Il corpo edenico e il sussurro

Flavio Ermini

Il corpo edenico e il sussurro
(Su “Incerti umani” di Domenico Brancale)

Con incerti umani di Domenico Brancale assistiamo a un cominciamento che mai smette di principiare, a un sempre nuovo manifestarsi dell’essere insieme a un sempre diverso modo di pensare l’essere. Assistiamo a una realtà originaria che nello stesso tempo si costituisce come fondamento, colonna e tetto; possente nella sua immobilità albale che continuamente si rinnova.
«Forse già prima delle labbra nacque il sussurro» registra Mandel’štam, facendo cenno proprio a quegli «incerti umani» che si manifestano – come ci rivela Brancale – solo in un «prima»: prima del respiro, prima del nome stesso, che è sempre «nome a venire».
Quel «sussurro» fa sì che il vivente umano inizi a essere. È la sorgente di un continuo sgorgare che si precisa anche come patria che attira a sé.
Il cominciamento, «questa estremità», è il sussurro che impone alle labbra di essere; quel sussurro che ha radici nella sostanza originaria del mondo; quel sussurro che si prefigura come «profondo distante» della parola. Nel cominciamento, tra il sussurro e la formazione delle labbra, nasce la «parola estrema».

Apparteniamo al principio, segnala Brancale là dove compiutamente scrive: «ascoltami // alla parola estrema / al crinale / schegge apparteniamo». Apparteniamo alla parola sorgiva, dove ogni cosa nasce per la prima volta e s’intona all’origine senza essere espressione di qualcos’altro. Si fa luogo di un apparire, di un’alba che non conoscerà mai il giorno. È forse uno stadio estatico del linguaggio. La parola si fa avanti sotto forma di un dio momentaneo, un incerto divino… forse il “tu” degli «incerti umani».

Il sussurro è interrogato soprattutto nelle sue fasi di massimo compimento ed esaurimento, nell’istante in cui si annunciano altre forme: le labbra, la lingua, il palato… Gli «incerti umani» prendono vita, si fanno «incontro a un tu», lo interpellano nella precarietà, nell’incalcolabilità.
Non seguiranno una “storia”. La storia sarebbe un costante deturpamento della verginità e della purezza. La storia sarebbe uno sciuparsi del biancore, la lenta degradazione dell’antro in bara.
Gli «incerti umani» sono già da sempre estranei al divenire storico. Ancorati al sussurro: in «questa estremità».
Pre-storico è l’incipit del linguaggio. Da tale condizione ci parla il poeta, da una situazione pre-liminare di incertezza e disorientamento, connessa alla carenza di un habitat riconoscibile. Il poeta ci parla da quella «terra invisibile e caotica» nominata da Agostino; quella terra «che sta tra la forma e il niente, non formato e non niente, un senza-forma quasi niente»; quella terra dalla quale è stato tratto il mondo artificiale e ben ordinato che ora abitiamo.

Registra Brancale che la materia informe non è un episodio accidentale, poi superato, ma la struttura che sempre di nuovo si sforma e «costringe / a tenere alta l’allerta».
Il «senza forma» si fa valere in qualsiasi momento e nelle più diverse occasioni; estraneo alla successione cronologica, tanto che il calendario a questo proposito non potrebbe fornire alcun ragguaglio.
Fare esperienza del mondo significa fare esperienza del sensibile, grezzo e latente, prendendo atto che la pre-storia coincide con la situazione di smarrimento e indecisione in cui si trova l’essere al suo levarsi dallo stato di latenza.
Questa iniziazione è propriamente un ricordo di nulla; non ha parole né segni, dato che ogni sfera del dicibile e del figurabile è successiva. Brancale ci guida «verso un non scorrere / mai divenuti mare // un restare / alle prese della cute», un restare nei pressi del principio, perché è l’unico modo di far avvenire gli innumerevoli altri cominciamenti.
Tra il primo inizio e tutti gli altri c’è un percorso che gli «incerti umani» ben conoscono:
antichissimo, estraneo, non trasparente, totalmente rivolto alle origini, carico di eventi misteriosi e inesplicabili, esperienza del fondamento naturale. È un cammino fuori-memoria, tanto che l’andare a ritroso, piuttosto che chiudere il circolo del tempo, lo riapre continuamente, continuamente fa sì che gli «incerti umani» siano «chiamati ancora a vivere», come annota Brancale, quando accoglie l’imperativo di Rilke: «Compiere ancora una volta la propria infanzia». Ovvero, compiere il cammino verso l’origine, verso l’inizio dell’esistenza, e stabilirne la direzione, il compito e i limiti.

Gli «incerti umani» dei quali ci parla Brancale sono definiti da un elenco di membra, un insieme composito di arti, articolazioni, atteggiamenti isolati o connessi, ma sempre indipendenti da ogni schema unificante, fedeli come sono al chaos aurorale.
La necessità di un sistema generale è estraneo alla mentalità arcaica: ogni singolo fenomeno è spiegato in modo locale: «lontano dal bacio può la bocca essere bocca». Nella profondità del tempo e nella frammentazione dello spazio possiamo scorgere le ombre di figure così lontane dalla funzionalità del tempo e dello spazio da potervi rinvenire l’essenza dell’essere.
Va accolto l’invito di Brancale: «ora sostiamo dentro il luogo franco della pietra». Chiamati ad assentire alla scomparsa dell’uomo alla fine della storia, siamo in realtà indotti ad assistere al suo restare in vita come essere che si trova in accordo con la pietra.

«quanta altezza si spegne nel suolo» annota Brancale. Ma per quanta altezza nel suolo si spenga, l’alto cielo dell’inizio non si annienta; resta custodito nel suo avvento: cielo iniziale, perché è già da sempre inoltrato nell’azzurrità del proprio fato.
Solo nel sussurro può essere tentata la restaurazione del corpo edenico, archetipo incorretto della natura umana. È vero, ma è necessario andare oltre. Attraversare il mutismo… «… tacere fino al prossimo sussurro» precisa Brancale.
In principio un sussurro chiama la luce dal buio e la luce si manifesta come un’inconsistenza. Il sussurro allora riprende a chiamare e una luce finalmente gli risponde.

Siamo in quel non-luogo, precisa Meister Eckhart, «dove il principio sempre genera il principio». La trasparenza che il principio annuncia non è rimando ad altro da sé, non è rinvio a un fuori. Non è segno, nulla indica, nulla lascia passare. Quel principio – grazie al quale la luce si manifesta e risponde – è fatto di materia inafferrabile, indescrivibile, invisibile. Più presente di ogni presenza, ha per nome un «nome a venire».

Siamo «incerti umani», «riconosciuti vivi dal chiarore di parola». Viviamo ogni giorno la nostra infanzia nel dire. Non ne siamo coscienti, ecco tutto; ma accade: non c’è niente «che sia passato definitivamente». E Domenico Brancale è lì, impegnato a dirlo, a cercare la parola che sappia custodire ciò che puro scaturisce, senza tradirlo. È lì a indicare, al fine di pervenire al punto ortivo.
Puntualizza Hölderlin: «Enigma è ciò che scaturisce puro. / Anche al canto è dato / svelarlo appena. Tu continuerai / come hai cominciato». Non c’è fine al principio e la parola è la porta aperta al regno anteriore, al giardino e al suo tutto indiviso.
Ma forse l’uomo ancora non è in grado di sopportare intorno a sé e in sé l’essenza della natura: un giardino che comprenda in sé l’intera umanità, una valle edenica che racchiuda i morti e i viventi, un puro scaturire che è la vera armonia del principio.
Eppure ci sarà sempre qualcuno che si aprirà un varco nell’ingens sylva, inoltrandosi nelle dense tenebre di luce che noi stessi, quali «incerti umani», siamo.

__________________________
Tratto da: AA. VV.
Sugli incerti umani
(per Domenico Brancale)

di prossima pubblicazione in
“Quaderni delle Officine”, LXXXV, febbraio 2019

Immagine:
Questa deposizione rischiara la tua assenza”,
di Penny, tecnica mista su legno, 2013

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