dell’inafferrabile, libera continuità della vita di tutti gli esseri. fm]

(Il testo originale è qui)

 

[…]

D’un tratto nel poema Cioccolato si verifica un cambiamento di tono dovuto all’irruzione improvvisa del gioco del domino. Ciò non avviene affatto per caso. L’enorme Quaderno degli ordinativi di cioccolato, farina e briosce è, infatti, una grande Bibbia popolare (per quanto illeggibile e quasi segreta) che regola l’ordine del mondo, sociale, rituale, alimentare, economico, etc. Si tratta davvero di una Bibbia, dal momento che si basa su una doppia rottura originaria e fondatrice della temporalità: la prima è l’appropriazione coloniale del seme di cacao per farne un prodotto europeo di lusso; la seconda è il peccato di ingordigia dei cristiani. Ed ecco che questo Quaderno, con la sua densissima trama (come una partitura da direttore d’orchestra), riporta all’ordine l’umanità scellerata.

Eppure questa rozza umanità ha dei sussulti di liberazione, il più praticato dei quali è il carnevale. Ma ci sono anche i giochi d’azzardo, dove non è un dio a orientare dispoticamente la storia dell’umanità grande e piccola; il gioco d’azzardo più universalmente popolare (quando non è preda della corruzione e della mafia) è il calcio, dove la folla urla durante lo svolgimento dei cinque atti di questa enorme tragedia greca antica il cui esito non dipende dal dio ma da un pallone e dalle caviglie di giovani pazzi che corrono in ogni direzione – gli dèi sono spossessati della loro tirannia.

E soprattutto, su scala più ridotta, ci sono i giochi con le carte e, meglio ancora, il gioco del domino. Ben più dell’intelligenza dei giocatori, il vero dio è l’assenza di ogni dio, cioè il caso. La cadenza della tragedia è scandita da silenzio e grida, silenzio e grida, silenzio e grida, fino alle urla finali. Ma tutto è ritmato dai polsi o dai bordi delle mani che battono con forza sul piano del tavolo; il domino è ancora più efficace perché rappresenta un piccolo strumento a percussione.

Guarda i giocatori di carte o di domino, Francesco: tengono dei piccoli registri di gioco, a volte un semplice foglio, sui quali scrivono con grafia quasi illeggibile i “punti” guadagnati dagli uni e dagli altri nel corso della partita. E l’andamento percussivo, musicale, sonoro, corale della partita è esattamente identico a quello che svela o indica il Quaderno del Cioccolatiere… Ecco i nostri giocatori di domino, piccoli demiurghi che improvvisamente teatralizzano la loro effimera libertà battendo sul tavolo.

Tu hai appena ritradotto in italiano il Poema dell’Etna; l’Etna è il dio della colpa, ma i giocatori di domino, agendo in modo blasfemo, lo costringono a fuggire. E, a questo proposito, voglio raccontarti dei significativi episodi vissuti insieme a Monchoachi. Nella Martinica, quando è possibile, visitiamo dei luoghi ai piedi del vulcano (ogni isola ne ha uno) assolutamente interdetti ai turisti: le tettoie dove si gioca a domino. Al ritorno dalla rudimentale pesca notturna, i pescatori dormono per qualche ora e poi vanno al bar a bere un bicchiere di rum molto forte, dopo di che si dirigono verso una di queste tettoie, costruite con pezzi di legno delle barche distrutte dalle tempeste. E là, partite frenetiche di domino, vocianti, nella parlata creola, che terminano sempre con un aforisma, un proverbio, una formula orale, rigorosamente in creolo, che colui che ha vinto la partita improvvisa davanti ai suoi compagni. Io e Monchoachi siamo affascinati da questa straordinaria creatività della poesia orale.

Questi aforismi sono indirizzati, è così che li ho sempre interpretati, al destino che ha distrutto intere famiglie con la Tratta dei Neri verso le piantagioni coloniali; sono rivolti al dio della morte e anche ai “loa” (divinità vudù), agli antenati; questi aforismi sovvertono tutti i destini. Le tettoie per il domino si trovano in genere sulle coste atlantiche delle isole, non di fronte al Messico, e sono dedicati all’Africa perduta.

Ho visto più o meno gli stessi riti di gioco in Cabilia e a Cipro. Dei veri riti…
Di fronte alle grida e alla rappresentazione teatrale di rivolta e di dignità, l’imponente massiccio dio, il vulcano, si sente ridicolo, è ridicolo, vuole nascondersi in una piccola radice di cacao (l’albero che produce questo seme da sogno); ma ovviamente non succede niente. Ciò che accade è unicamente questo rituale di sovversione. Ho scritto la fine di questa strofa un po’ come un proverbio creolo che rimbalza su se stesso, un gioco sonoro e verbale, un piccolo pezzo di Queneau o dell’Oulipo, una fantasia ritmica molto libera. Non penso che il cacao nasca nel Togo. In Costa d’Avorio, sicuramente; ma il piacere assurdo e insolente di dire cacao togolese è veramente una gioia per l’orecchio francese.
Per renderlo in italiano, lingua di cui conosco così poche cose, immaginerei questo senso politico e sociale ma espresso in una sorta di festoso delirio da cantastorie.

Aggiungo infine, Francesco, che su una delle tre foto (che ti invio) puoi vedere quattro vecchi accaniti giocatori di domino, dei veri e propri grandi attori di teatro, in un piccolo bar berbero a Parigi, proprio accanto al laboratorio di Giacometti. E sul tavolo, insieme alla tazza di caffè, un guazzo di arte spontanea (una “macchina da corsa”) che avevo comprato da Guillaume, dopo averlo visto sul marciapiede in questo quartiere un’ora prima.
Le altre due foto sono state scattate in un caffè portoghese e in uno serbo, sempre nei pressi del laboratorio di Giacometti.

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2 pensieri riguardo “Domino e giochi a carte”

  1. Ecco: sono queste le proposte di lettura e di riflessione che danno la misura di quanto uno spazio di scrittura sappia essere attivo, propositivo, non autoreferenziale, non provinciale, non prono a un certo modo (sterile e imbelle) di leggere la poesia.

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