Se la montagna parla (I)

Yves Bergeret

Se la montagna parla
Inchiostri di Yacouba Tamboura
Montélimar, Voix D’Encre, 2004

 

[I disegni a inchiostro di Yacouba Tamboura, 1-3]

 

Pericolo

La sera del 24 luglio 2003 Yacouba Tamboura conclude con questi disegni tre settimane di lavoro creativo vissute insieme tra le montagne del deserto a nordest del Mali. Yacouba è contadino e tessitore al villaggio rimaïbé di Nissanata, nei pressi di Boni, ai piedi di una grande e stranissima montagna. Parla la lingua peul e un po’ anche il francese. Lo avevo conosciuto quattro anni prima. Mi ero subito reso conto che le sue pitture sui muri interni della sua casa di terra erano tra le più belle della regione. Così come avevo fatto con qualche altro pittore-contadino di quattro villaggi di quelle montagne, avevo proposto a Yacouba di dipingere con me dei poemi-pitture su drappi di tessuto e di carta, utilizzando formati a volte molto grandi. Dipingiamo anche sulle pietre.

Questo mese di luglio segna il mio ottavo soggiorno di lavoro qui. Gli avvenimenti sono stati così numerosi e, talvolta, così inquietanti da avere un’immediata risonanza nelle opere che Yacouba, Soumaïla, Hamidou, Dembo, Alguima, Belko, Hama Babana ed io abbiamo creato insieme. In questo mese abbiamo camminato a lungo sulle montagne dei dintorni, con Hamidou ne ho scalata più di una seguendo dei percorsi non di rado difficoltosi, anche al prezzo di qualche rischio; gli uragani ci hanno duramente accompagnati. Per due volte ho invitato i miei amici a venire con me su delle montagne lontane, fuori dalle zone delle loro tradizioni, dei loro antenati e, in qualche caso, anche della loro lingua.

Yacouba doveva lasciarmi il mattino del 25; la sera precedente gli ho proposto di disegnare a inchiostro di china; ecco i nove disegni che allora ha realizzato, nell’ordine esatto in cui li ha creati. E’ lui che mi ha dettato, come fossero delle leggende, quello che riporto qui come titolo di ogni sezione.

 

Il “genio” di Homboré Tiéké cerca di trascinare via
Yacouba Tamboura

Tre anni prima, il padre di Yacouba mi aveva fatto conoscere, piuttosto in alto al di sopra del villaggio di Nissanata, un’antica grotta utilizzata dai Dogon per la divinazione, con numerosi segni dipinti sulla parete di fondo e sul soffitto. Moussa, il padre di Yacouba, mi aveva detto che quella grotta, ormai quasi dimenticata, stava scivolando fuori dalla memoria, ma che avevano deciso di affidarne in qualche modo la tutela al poeta, all’uomo della scrittura, quale io sono. Qualche giorno dopo, avevo realizzato, da solo, una “installazione” di poemi su cinque pietre che avevo sollevato non lontano dall’apertura della grotta. Quest’anno Yacouba me ne rivela il nome: Comboal Bingaldan.

Vi risalgo il 15 luglio con Yacouba, i suoi zii Almami e Seydou, e con Soumaïla Goco Tamboura, un altro tessitore, ma anche pittore e cantastorie, di Nissanata, un uomo della mia generazione e di eccezionale vigore. Propongo di ampliare, davanti alla grotta, l’”installazione” di tre anni prima, aggiungendo in particolare delle pitture ai poemi. Lenta risalita in piena calura, attraversando le rovine di due villaggi deserti, dapprima quello di Nissanata Habé, un antico insediamento Dogon abbandonato di recente, dove Yacouba mi mostra le mura crollate della sua vecchia casa, rivelandomi che lui non è di etnia Rimaïbé ma Dogon e che la sua famiglia, insieme a un’altra, sono le uniche di questo villaggio estinto che restano qui, in pianura, ai piedi del vallone di detriti, a Nissanata. Più in alto attraversiamo le rovine, completamente rase al suolo, di Itri, un altro villaggio Dogon.

Al momento di cominciare a lavorare alla nuona “installazione”, avendo tirato fuori dagi zaini tutto il materiale, Yacouba, che non vedevo più da una buona mezzora, si ripresenta, il viso completamente alterato; parla poco, ha gli occhi fuori dalle orbite, la fronte accigliata, si siede; si distende; si raggomitola su se stesso tremando. Il suo zio più anziano mi dice a un certo punto di sospendere tutto, che l’ “installazione” è impossibile o, quanto meno, che tentare di realizzarla è troppo pericoloso. Avevo già notato in questo luogo, tre anni prima, una atmosfera inquietante, e quasi un’ombra di reticenza negli uni e negli altri. Ma dov’è il pericolo? Davanti alla mia esitazione, Seydou mi spiega che Yacouba, “un vero bambino” (ha un’età tra i trentacinque e i quaranta anni!), ha fatto una deviazione al termine dell’ascensione: è allora che l’avevo perso di vista. Si è recato, aggiunge Seydou, a Homboré Tiéké, una seconda grotta di cui nessuno mi aveva finora parlato, dove vive un “genio” potentissimo che esercita un potere spaventoso su tutta quella parte della montagna e fino alla pianura. E’ questo “genio”, irritato, che ha prosciugato le sorgenti a Itri e poi a Nissanata Habé, che ha cancellato sulle pietre le mie parole risalenti a tre anni prima; oggi Yacouba ha conosciuto la collera del “genio”. “Attenzione, perché Yacouba rischia di morire; attenzione, perché una grande sciagura può colpire l’attuale Nissanata, giù in basso nella pianura. Non è assolutamente possibile fare una “installazione” qui oggi”, aggiunge Seydou davanti a Yacouba preso ora delle convulsioni. Chiedo cosa dobbiamo fare. “Rinunciare”. Cosa che non è proprio nel mio temperamento. “Sì, rinunciare. E riparare”. Seydou non mi dice a quale infrazione dobbiamo porre rimedio. “Riparare con il sacrificio di un montone e di tre galletti”. Aspetto un po’, poi rispondo che la sofferenza di Yacouba mi inquieta, che la minaccia su Nissanata mi inquieta; propongo che, rinunciando all’ “installazione”, si scenda tutti al villaggio, trasportando Yacouba se è necessario; offro io il sacrificio, dando a Seydou il denaro che mi chiede per i quattro animali.

 

Soumaïla Goco Tamboura, che apre la fila, Yacouba Tamboura
e Yves Bergeret visitano i trogloditi di Lamnassaga

Yacouba e i suoi zii mi hanno detto che, una volta compiuto il sacrificio, il “genio” avrebe permesso qualsiasi cosa. Insistono perché allora io salga di nuovo con loro sulla montagna. Aspetto qualche giorno prima di farlo; arrivo un mattino all’alba a Nissanata. Soumaïla, Yacouba ed io partiamo da soli; Soumaïla porta con sé un’ascia e un grande pugnale. Verso la fine della salita che ho già effettuato più volte, mi fanno deviare a destra, arrampicare tra piccole falesie arancione, salire ancora, scalare. In un caos di grandi blocchi ocra, ecco una tettoia sotto una enorme roccia inclinata: “è Homboré Tiéké, la grotta del grande “genio”, mi dice Yacouba; è grandissima, con molte pitture importanti; nell’altra grotta che tu già conosci, i “geni” non vengono più”. Poiché mostro un po’ di titubanza, mi dicono: “non aver paura, il sacrificio è stato già compiuto nella serata dell’altro ieri, il “genio” è contento”. Sulla lastra di arenaria davanti alla tettoia, vedo tracce fresche di sangue, resti d’ossa e di viscere.

La grotta è molto più piccola della prima; pochi i segni dipinti, ma sul soffitto un segno ocra, molto più allungato di tutti quelli che ho avuto occasione di vedere: linee geometriche incrociate, cerchi. Davanti a Yacouba completamente rasserenato, Soumaïla asserisce, indicando col dito qui e là sul soffitto: “ecco un uomo e una donna, ecco una lancia, ecco la folgore. Seguimi, ora!” Soumaïla mi prende per mano, costeggia i grandi blocchi rocciosi. Scaliamo una falesia scura, ancora dei blocchi di almeno una decina di metri ciascuno, come una gigantesca muraglia ciclopica, appoggiati assieme su una grande base minerale. “Questo posto si chiama Kalé”, mi spiega Yacouba. L’ammasso roccioso domina il pendio, più in basso c’è la pianura, il villaggio appare piccolo, a nord il Sahara è avvolto nella sua bruma.

“Non fermarti là!”, dice Yacouba prendendomi la mano. Abbandoniamo Kalé, che forma una sorta di contrafforte, come una sentinella sulla pianura; proseguiamo quasi orizzontalmente per riprendere, più lontano, il pendio. Ancora grandi blocchi di arenaria. Una scalata a tratti ardua. Qui Soumaïla brandisce la sua scure e apre passaggi tra intrichi di arbusti spinosi molto duri, incastrati tra le rocce, ed è l’unico percorso possibile; anche il grande pugnale viene utilizzato. Delle scimmie scappano via. Rocce scoscese e spine dure come il ferro. Davvero strabilianti la forza di Soumaïla e l’agilità di Yacouba.

Soumaïla abbatte ancora una vera muraglia di rami le cui spine in ogni caso ci graffiano gambe, braccia e busti. Al di là, un ripiano sufficientemente ampio, poi dei blocchi disposti su tre strati; quello mediano è di arenaria meno compatta, più erosa, a tratti svuotata; due salti, e Soumaïla vi è già arrivato, io lo raggiungo lì, anche Yacouba. Mi conducono in un’apertura della roccia: l’entrata di qualcosa? E’ un locale adattato, quasi circolare, il muro tappezzato di mattoni di terracotta; sul fondo, un buco, attraverso il quale passiamo entrando in un altro locale, dal soffitto basso come il precedente. Una volta usciti, troviamo immediatamente, proprio di fianco, un’altra entrata, altri locali bassi, per terra resti di ceramica, in una stanza più piccola ossa umane schiacciate le une sulle altre, probabilmente un sepolcro dove sono stati sistemati i morti rannicchiati, le gambe serrate contro i petti. I miei amici mi dicono che qui, a Lamnassaga, tantissimo tempo fa, vivevano genti di un’altra civiltà, che da quasi quindici anni nessuno è ritornato in questo villaggio fantasma che hanno deciso di farmi conoscere adesso. Montagna di “geni” e di uomini del passato, montagna per camminatori arditi, per i pittori e il poeta. “La prossima volta che verrai a trovarci ti condurremo ancora più lontano sulla montagna, fino a Itri Koyo, e tu vedrai altre pitture e altre cose di cui non possiamo parlarti oggi ».

 

I pittori e il poeta arrivano sulla montagna di Yuna
abitata da un grande “genio”

Il 13 luglio, mentre da due giorni ci spostiamo lontano da Nissanata, dopo aver lasciato Koyo, una prima montagna sulla quale sette pittori, tra cui Yacouba, ed io abbiamo realizzato parecchi poemi-pitture su grandi drappi in tessuto e una “installazione” di poemi-pitture su pietre, veramente bella a mio parere, ci dirigiamo verso la montagna di Yuna. Isolata, a parecchia distanza dalle montagne tabulari, ma alta quanto quelle; cilindrica sulla sommità del suo cono breve e regolare di enormi detriti.

Giungere ai piedi di Yuna non è un’impresa facile. Da una parte, fisicamente, bisogna camminare a lungo, attraversare infine una distesa di deserto sabbioso del tutto privo di vegetazione; dall’altra, simbolicamente, bisogna fare una deviazione abbastanza lunga verso il piccolo villaggio dogon di Yuna Habé, situato dietro giganteschi blocchi proprio alla base dei pilastri arancione della falesia di una estesa montagna tabulare. Inutile recarsi tutti in quel villaggio; sei pittori, tra i quali Yacouba, proseguono dritto verso la montagna di Yuna. Alabouri, il capo del villaggio Dogon di Koyo, Alguima, suo consigliere nonché eccellente pittore, ed io facciamo una deviazione verso il villaggio di Yuna per salutare il capo tradizionale del villaggio, ottenere il suo consenso e i suoi consigli per scalare la sua montagna. Il ritrovo per tutti è un luogo preciso all’inizio del cono di ghiaia.

Quando Alabouri, Alguima ed io arriviamo nel luogo stabilito, non c’è nessuno. Mi arrampico su una roccia prominente e finisco per scorgere, molto lontano, piccolissimi, i nostri amici, distesi, che aspettano. Il vento ostacola parecchio la mia voce e devo gridare a lungo prima che il piccolo gruppo si rimetta in cammino. Quando finalmente ci raggiungono, mi accorgo che Yacouba e un pittore, un giovane esuberante parecchio volubile, sono scomparsi. Alle mie domande, Belko, un pittore Dogon, mi dice che quel tizio ha preso l’iniziativa, si è diretto verso il pendio di detriti e ci aspetterà lassù. Ha imposto a Yacouba di seguirlo. Un’iniziativa stupida: se quell’impaziente avesse esaminato anche minimamente i luoghi, si sarebbe accorto che un po’ più in alto davanti a lui si ergeva una falesia verticale il cui unico punto di passaggio si trovava, più lontano, precisamente in corrispondenza del posto fissato per il ritrovo. Una pensata non certo di Yacouba, quella; abbiamo aspettato. Nessuno. Un caldo soffocante. Nessuno. Quell’impulsivo trasportava il materiale per dipingere necessario alla “installazione” di poemi-pitture su pietre che avevo pensato di realizzare sulla cima di Yuna. Scoramento di alcuni di noi.

Insieme agli altri risalgo, per puro piacere, verso la cima; la scalata è molto ripida, assai faticosa nel caldo torrido, ma la roccia è libera e solida. All’improvviso, in prossimità della vetta, vedo, attraverso una breccia, venire dall’altro versante, da est, un’enorme ondata di nuvole scure e brune: una tempesta, come in luglio e agosto se ne scatenano di violentissime, per l’esattezza dei brevi tornado.

Facciamo appena in tempo a ripararci sotto uno strapiombo. Il vento accelera a tutta forza i cumuli di nuvole, di bruma, dei veri e propri vortici marroni, gialli, ocra, beige, arancione che lacerano e scavano la cima, le brecce, gli arbusti spinosi, cancellano la pianura in basso, inghiottono le montagne in lontananza. Lampi, tuoni, violente raffiche di pioggia tiepida.
Tre quarti d’ora dopo, è tutto finito, ci sono dieci gradi in meno, la pianura luccica di effimeri acquitrini, le montagne riappaiono una dopo l’altra. Mi avvicino al bordo del precipizio e scopro, piccolissimi laggiù, ai piedi della falesia, Yacouba e lo scriteriato; sono sicuramente inzuppati.
Quando, un po’ più tardi, ci ritroviamo tutti nella parte bassa del ghiaione, l’impulsivo capisce che è il caso di mettere velocemente da parte il suo modo abituale di comportarsi; Yacouba rimane in un silenzio discreto, meditando forse sulle montagne e sulle diverse incarnazioni dei loro “geni” e dei loro “diavoli”.

[…]

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