Se la montagna parla

Yves Bergeret

Se la montagna parla
Inchiostri di Yacouba Tamboura
Montélimar, Voix D’Encre, 2004

Prefazione

Il poema viene dalla bocca che lo esprime; viene anche dallo spazio dove una bocca l’ha formulato.

Perché ogni spazio appartiene alla lingua: anche il deserto che potrebbe apparire il più disabitato è la sedimentazione dei segni, di ogni genere, di coloro che ci hanno vissuto, che ci vivono, ci sono passati, ci passano. Questi segni ci interrogano incessantemente: semplici richiami, minime reminiscenze, ma anche ribellioni tenaci o conquiste eroiche, disperate o parodiche, e, ancora, ipotesi singolari sul destino, la morte, il sacro. “E chi sei tu, tu che passi, tu che mi guardi, chiede la pietra del tumulo, chiede la recinzione del campo, chiede il graffito sul retro del magazzino. E quale ipotesi stai a tua volta elaborando, tu, il passante dagli occhi spalancati?”

Le mie prose, i miei poemi sono le risposte ipotetiche che io propongo alle domande della lingua-spazio. In questo libro, a ciò che la lingua-spazio delle montagne della parte meridionale del Sahara, nel Mali, offre alla mia enunciazione.

Grandi montagne tabulari in arenaria arancione, dalle forme molto semplici; un altopiano sommitale circondato da falesie lisce. Alcune sorgenti e, nei dintorni, dei villaggi senza scrittura fatti di case di terra, Songhaï, Dogon, Peul, Tamashek, Bella, Rimaïbé. Lontani da ogni itinerario turistico. La loro lingua-spazio, di fronte a queste montagne isolate nella loro maestosa bellezza, è ciò che la memoria ricchissima delle loro culture le offre. Tuttavia, poiché questa memoria tende a svanire, alcuni contadini da una decina di anni si sono messi a dipingere i muri interni delle loro case. Vi posano dei segni grafici nuovi, di grande bellezza, in una sorta di continuità con i loro saperi orali.
Cercando i posatori di segni, cioè i moderni creatori della lingua-spazio delle montagne del deserto, ne ho incontrati una dozzina nel corso del tempo.

Da cinque anni lavoro con loro e creo dei poemi-pitture. Condividendo, unico europeo, la loro vita parecchie volte l’anno, trovo e scrivo le parole che questa lingua-spazio mi suggerisce: se ne leggono molte in questo libro (ho scelto, tra l’altro, di chiamare poemi-segni alcuni miei componimenti particolarmente brevi, appropriati all’iniziativa e al luogo). Una volta che ho dipinto le parole – dato che i posatori di segni chiedono sempre che sia io a cominciare – essi, i cui villaggi con i loro Anziani mi hanno adottato, dipingono i loro segni grafici proprio vicino ai miei segni alfabetici: lavoriamo sempre insieme. I poemi-pitture vengono creati su drappi in tessuto o in carta di riso, che in seguito viaggiano e che espongo in Africa, in America e in Europa; vengono creati anche su delle pietre di arenaria che tutti noi, insieme agli Anziani, scegliamo, dipingiamo e innalziamo definitivamente in posti particolari di queste montagne.

Leggo con ammirazione Segalen e Leiris. Sulla pietra, la carta o il tessuto dipingo le parole del poema; con lo stesso pennello il posatore di segni, che i miei grandi precursori osservavano in silenzio, pone infine i suoi segni.

Questo lavoro a passi lenti nel deserto, dormendo all’aperto, nelle vicinanze turbolente di realtà poco visibili, produce anche in questa lingua-spazio una serie di avvenimenti che moltiplicano i segni e ne conservano la vitalità. Le pagine di questo libro ne danno testimonianza in modo diretto.

(L’opera è in corso di traduzione)

 

***

 

Si la montagne parle
Encres de Yacouba Tamboura
Montélimar, Voix D’Encre, 2004

Préface

Le poème vient de la bouche qui le formule; il vient aussi de l’espace où une bouche l’a formulé.

Car tout espace est de la langue: même le désert qui pourrait sembler le plus inhabité est la sédimentation des signes, de toute sorte, de ceux qui y ont vécu, y vivent, y ont passé, y passent. Ces signes nous posent sans cesse des questions: simples appels, menues réminiscences, mais aussi protestations rebelles ou appropriations héroïques, désespérées ou parodiques, mais encore hypothèses singulières sur le destin, la mort, le sacré. “Et qui es-tu, toi qui passes, toi qui me regardes, demande la pierre du cairn, demande la clôture du champ, demande le tag au dos de l’entrepôt Et quelle hypothèse, demande la langue-espace, vas-tu à ton tour formuler, toi le passant aux yeux grand ouverts?”.

Mes proses, mes poèmes sont les réponses hypothétiques que je propose aux questions de la langue-espace. Voici, dans ce livre, ce que la langue-espace des montagnes du bord méridional du Sahara, au Mali, me donne à formuler.

Grandes montagnes tabulaires en grès orange, de formes très simples; un plateau sommital encerclé de falaises lisses. Quelques sources et, auprès d’elles, des villages de terre, sans écriture, Songhaï, Dogon, Peul, Tamashek, Bella, Rimaïbé. Loin du moindre tourisme. Leur langue-espace, devant ces montagnes isolées dans leur beauté épique, est ce que la mémoire très riche de leurs cultures orales leur donne. Comme cette mémoire cependant tend à s’estomper, certains cultivateurs, depuis une dizaine d’années, se mettent à peindre les murs intérieurs de leurs maisons. Ils y posent des signes graphiques neufs, d’une grande beauté, à la pointe de leurs savoirs oraux.
Cherchant les poseurs de signes, c’est-à-dire les créateurs modernes de la langue-espace des montagnes du désert, j’ai peu à peu rencontré une douzaine d’entre eux.

Depuis cinq ans je travaille avec eux et crée des poèmes-peintures. Partageant, seul Européen, plusieurs fois par an leur vie, je trouve et écris les mots que me donne cette langue-espace: on lit dans ce livre une grande partie d’entre eux (je choisis d’ailleurs d’appeler poèmes-signes certains de mes poèmes d’une brièveté particulière, propre à la démarche et au lieu). Une fois que j’ai peint les mots -car les poseurs de signes me demandent toujours de commencer-, ceux-ci, dont les villages et les Anciens m’ont peu à peu adopté, peignent les signes graphiques, dans le voisinage exact de mes signes alphabétiques: nous le faisons toujours ensemble. Les poèmes-peintures sont créés sur des bannières en tissu ou en papier de riz, qui voyagent ensuite et que j’expose en Afrique, en Amérique et en Europe; ils sont également créés sur des pierres de grès que, ensemble et avec les Anciens, nous choisissons, peignons et dressons définitivement dans des emplacements particuliers de ces montagnes.

Je lis avec admiration Segalen et Leiris. Sur la pierre, le papier ou le tissu je peins les mots du poème; avec le même pinceau le poseur de signes, que mes grands aînés comprenaient en silence, pose enfin ses signes.

Ce travail à pas lents dans le désert, en dormant à la belle étoile, dans la proximité agitée de choses peu visibles, attise aussi dans cette langue-espace des événements qui démultiplient les signes et en entretiennent la vie. Les pages de ce livre, directement, en témoignent.

1 commento su “Se la montagna parla”

  1. Siamo alle radici di un modo molto preciso d’intendere la scrittura e di portare avanti il relativo progetto.
    E, in più, c’è un progetto (totalmente gratuito) di traduzione: studierò passo passo quello che è stato pubblicato e che verrà pubblicato con l’intento di imparare e di capire.

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