Giovanna Frene: “Datità”

Antonio Devicienti

Nota di lettura a
Datità
di Giovanna Frene
Arcipelago Itaca 2018

 

 

Ogni lettore appassionato conosce il dispiacere (talvolta l’irritazione) di non poter più trovare in libreria un libro pubblicato qualche tempo prima e non più ristampato; la Casa Editrice Arcipelago Itaca di Osimo ha il merito di riproporre Datità di Giovanna Frene e di farlo nella veste sobria ed elegante (anche molto bella da tenere in mano e sfogliare) che contraddistingue la sua linea editoriale; questo volume (conforme all’edizione del 2001 pubblicata da Manni) compare nella collana Sorgiva “riedizioni di volumi di poesia e altre edizioni speciali” e prelude a una pubblicazione che, personalmente, aspetto con impazienza da molto tempo: quella del nuovo lavoro di Giovanna Frene, Eredità ed estinzione che uscirà tra pochi mesi presso Arcipelago Itaca e che è stato anticipato nel 2015 da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (sempre per i tipi di Arcipelago Itaca).

Ebbene, grazie a questa lunga premessa colgo l’occasione per proporre una mia considerazione sul fatto che definire la scrittura di Frene “poesia” mi appare limitante e fuorviante; Giovanna Frene, insieme con pochi altri, sta contribuendo a liberare definitivamente la letteratura italiana da cascami lirici e solipsistici, a superare gli anacronistici confini tra i generi, riuscendo a fare quello che ben pochi autori sono in grado o hanno il coraggio di fare: costruire un’opera che costituisca un progetto complesso e coerente di scrittura e che vada ben al di là di codificazioni manualistiche o editoriali, un consapevole e articolato percorso dialettico tra scrittura e realtà, tra scrittura e storia che sappia finalmente proporre un’idea nuova di “poesia”; libera dai dolciastri e indulgenti, dilettantistici e noiosi titillamenti dell’io, del sentimentalismo e della psicologia d’accatto, Frene costruisce (continuo a insistere su questo verbo: costruire, ma vi associo anche progettare ed edificare) dei libri di rigorosa forza espressiva, di puntigliosa riflessione sulla tradizione (anche metrica, anche linguistica) italiana, compie un percorso impervio per sé stessa in quanto autrice, ma anche per il lettore, il quale non si aspetti squarci lirici, momenti di riposo, consolazione, gattineschi miagolii compiacenti; se decide di affrontare questi libri il lettore sappia che potrà farlo soltanto se saprà essere veramente esigente, intollerante e allergico nei confronti di tantissime scritture facili facili e banalizzanti; in Datità abbiamo già un andare ben oltre i canoni della poesia quale più largamente intesa, riconosciamo il passo concreto e fermo in direzione di una scrittura dai fortissimi connotati agonici e antilirici: questa è la scrittura quando aggredisce il proprio autore e, di conseguenza, lettore mettendolo con le spalle al muro, quando lo costringe a non eludere gli interrogativi più dolorosi e meno concilianti, quando gli pone innanzi le risultanze dure, impietose della datità, quando possiede un retroterra di conoscenze filosofiche, storiche, teoriche non esibite, ma che sono dentro il tessuto della lingua e dell’espressione.
Come per ogni libro degno di attenzione e di rispetto anche in questo caso s’impone lo stile, esperto della grande tradizione italiana ed europea (ma non solo, evidentemente), capace di ridiscutere e di superare quella medesima tradizione, di farsi scrittura di ricerca non in senso banale e anch’esso, ormai, superato e ricoperto d’immonda muffa, bensì nel senso di ricerca radicale non solo dello stile stesso, ma pure dell’atteggiamento da assumere nei confronti della datità delle cose, dei fatti, della memoria, dell’esistenza biologica.

In maniera legittima si riporta la postfazione di Andrea Zanzotto e nell’aletta di copertina dedicata alle notizie circa l’autrice si afferma che Giovanna Frene fu “scoperta” dal poeta di Pieve di Soligo – sarebbe però limitante ed errato lasciare sovrastare l’opera di Frene dalla presenza pur autorevole di Zanzotto, ché la scrittura di Frene ha saputo ampiamente crearsi un’originalità indiscutibile nella produzione letteraria italiana, ma, e penso lo si sia capito, questo progetto di scrittura travalica gli angusti confini italiani e anche qui voglio brevemente soffermarmi: già in Datità si percepisce chiara la forza ineludibile, nobile e preziosissima per Frene della lingua italiana, impiegata con rara perizia, portata a dire con compiutezza ciò ch’è arduo e che oppone resistenza al dire, ciò ch’è doloroso e ferisce in maniera mortale, ciò che, nascosto nelle pieghe della storia e della psiche collettiva, fermenta insidioso e malefico nel buio, ma che la lingua-scrittura scova e impavidamente porta alla luce. La lingua italiana, l’ho già scritto altrove, è un destino e una scelta e, in questo caso, porta l’opera dell’autrice a misurarsi e a dialogare con le grandi esperienze europee contemporanee, perché i libri di Giovanna Frene posseggono uno sguardo rivolto a un intero secolo (il Novecento e oltre), perché essa impatta senza sconti e senza remore, ma programmaticamente, con la realtà fisica e storica, perché les nouveaux réalistes sono quegli autori che, nutritisi di Benjamin e di Chomsky, di Agamben e di Derrida, di Benveniste e di Foucault, portano la propria scrittura a fare i conti con l’immersione totale del corpo nella realtà urbana e massmediatica, con il contenzioso che la mente (dal corpo inscindibile) continuamente ingaggia contro il flusso incontrollabile e insidioso delle informazioni, dei condizionamenti psicologici, dei più o meno percettibili meccanismi di controllo da parte del potere non più identificabile in un “nemico” di classe, ma onnipervasivo e sfuggente. È infatti evidente: siamo in presenza di una scrittura che travalica il confine del verso, che non vuole darsi come sublime e privilegiata attività d’arte, ma che, in linea con le ricerche più avanzate delle arti figurative e della musica contemporanee, smontando i meccanismi espressivi e metaforici della tradizione (pur, ripeto, non ignorata e, anzi, considerata quale uno dei propri punti di riferimento) li rimonta in forma di un progetto che mi pare rifiutare il godimento estetico e il raggiungimento del “bello” o, addirittura, del “sublime”, MA che persegue una razionale presa di coscienza tramite la scrittura, un non arrendersi al labirinto (mi viene in mente la lezione di Calvino), muovendo un passo fondamentale proprio con questo libro e che si libera di ogni ipertrofia dell’io così come di ogni meccanico e ormai istituzionalizzato vezzo sperimentale in direzione di precisi sondaggi nella storia e nel sentire collettivo – penso, in relazione a Datità, al testo dedicato a Canova, penso a quegli appunti postumi sul potere e sulla storia che è Il noto, il nuovo pubblicato da Transeuropa nel 2011 e, in esso, al testo intorno a Giovanni dalle Bande nere, per esempio, oppure, in Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda, a tutti i testi che rimemorano la Guerra mondiale e la Resistenza.

Quella di Giovanna Frene è un’indicazione di metodo compositivo, di scelte tematiche, di architettura della propria opera che vedo necessaria e coerente con questo scorcio temporale che stiamo, tutti insieme, vivendo; Datità che, se vogliamo ritornare a Zanzotto, è vicina non solo a talune risultanze dell’opera del poeta veneto (e in più di un testo la stessa Frene ha sapientemente inserito rimandi più o meno diretti, più o meno palesi ai testi zanzottiani in una sorta di dialogo con essi, come a volerne fare il proprio viatico), ma anche, mi sembra, a un suo illuminante scritto che s’intitola Eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura, persegue, appunto, un corpo a corpo con le cose, con gli accadimenti, con i traumi individuali e collettivi, con la concettualizzazione delle cose e degli accadimenti, con lo spalancarsi dell’assenza dovuta alla morte e, in prospettiva temporale e poematica, s’inserisce in questo percorso di esplorazione per virtù di linguaggio e di pensiero dell’irrazionalità della Storia (ma ne vengono spesso millantati la razionalità e il finalismo – il che non esclude che molti testi di Frene siano anche una scelta di campo contro ogni forma di oppressione e di dittatura), della sua incidenza sulla vita individuale e collettiva, sul suo urto (anche questo termine mi sembra riuscire a spiegare che cosa leggiamo quando leggiamo Giovanna Frene) con la scrittura, il che vuol dire con il pensiero capace di analisi, argomentazioni, scelte sia intellettuali che etiche.

 

 

TESTI

 

Autoritratto

Questa immobile fissità……….sono io?
È ancora la mia bocca questa furente serie di carni?
Sedimenti di petali fra le fessure – se fino a ieri
era tutto perfezionato al meglio……….mentì
questa evanescente fluidità chiamata
tritacarne? Negare di preferire qualsiasi
preferenza……….fingere di fingere la
finzione del non sentire……….proferire
perfetti simulacri attinti al tutto della totalità:
soltanto così……….riflessi dietro lo specchio
percepire d’un tratto……….……….un uno.

 

tritacarne: dal film Stalker di A. Tarkovskij.

 

Epochè

Farò della pazienza una sorella fedele,
della fedeltà una fratello paziente.
Ricordi sono immagini che
sbiadiscono, nel senza-immagine
tenero e dolce putrefaggono col senno
del posteriore si aprono e si chiudono
soltanto parentesi. Farò della parentesi
una madre-materna per il mio
ventre padre-paterno cachetico.
Farò del fare un non-fatto – fino a che
germoglieranno i segni.

 

Similelegia

Sarebbe questa la poesia? Il mondo è nato
devastato e ogni volta attorno contemplo il fondo
le nuvole aspettando il tuo ritorno. Perché
forse è in attesa nel cielo la poesia
o forse potrebbe anche permanere tra le tue
lenzuola tra le mura della tua intimità
lungo il filo del tuo telefono fra i tuoi libri
sopra i fornelli delle tue vaste pietanze
nelle tue poesie nei tuoi dipinti

ma non per me……….quando non essendoci
temo poi la tenerezza detta dalla tua
parola che mi parla della vasta efebica ora
forse
a me inconcesso avvicinamento anche nell’amplesso
tanto lungamente quanto avrei desiderato

ma non per me quando la solitudine
mi assale la mano sul telefono……….e
l’orecchio non ti chiama per timore di
interromperti in qualcosa la (tua) sera

 

Petrarchesca

Sparsi frammenti di beatitudine mai
più vi ricomporrò nella stazione deserta
il deserto più sbigottito eppure è qui
dentro la mia testa infruttuosa di illustri illusioni
non ho desideri diversi veramente credetemi
che non riempirmi lo stomaco e crepare
riempirvi la testa e chiedere a tutti
di lasciarmi andare
(giusto il tempo di contare quante sono le fronde
una per una…)

Sono più viva su questa carta
che non nella vita

 

 

non è indivisione il corpomente se mente
il corpo asfissia per la vertigine dell’altezza la mente
vorrebbe ancora credere al frammento shelleyriano
sull’eterno amore ma muore con il corpo
mentre indivisibili divengono invisibili

se mente sull’immortalità tale caducità sul corpo

 

 

Io non ti rinnego morte dell’amore
che mi hai fatto nascere all’arte
né ti biasimo di avermi ben scrutata
prima di scegliermi per una tale
impresa a cui non avevo voluto affidare
il mio cervello: tu mi hai strappato
il cuore e tenendolo tra le mani
mi mostravi l’organo statico del male
l’immobile sentimentatore che devasta ogni mente
mentre incomprensibili lacrime versavo
alla tua volta: e tutto tu
raccogliesti madre e terna nel tuo sguardo
asciugandomi le lacrime per sempre
l’occhio scrutò una volta nel ventre
della tua secca creazione e seppe
da allora creare

 

 

La datità, l’essenza delle cose, il sorso
bevuto all’orlo della sepoltura, l’impostura
generale del mondo essendo dal tempo roso,
le siepi che attorno s’accavallano,
il cadere nullo (il non cadere) nel vallo,
l’io in infinito sublime innalzamento al cielo:
sento in questo carico grondante
il vedere chiaro, chiaramente il pensiero.

 

 

La poesia mi dà nausea……….una nausea totale
tale che per sollevarmene vorrei interrompere la vita
se fosse possibile spezzare a morte il pensiero
ma dicono che sia immortale

così continuo a vivermi con questa nausea
addosso……….immersa nella metafisica della
parola tanto più valente quanto più assente
questa noiosa regressione al pensiero

 

Il Ringhio

Prima dell’assalto ci fu un ringhio prolungato
attraverso i secoli un silenzioso ululare
della bestia più colta contro la luna rossa –
nel sangue nasciamo nel sangue scriviamo

ci fu un ringhio dolcissimo pieno di sperma
attraverso le pareti prima dell’ultima notte
il sentimento della bestia eruttò amore –
nel sangue camminiamo nel sangue ri-stiamo

Benedetti gli eunuchi dell’amore……….gli impotenti
della dolcezza……….gli Innocenti sventrati dal ringhiare
prolungato delle Bestie più divine

il potere è nelle loro mani
……….è nelle loro mani la morte

 

Requiem per Sarajevo

I semafori divennero verdi……….contemporaneamente
dalle opposte parti partirono……….tutte le macchine
senza coscienza senza pazienza……….fu una carneficina
senza precedenti visti……….poi tutto fu ripulito
tornò come prima cancellata……….anche la memoria
però io che ricordo tutto……….quel sangue
non posso tacere seduta……….ai bordi della strada
attendo il prossimo supplizio……….nella veglia delle
parole sopra tutti i morti che furono
……….……….……….……….……….……….e che verranno

 

Riprendendo in mano a distanza di anni il testo Oltre la linea di E. Jünger
M. Heidegger, trovo con sorpresa scritto in Jünger: «E del resto non si vogliono azioni: in questa situazione le guerre potrebbero essere paragonate a incidenti stradali di grandissime dimensioni, che tutti si sforzano di evitare.». Solo coincidenza o condivisione dello stesso cibo nichilista?

 

Crionica della Musa novecentesca

(…)

un giorno interrogai la grigia musa del 900
piuttosto pallida piuttosto gelida piuttosto assente
in tempi più sicuri si sarebbe detta indifferente
assisa sul grattacielo più alto di fine millennio
impressionante epigono di un vento antico mai spento
mi siedo ai tuoi piedi nella violenta disperazione
della parola depressiva che combatte la depressione
mi spingo a piangere alle tue ginocchia sabbiose di acciaio
come inascoltata dal mondo che ti (appar)tiene
fastoso inerpicato il muscolo orale ridondante
da un capo all’altro dell’emisfero occidentale
sollevato da tutti il dualistico sudario

OGNI MENTE È ORMAI CRIONIZZATA

(…)

 

La mano di Canova

l’abitudine di smembrare i corpi a partire dal cuore
e dalla testa non reseca la mente dal cervello materiale
rimasto nella sede dotata dalla natura deposta
dal suo scettro bestiale
…………………………………………..l’immortalità è un transito
veloce più in fretta le disse la vegetazione innaturale
dei tendini artistici più stretta la scansione delle idee
più nitide le forme le fosse
……….……….……….……….……….l’inattività è l’abitudine
dei corpi unigeniti indivisi nella sfera immortale
non separi l’uomo ciò che l’arte ha unito nell’oscuro
del principio smembrando piuttosto il mondo che la natura

 

Il riferimento a Canova è dovuto al fatto che la sua mano destra è conservata sotto spirito in un’urna in bella mostra nella biblioteca dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, mentre il suo cuore è sepolto nella Basilica dei Frari; il corpo così smembrato riposa infine nella natia Possagno, nei pressi di Asolo.

 

 

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2 pensieri riguardo “Giovanna Frene: “Datità””

  1. poesie da tenere nel (suo) cassetto e sottochiave… (questa poesia mi dà nausea)… : “a me inconcesso avvicinamento anche nell’amplesso” … “col senno del posteriore” … “Farò della parentesi
    una madre-materna per il mio ventre padre-paterno cachetico” … “mi spingo a piangere alle tue ginocchia sabbiose di acciaio come inascoltata dal mondo che ti (appar)tiene fastoso inerpicato il muscolo orale ridondante” … ecc. ecc.

  2. Questa poesia mi dà il senso esatto delle cose, le sue parole sono frutto “chirurgico” mentre il sangue ribolle a parte in attesa di ri-creare il circolo della vita. Grazie, ancora una bella scoperta.

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