Cuore di Malabar

Anita Nair

Cuore di Malabar
(Malabar mind, 2010)

Cura, introduzione e traduzione
di Francesca Diano

Milano, Marco Saya Edizioni
Collana “KĒLEN”, 2018

 

“Non sono una poetessa che scrive poesia in modo costante. Molto spesso la mia poesia nasce o da un’intensa esperienza emotiva, o da un avvenimento che mi ha scossa fin nel profondo. In questo senso, la mia poesia si manifesta come un lampo, mentre i miei romanzi sono frutto di un lungo pensare, riflettere e di un intenso lavoro di ricerca.”

[…] Anita Nair non dimentica mai, nemmeno per un istante, la sua origine, il suo legame con la terra natale, gli odori, i colori, i suoni, i racconti antichi. Ma li travasa nella contemporaneità. Li trasforma in metafora e allegoria. Ed è questo che fa la differenza. La sua India è quella dell’uomo/dio, che vestendo ogni giorno i panni del dio Muthappan, ne assume la natura. Come in Solitamente un uomo, a volte un dio, dove emerge lo scontro fra parti diverse dell’identità e del ruolo. È di fatto la rappresentazione di un’alienazione, di una dissociazione, metafora del clash culturale non ancora risolto. È quella delle donne i cui mariti sono lontani, per lavorare all’estero. È quella che accoglie lo straniero supponente, incapace di percepire le differenze culturali e lo fa pazientemente sentire a casa finché non infrange antichi tabù. È quella del devoto di Shiva, che non accetta passivamente le sventure, ma si ribella e perde la fede nel suo dio perché vede morire i figli di fame senza che il dio lo ascolti, nonostante abbia compiuto tutti i riti nel modo prescritto. È quella dei paesaggi lussureggianti, dei colori accecanti, dei profumi e dei sapori che stordiscono i sensi. È quella delle piogge monsoniche che lavano e liberano e raccontano e segnano gli stati d’animo. Ma è anche quella di una donna che può scrivere di lascivia e di desideri e di sensi e può farlo solo in inglese.

(Dall’Introduzione di Francesca Diano)

 

Testi

 

Solitamente un uomo. A volte un dio

Sappilo, donna
Mille soli s’avvolgono al mio braccio.
Marchio di chi io sono
Solitamente un uomo, a volte un Dio.
Striscianti, predatori
Sento i tuoi occhi
Tracciare segni di tintura vermiglia, di curcuma e di riso
Che sferzano la seta bruna della mia pelle.
Donna, sento il tuo tocco.

Macerie di luce;
Densità di una notte senza stelle.
Il mio indice divenuto pennello,
Lampada scintillante nera la mia tintura.
Quando il tuo sguardo incontra il mio
Nell’arena d’amore ch’è lo specchio,
Mi tremano le mani,
Le linee si sbaffano.
Donna, non sai quel che mi fai.

Donna, ho abbandonato la mia pelle.
Ho avuto un sorso d’eternità.
Ed ora cesserò di essere.
Ma prima che tu scemi nel nulla,
Assaporo la linfa della palma da cocco.
Stringo la tazza di terracotta come fosse il tuo mento.
M’inumidisco le labbra alla tua bocca.
Avido bevo questo mortale desiderio proibito.

La mia corona è intrecciata d’erba e divinità.
Labbra carnose, labbra bianche, lanugine nasconde la mia bocca d’adultero.
Agito l’arco di bambù.
Sollevo la lama scintillante.
Vibrano i tamburi a ridestare il dio che s’è assopito.
Tremor di cavigliere mentre l’uomo ch’è in me si ritrae.
Non sono più chi tu hai desiderato.
Sono il tuo protettore.
Il fiero dio Muthappan.(1)

Parla Muthappan:
Io sono il signore della giungla, figlio dei tralci contorti(2)
Lesto di piede, leale sino in fondo.
Il cane m’accompagna,
Il cieco Thiruvappan è il mio compagno.
Nei tempi oscuri di questa età
Sarò con te.
A darti aiuto e consolazione.
A proteggerti ed a sostentarti.

Guarda, con questa freccia
Che perfora l’occhio del cocco
Io distruggo ogni male
Che ti turbina intorno.
Spicco dal serto della speranza
Frammenti perché tu vi costruisca
Tutti i tuoi sogni.
Premo la mano sulla tua testa;
Che i tuoi nervi trasmettano il messaggio
Che mai io t’abbandonerò.

Tutto questo e altro ancora
Farò per te.
Ma prima dentro di me la sete
Spegnerò con latte ancora tepido.
Con il vino di palma che ribolle
Senza fermare il tempo.
Succhio dalla lunga canna di bronzo
Mastico un pezzo di pesce secco
Muthappan è soddisfatto;
Muthappan è felice.

Muthappan ha parlato.
Più non gli sono necessario.
La mia corona del potere è fatta d’erba vizza.
Scorre sulla mia fronte il sale del sudore.
Con dita che cercarono un tempo perfezione,
Di dosso mi rimuovo la maschera del dio.
Donna, sono di nuovo chi io ero,
Un uomo con pelle ed occhi
Che cercano i tuoi.

Donna, lascia che il mio desiderio al tuo s’unisca.
Che la mia bocca sia sigillo alla tua.
Che la mia fame bruci la tua pelle.
Perché dunque ora mi sfuggi?
Forse senti l’odore di selvaggio?
Temi colui che fui?
Ascolta donna,

Io sono un uomo;
Solo talvolta un dio.

(1) Muthappan, il cui nome letteralmente significa “zio maggiore da parte di padre”, è il benevolo Dio Cacciatore del Kerala, protettore dei poveri e dei diseredati. Il suo culto antichissimo risale all’India prevedica. Il dio, che in realtà è la personificazione di due figure divine, Thiruvappan e Vellatom, viene fisicamente impersonato ogni giorno nei templi a lui dedicati da un uomo che, dopo essersi truccato in modo da alterare i propri lineamenti e assomigliare al dio – cerimonia che dura molte ore – ne indossa i coloratissimi panni e i pesanti ornamenti, che ricordano i più antichi personaggi della danza Kathakali. In quel momento l’uomo perde la sua natura umana e diventa il dio. I fedeli, che assitono all’intera cerimonia, gli recano offerte di cibo e bevande che Muthappan consuma in cambio di benedizioni. Alla cerimonia sacra possono partecipare persone di ogni casta e religione. Uno stesso uomo impersona il dio anche per molti decenni e la pratica rituale viene passata da padre in figlio per generazioni. Questo tipo di venerazione è unica nel panorama dei culti dell’India, e chiaramente fra i più arcaici, proprio per la tipologia del rito in cui ogni giorno un uomo in carne ed ossa impersona il dio attraverso la vestizione. Il che rimanda a culti tribali. Muthappan racchiude anche la doppia natura di Vishnu e Shiva. Il cane è il suo animale sacro. (N.d.T.)

(2) Secondo alcune leggende Muthappan fu trovato dalla madre, la regina Padikutti, che non poteva avere figli e invocò il dio Shiva, in un cesto di tralci di fiori intrecciati arenato sulla riva del fiume. Proprio come Mosè. (N. d. T.)

 

Mostly a Man. Sometimes a God

Know this, woman
Clasped around my forearm are a thousand suns.
The mark of who I am
Mostly a man, sometimes a God.
Crawling, marauding
I feel your eyes
Trace vermilion, turmeric and rice paint paths
Slashing the brown silk of my skin.
Woman, I feel your touch.

The debris of light
The density of a starless night.
My forefinger my brush,
Glistening lamp black my paint.
When your eyes meet mine
In the mating pool of the mirror,
My hand falters,
The line smudges.
Woman, you do not know what you do to me.

Woman, I have shed my skin.
I have sipped at timelessness
Now I shall cease to be.
But before you diminish
Into nothingness
I savor the life juice of the coconut palm.
Cup the baked earthen pot as if it were your chin.
I wet my lips at your mouth.
I drink deep of this forbidden mortal desire.

My crown is wrought of grass and divinity.
Fat lips, white lips, wool fuzz hide my adulterous mouth.
I sling the bamboo bow
And raise the gleaming blade.
Drums throb to awaken the slumbering god.
Anklets shiver as the man in me retreats.
I am no longer who you desired.
I am your protector.
The fierce god Muthappan.

Muthappan speaks:
I’m lord of the jungle, son of the tortured vines
Fleet of foot, loyal to the last.
The dog is my comrade,
The blind Thiruvappan my companion.
Through the dark times of this age
I shall be with you.
To help and console.
To provide and protect.

Look, with this arrow
That pierces the eyes of the coconut
I destroy all evil
That swirls around you.
I pluck from the crown of hope
Fragments for you to build
Your dreams upon.
I press my palm on your head;
Let your nerve ends carry this message
That I shall never forsake you.

All this and more
I shall do for you.
But first there is a thirst in me
That I shall quench with milk still warm.
With toddy that bubbles
Unable to still time.
I suck on the long bronze spout
I crunch a piece of dried fish
Muthappan is satisfied;
Muthappan is happy.

Muthappan has spoken.
He no longer needs me.
My crown of power is of wilted grass.
The salt of sweat runs down my brow.
WIth fingers that had once sought perfection
I wipe away the guise of divinity.
Woman, I am once again who I was.
A man with skin and eyes
That seek yours.

Woman, let me match my longing with yours.
Let me sear your lips with mine.
Let me burn your flesh with my hunger.
Why then do you evade me now?
Is it that you smell the savage?
Is it that you fear who I was?
Woman listen.

I am a man;
Only sometimes a god.

 

*

 

Possa tu dormire un milione di anni, Shiva

I
Signore dell’universo
Maestro della distruzione,
Sono di fronte a te
Ma non disposto ad essere schiacciato.

Hai mai avvertito
Le ossa di tuo figlio pungerti il palmo?
Hai mai sentito
Il pianto perforante della fame?

II
Ho placato
I miei appelli e il mio richiamo.
Ho cantato il tuo nome
Per milioni e più di volte.

E tuttavia, certo torneranno i miei avi
Vampiri avidi dei resti della mia colpa.
Ché sanno che abbandonando te
Abbandono loro.

III
Più non raccoglierò fiori d’ibisco,
O nasconderò la nerezza della tua tumescenza
Coi rossi petali della speranza
Che sbocciano, fioriscono e poi muoiono dentro questi cortili.

Non arderanno lampade, tuo occhio onniveggente.
Il tuo fiato di canfora non brucerà queste pareti.
Mai più io fingerò che tu esista.
I tuoi doni, soltanto cenere che mi strozza la gola.

IV
Per un’ultima volta
Mi sono immerso nella piscina verde.
Il fango ha insozzato le lacrime dei prescelti, come io fui.
Per un’ultima volta ho retto il filo che a te mi lega.

Sia dunque questa la mia maledizione nell’addio:
Possa tu vivere prigioniero del tuo sonno.
E quando sarò andato, nessuno ti risvegli
Mai più per te richiamo di campana.

 

May You Sleep a Million Years, Shiva

I
Lord of the universe
Master of destruction,
I stand before you
Unwilling to be cowered.

Have you ever felt
The bones of your child prod your palm?
Have you ever heard
The piercing wail of hunger?

II
I have appeased
The demands of my calling.
I have chanted your name
A million times and more.

And yet, my ancestors will return
Ghouls hungry for the crumbs of my guilt.
For they know when I forsake you
I forsake them.

III
I shall no longer gather shoe flowers,
Hide the blackness of your tumescence
With the red petals of hope
That bud, blossom and die in these courtyards.

No lamp will burn as your all seeing eye.
No camphor breath of yours will singe these walls.
Never again will I pretend that you exist.
Your blessings are ashes that stick in my throat.

IV
One last time
I plunged into the green pond.
Slime infested tears of men chosen as I was.
One last time I held the thread that bound you to me.
Let this then be my parting curse:
May you live trapped in your slumber.
And when I am gone, none shall awaken you
No bells shall ever ring for you.

 

*

 

Cuore di Malabar

Nei suoi occhi, il lampo del folle.
“Ciao Madras, ciao mostri infernali
Tenetevi le vostre politicanti e le mosche malate.”
Il treno del Malabar ansa e ridacchia.
Guarda questa ragazza, il pazzo guarda,
Le sue curve son meloni maturi
Mi scusi, non so che sto pensando,
Posso sfiorarle i piedi?
Per piacere
La mia follia svanirà
Con la tenera brezza.
Lasciatemi andare, non sono matto
Solo deprivato
Perché ho lasciato la grotta di smeraldo?

Il fiume Nila
Rive di sabbia scabra s’alzano giallastre
Un tempo fioriva il triangolo d’odio
Chi adorava la vacca, chi odiava il maiale
Chi – capelli di sole – la vacca la mangiava.
Nessuno sa come accadde.
Mille uomini pigiati in un vagone
Sospinti e sballottati, agonizzavano.
Quando apriron le porte,
Per il puzzo, dicono
La gente vomitò per miglia intorno.
In Malabar ancora non dimenticano.
Talvolta la brezza ha il lezzo del sangue.

Lo Zamorin vide il proprio volto
In un pezzo di vetro.
Aprì le porte all’avidità coloniale.
Abbiamo tanto pepe,
Così tante le spezie.
Datele in cambio di specchi
Deve vivere l’uomo ignaro del suo volto?
I nostri uomini ora navigano i mari
Oltre la baia verso Speranza deserta
Le donne navigano acque stagnanti
Su zattere solitarie, filando fibre di cocco, tessendo sogni.

Zubeida, creatura di un sudicio tugurio
Ora è regina di un palazzo verde
Ogni giorno rivoli di succo
Di pesce le scorrono sul mento
Che altro si vuole dalla vita? chiede.
Gita ha la voce del marito su cassetta
I bambini ogni tanto l’ascoltano
Venu, lontano cugino
Fa l’amore con lei mercoledì e venerdì
Saziando il desiderio e il bisogno di coccole
Le carezza la pelle.
Lei gli lecca le palpebre e lo incita
A possederla in un’estasi ritmica.
È soltanto finché “lui” non torna a casa,
dice a Dio.

Malibar
Manibar
Mulibar
Munibar
Melibar
Minibar
Milibar
Minubar
Melibaria
Malabria
Dove la pioggia sibila
L’eco di mille passi
Ciascuno a misurare un cerchio d’umidore.
Dalle grondaie gocciolano infiniti pensieri derelitti
Tegole si divaricano rivelando travi a cosce aperte.

La politica è uno stile di vita
Iscriviti a un partito
Per un’identità
Al Congresso o all’RSS
Ai comunisti o alla Lega Musulmana.
Qui vita ce n’è ancora
Un’aria quieta di serenità.
Il nayadi nel fango che arriva alle ginocchia
Trattori e bufali a fargli da compagni.
Insieme osservano il tempo passar lento.
E come si può essere appagati
Sapendo i tuoi diritti?
Militanti si travestono da insegnanti
La foresta cela cuori disincantati
Ad ogni istante la pazzia minaccia di esplodere.

Stesa nella piscina verde e limpida
A bocca aperta a bere la prima rugiada,
La concubina del nonno ieri è morta.
Chi gli accenderà la lanterna? mi domando.
Mio padre è ritornato dai suoi vasti giri,
Ha costruito una casa e ci ha messo i suoi libri.
Mia madre ama non pensare a nulla.
La grotta di smeraldo ti stringe consolante.
L’uccello-diavolo piange: puh-ah, puh-ah.
Bacio il mio talismano di peli d’elefante.
Le palme da cocco fan frusciare le dita.
Dicono che il coraggio e la tenera brezza
Curino la pazzia.

[Un tempo il Malabar era un distretto britannico. Dopo l’Indipendenza, il Malabar non venne più riconosciuto come distretto e la regione fu divisa a formare la parte settentrionale dell’attuale Kerala. Anche se il Malabar non ha dei confini geografici, né compare sulle carte geografiche dell’India, esiste comunque tuttora come uno stato d’animo.]

 

Malabar Mind

In his eyes, the lunatic gleam.
“Ta ta Madras, ta ta fiends of hell
Keep your lady politicians and diseased flies.”
The Malabar mail wheezes and chuckles,
Look at this girl, the lunatic stares,
Her curves are ripe melons
Pardon me, I know not what I think,
May I touch your feet?
Please
My madness will vanish
With the soft breeze.
Let me go, I am not mad
Only deprived
Why did I leave the emerald cave?

The River Nila
Sand banks rising yellow and gritty
Once flourished triangular hate
The cow worshippers, the pig haters
And the sunshine-haired cow eaters.
No one knows how it came about.
A thousand men piled into a carriage
Trundled and truckled, gasping for life.
When they opened the doors,
The stench, they say
Made people gag a mile away.
In Malabar, they cannot forget,
Sometimes the soft breeze smells of blood.

The Zamorin saw his face
On a piece of glass
Opened doors to colonial greed.
We have so much pepper,
So many spices.
Give it to them for mirrors
Should man live a stranger to his face?
Our men now sail the seas
Across the bay to the desert Hope
In the backwaters, women sail
Lonely rafts, spinning coir, weaving dreams.

Zubeida, creature of the grimy hovel
Queen now of a green mansion
Fish juices trickle down her chin every day
Is there more to life? She asks.
Geeta has her husband’s voice on tape
The children listen to it now and then
Venu, distant cousin
Loves her on Wednesdays and Fridays
Satiating lust and a need to be held
He caresses her skin.
She licks his eyes and wills him
To take her in rhythmic ecstasy
It is only till ‘he’ comes home,
She tells God.

Malibar
Manibar
Mulibar
Munibar
Malibar
Melibar
Minibar
Milibar
Minubar
Melibaria
Malabria
Where the rain hisses
Echoes of a thousand footsteps.
Each seeking to measure the girth of wetness.
Eaves drip countless forsaken thoughts
Tiles splay revealing parted rafter thighs.

Politics is a way of life
Belong to a party
For an identity
The Congress or the RSS
The Muslim League or the Communists.
There is still about life here
A quiet air of restfulness.
Nayadi knee deep in slush
Tractors and buffaloes his companions.
Together they watch time amble by.
How can man be content
When he knows his rights?
Militants dress in school teacher guises.
The forest hides disenchanted hearts
Madness threatens to erupt at any time.

Lying in the limpid green pool
Mouth open to catch the first dew drop.
Grandfather’s concubine died yesterday.
Who will light his lantern at night? I wonder.
Father came back from roaming the plains,
Built a home and settled his books.
Mother likes to think of nothing.
The emerald cave has a soothing clutch.
The devil bird weeps: Poo-ah, Poo-ah.
I kiss my elephant hair talisman.
Coconut palms rustle their fingers.
Courage and the soft breeze
Will cure madness, they say.

[Malabar was once a British district. After Independence, Malabar as a district was no longer recognized and the region was divided to form the northern part of what is today called Kerala. Though Malabar has no geographical boundaries, no presence on a map of India, it still exists as a state of mind.]

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5 pensieri riguardo “Cuore di Malabar”

  1. Grazie infinite Francesco caro, come sempre molto attento e sensibile alle novità e alla qualità, per aver dato spazio al Malabar di Anita Nair. Questa raccolta di Anita, che io seguo da traduttrice fin dai suoi esordi nella narrativa moltissimi anni fa, è in effetti una cosa nuova per i moltissimi e affezionati lettori italiani dei suoi romanzi. Ci tenevo tanto che anche i suoi versi venissero diffusi in italiano, perché offrono una diversa prospettiva sulla sua narrativa, pur rimanendo lei coerente con i suoi temi, che sono soprattutto quelli della donna indiana, del clash culturale, del complesso passaggio dalla tradizione alla contemporaneità e del valore della tradizione.
    Anita è ormai riconosciuta in tutto il mondo come una delle più grandi scrittrici indiane in lingua inglese, ha scritto romanzi, testi teatrali, libri per bambini, sceneggiature di film tratti dai suoi romanzi; è un’autrice molto versatile e sono certa dunque che queste sue poesie saranno una bella lettura per chi vorrà scoprirle.
    Un saluto affettuoso a te e ai lettori della Dimora.
    Francesca D.

  2. Aggiungo, per chiarimento, mancando qui le note, che Muthappan, il Dio cacciatore del Kerala, è oggetto di un culto unico nel suo genere. Difatti non viene rappresentato con delle statue o immagini, ma è un uomo che ogni giorno, attraverso una lunghissima e complessa vestizione, lo incarna. Nel momento in cui l’uomo assume le sue sembianze, perde la sua natura umana e assume quella divina. I fedeli poi gli recano offerte e chiedono la sua protezione.

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