Breve saggio sui trenini elettrici

La fascinazione che proviene dal trenino elettrico (limitata ai “maschi”?) non è soltanto un richiamo dall’infanzia né soltanto una nostalgia, ma il persistere dell’incanto esercitato da quello che, miniaturizzato, allude nello spazio di una stanza o di un tavolo alle dimensioni eccessive d’interi paesaggi – ché, foss’anche solo il cerchio dei binari e un solo passaggio a livello, il giuoco del trenino elettrico dona l’illusione di dominare rotaie, vagoni e locomotive che, nella realtà, eccedono grandemente le forze di ognuno. 
Il piacere del giuoco inizia con l’estrarre dalla scatola i segmenti di rotaia per innestarli dopo averli posati su di un tavolo o per terra: quest’ultima circostanza è forse più attraente perché costringe a inginocchiarsi o a distendersi sul pavimento, a percepirne la durezza e gli odori; a seconda del numero di segmenti a disposizione il circuito dei binari può variare e infinite appaiono anche le combinazioni che si possono mettere in atto, pure queste in base ai pezzi a disposizione; l’edificio della stazione, le gallerie, altri elementi ancora come una fattoria, un ponte, una staccionata…
Altro è, ovviamente, il discorso nel caso si voglia costruire un plastico, un paesaggio, dunque, che rimarrà sostanzialmente fisso e nel quale si muoverà il trenino – in questo caso molto dipende dall’abilità del costruttore (o dei costruttori), dal denaro investito per l’acquisto delle varie parti e dei materiali necessari all’allestimento. E il paesaggio potrà essere di fantasia (verisimile) oppure riprodurne uno realmente esistente.
Ho sempre preferito montare e smontare il mio giuoco del trenino elettrico benché continui ad ammirare quei plastici capaci di restituire, in miniatura, tutta la complessità di una porzione di territorio.
E dichiaro un’altra preferenza: amo molto di più i convogli trainati dalla locomotiva a vapore, mentre osservare il trenino effettuare moltissime volte il medesimo percorso, se possiede anch’esso qualcosa d’infantile, conserva tuttavia qualcosa della trance e della ritualità che pertengono al distendere sul foglio la scrittura (come in questo momento accade) usando una matita o una penna. Non si dimentichi che il secondo momento di piacere è costituito dal posare la locomotiva e i vagoni sui binari per poi agganciarli tra di loro, così che sono sempre le mani a preparare il momento nel quale, collegato il trasformatore alla rete elettrica, il trenino inizierà a muoversi.

Fu la linea ferroviaria una delle invenzioni che, figliate dalla rivoluzione industriale, cambiò l’economia, la società e, pure, la percezione del mondo: muoversi alla velocità del treno muta il rapporto dello sguardo con la realtà – la Germania creò in pochi anni una delle reti ferroviarie più efficienti del mondo, esprimendo una sorta di passione nazionale per treni e stazioni che perdura ancora oggi e che si esprime pure nella perfezione di locomotive e vagoni in miniatura che costituiscono dei veri e propri gioielli di tecnica e di fattura, degni anche soltanto di essere tenuti sulla propria scrivania per contemplarne la bellezza.

Non a caso, allora, ad Amburgo, nella Speicherstadt, al secondo piano di uno degli edifici in mattoni rossi e dagli ampi finestroni affacciati sui molti canali, è allogata la più grande esposizione d’Europa di ferrovie in miniatura: la luce che, derivando dal Mare del Nord, entra negli ambienti vastissimi, incontra i convogli che si muovono incessanti: forse è la mente bambina ancora celata dentro la mente adulta a venire alla luce e ama e ammira instancabile quell’andare sulle rotaie, quelle riproduzioni in miniatura di gallerie e case, di squarci di paesaggio montano o urbano, di stazioni ferroviarie dove i viaggiatori stanno immobili in attesa: Hamburg Hauptbahnhof (la stazione “grande”, “vera”) non è che un punto di partenza verso altre stazioni che, ricostruite dopo la guerra o completamente ristrutturate dopo la riunificazione, rendono percepibile l’idea di una Germania che negli arrivi e nelle partenze dei suoi treni rispecchia sé stessa.
Ma ci sono molti altri nomi che suonano mitici: Gare de Lyon, Gare du Nord e tutte le altre, per me stracariche di suggestione e di sogno, “gares” parigine, la Stazione di Finlandia a San Pietroburgo, il Rossio a Lisbona, la stazione del Pireo ad Atene – il trenino elettrico che si ferma e poi riparte porta con sé la fantasia e questi nomi, che sono direttamente legati a una mia dapprima infantile e poi ancora perdurante passione per gli atlanti, richiamano letture e ricordi personali, ma anche collettivi: la Stazione centrale di Milano è pur sempre anche il nome dell’emigrazione dal Sud verso il Nord e le stazioni ferroviarie sempre conservano questo loro doppio carattere di luoghi del transito, magari della gioia perché tramite loro si raggiunge una persona cara o s’intraprende un viaggio, o della tristezza (si lasciano persone e luoghi cari) e vi s’aggiunge un terzo carattere: le stazioni sono anche luoghi dove un’umanità invisibile (nel senso che non la si vuol vedere) trova una sua non-casa, talvolta per scelta, spessissimo perché gettata in questo limbo delle nostre città e dalle nostre città ri-gettata.

Ripongo ora i vagoncini e la locomotiva nella scatola, smonto con cura i binari, li colloco nelle nicchie predisposte, richiudo la scatola – ma già pensando a quando la riaprirò per un nuovo giro di scrittura, per un nuovo sguardo (incantato e nello stesso tempo disincantato) sul mondo.

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9 pensieri riguardo “Breve saggio sui trenini elettrici”

    1. … sarebbe come chiedermi se preferisco scrivere con la penna o con la matita: con entrambe, a seconda dell’estro (e non è una risposta salomonica); mi fu regalato un Lima, ma ho voluto “postare” la foto di due locomotive Märklin, la marca tedesca che ogni appassionato di trenini elettrici ammira.
      Grazie sempre per l’attenzione, Flavio.

  1. Merci pour cette prose, si jubilante et si intelligente avec son élargissement final, son coup de théâtre final. Magnifique lucidité du penseur-écrivain de l’âge post-industriel alors que le train maille complètement l’Europe de l’ouest et s’est installé parmi les plus beaux jeux d’enfant. Mais tandis qu’en Afrique de l’Ouest on abandonne les rares lignes ferroviaires faute de moyens financiers.

    Je me rappelle avoir vu dans la petite église baroque en bas de la spectaculaire rue-escalier de Caltagirone en Sicile, église ouverte juste pour Noël, un immense Presepe tout en paysages de montagnes, vallées et villages. Le Presepe était monté-démonté à l’occasion de la Nativité pour la fêter, certes. Mais son “sujet” était le train ; locomotive et wagons tournaient en rond toute la journée. C’était cela que l’on voyait et qui hypnotisait. Tournaient en rond pour donner de l’espérance, pour empêcher que ne s’effondre sur nos têtes la coupole, traversée de très profondes fissures. En somme, à l’autre bout de l’Europe par rapport à Hambourg, un acte de foi industriel, un acte de foi assez peu religieux, peut-être superstitieux, entre orgueil et pur rêve, d’un cantastorie ironique.

    Yves Bergeret

    1. Yves carissimo,
      il tuo articolato commento apre nuove direzioni di riflessione al mio “breve saggio” che, mi auguro, solo a una lettura frettolosa e superficiale può sembrare frivolo o giocoso; in realtà esso vuole condurre a tutta una serie di riflessioni riferite alla scrittura stessa e al suo rapporto con la contemporaneità.

  2. il gioco è la cosa più seria che esista al mondo. Io guardo, ammirata e incantata ancora adesso, i bei trenini girare e girare… Grazie,Antonio per questi tuoi brevi ma esaurienti saggi su certi argomenti apparentemente minimali….

  3. mi ci perdevo a montare/rimontare binari et accessori con gli amici dell’infanzia con cui, poi, bighellonavamo presso una piccola stazione (ina, molto ina!) di campagna sognando che fosse chissà di quale metropoli! ma, il bello dell’infanzia (solo di essa?) è lo sviluppo della fantasia!! Per noi, il nostro trenino (lima?) e la piccola stazione era New York, Mosca, Pechino, Parigi e Metropoli varie, il sogno della nostra piccola città di provincia!!

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