Il passo della pioggia

Il passo di Giacometti è quello delle sue ombre, le sue ombre sono materia scultorea – o l’avanzo, carbonizzato e irriducibile, di quello che il fuoco ha finito di bruciare e più non sa bruciare. Questa pioggia non estingue il fuoco, ma allarga il respiro, cade sulla testa e sulle spalle.

Il passo stretto di Giacometti sotto la pioggia è quello di ogni viandante che, per istinto, cerchi di bagnarsi il meno possibile o sia stato sorpreso dall’acquazzone. Sembra ben più sorpreso d’essere inquadrato dall’obiettivo dell’amico fotografo.

La pioggia che bagna e fa luccicare l’asfalto, anche il nome della strada sulla targa smaltata al muro: è Parigi in un giorno di pioggia, ma è la Parigi di Giacometti, di Cartier-Bresson. La Parigi dei miei sogni, dei miei desideri.

L’umano passo di chi cammina, senza l’ombrello, sotto la pioggia.

Il passo della pioggia in Rue d’Alésia porta a un caffè, a un tavolo al quale sedere, solo o in compagnia: ma è evidente che la mente continua a pensare per vertiginosi rovelli del pensiero e che il corpo dell’artista mentre respira i sentori di tostatura, di zucchero, di latte bollente, mentre ascolta il vociare degli avventori, mentre guarda la luce della pioggia conserva un passo che traversa la vita, che la assorbe, che la restituisce.

Giacometti che, nella Galerie Maeght a Parigi nel 1961, muove le sue sculture come pezzi degli scacchi. Il suo passo non si conforma più alla pioggia, ma è traiettoria come di un disegno o come di un gesto pittorico, scultoreo: deciso, diretto, concentratissimo.

La madre di Alberto, la loro casa di Stampa. Ecco da chi gli proviene l’energia creatrice! È chiaro che la sapienza del vivere è raccolta nel volto e nello sguardo di questa donna.

Anche il volto di Giacometti appartiene al novero dei volti indimenticabili del ‘900 – mai conosceremo il nome dei contadini e degli operai le cui mani e i cui volti, anch’essi indimenticabili, furono fotografati da Cartier-Bresson stesso, da Tina Modotti, da Mario Giacomelli… Il volto di Giacometti, scolpita pietra, la sua giacca, sembrano fare tutt’uno col legno del portone alle sue spalle, quel volto potrebbe essere il medesimo di un contadino o di un operaio.

L’abitudine di lavorare indossando camicia e cravatta: le maniche rimboccate, la linea dello sguardo (concentratissimo) tocca le dita, con ogni evidenza mobilissime e oltremodo sensibili. In altre foto Giacometti dipinge o scolpisce indossando anche la giacca; non so se un tale abbigliamento sia dovuto alla necessità di essere in posa per l’obiettivo dell’amico fotografo, ma la scelta di mostrarsi a lavorare indossando giacca e cravatta rivela una solennità dell’atto creativo,  una sua ritualità e festività (una quotidiana festività come s’addice all’arte) che in maniera esatta corrisponde alla personalità rigorosa di Giacometti.

Nel 1954 René Char scrive:

Du linge étendu, linge de corps et linge de maison, retenu par des pinces, pendait à une corde. Son insouciant propriétaire lui laissait volontiers passer la nuit dehors. Une fine rosée blanche s’étalait sur les pierres et sur les herbes. Malgré la promesse de chaleur la campagne n’osait pas encore babiller. La beauté du matin, parmi les cultures désertes, était totale, car les paysans n’avaient pas ouvert leur porte, à large serrure et à grosse clé, pour éveiller seaux et outils. La basse-cour réclamait. Un couple de Giacometti, abandonnant le sentier proche, parut sur l’aire. Nus ou non. Effilés et transparents, comme les vitraux des églises brûlées, gracieux, tels des décombres ayant beaucoup souffert en perdant leur poids et leur sang anciens. Cependant hautains de décision, à la manière de ceux qui se sont engagés sans trembler sous la lumière irréductible des sous-bois et des désastres. Ces passionés de laurier-rose s’arrêtèrent devant l’arbuste du fermier et humèrent longuement son parfum. Le linge sur la corde s’effraya. Un chien stupide s’enfuit sans aboyer. L’homme toucha le ventre de la femme qui remercia d’un regard, tendrement. Mais seule l’eau du puits profond, sous son petit toit de granit, se réjouit de ce geste, parce qu’elle en percevait la lointaine signification. À l’intérieur de la maison, dans la chambre rustique des amis, le grand Giacometti dormait (ora leggibile in Recherche de la base et du sommet).

Biancheria stesa, biancheria intima e biancheria domestica, fermata da pinze, stava appesa a una corda. Il distratto padrone le lasciava passare volentieri la notte all’addiaccio. Fine rugiada bianca si distendeva sulle pietre e sull’erba. Malgrado l’annuncio del caldo la campagna non aveva ancora il coraggio di gridare. La bellezza del mattino, tra i coltivi deserti, era totale perché i contadini non avevano ancora aperto la porta dall’ampia serratura e dalla grande chiave per svegliare secchi e attrezzi. L’aia reclamava. Una coppia di Giacometti, abbandonando il vicino sentiero, comparve nei paraggi. Nudi oppure no. Filiformi e trasparenti, come le vetrate delle chiese bruciate, pieni di grazia, simili a macerie che hanno molto sofferto nel perdere il loro antico peso e il sangue. Tuttavia altezzosi nella loro decisione, al modo di coloro che si sono impegnati senza tremare sotto l’irriducibile luce dei sottoboschi e dei disastri. Questi innamorati dell’oleandro si fermarono davanti all’arbusto dell’agricoltore e ne aspirarono a lungo il profumo. Si spaventò la biancheria sul filo. Uno stupido cane se la diede a gambe senza abbaiare. L’uomo toccò il ventre della donna che ringraziò con uno sguardo, teneramente. Ma soltanto l’acqua del pozzo profondo, sotto la sua piccola tettoia di granito, gioì di quel gesto perché ne intuiva la lontana significanza. Dentro la casa, nella rustica camera degli amici, il grande Giacometti dormiva.

Dieci anni dopo eccolo il testo alto e ammirevole per costruzione e tensione intellettuale:

CÉLÉBRER GIACOMETTI

En cette fin d’après-midi d’avril 1964 le vieil aigle despote, le maréchal-ferrant agenouillé, sous le nuage de feu de ses invectives (son travail, c’est-à-dire lui-même, il ne cessa de le fouetter d’offenses), me découvrit, à même le dallage de son atelier, la figure de Caroline, son modèle, le visage peint sur toile de Caroline — après combien de coups de griffes, de blessures, d’hématomes? —, fruit de passion entre tous les objets d’amour, victorieux du faux gigantisme des déchets additionnés de la mort, et aussi des parcelles lumineuses à peine séparées, de nous autres, ses témoins temporels.
Hors de son alvéole de désir et de cruauté. Il se réfléchissait, ce beau visage sans antan qui allait tuer le sommeil, dans le miroir de notre regard, provisoire receveur universel pour tous les yeux futurs (ora in Le Nu perdu).

Anche in questo caso mi provo a tradurre:

PER UN OMAGGIO A GIACOMETTI

Su quel finire del pomeriggio dell’aprile 1964 la vecchia aquila despota, il capomaniscalco inginocchiato, sotto la nuvolaglia di fuoco delle sue invettive (mai cessò di prendere a frustate, insultare il proprio lavoro, cioè sé stesso), mi disvelò, nel bel mezzo del pavimento del suo atelier, la figura di Caroline, sua modella, il viso dipinto sulla tela di Caroline – dopo quanti colpi d’artiglio, di ferite, d’ematomi? – frutto di passione tra tutti gli oggetti d’amore, vittorioso sul falso gigantismo dei cascami ammassati della morte e anche delle particelle luminose appena separate di noialtri, suoi testimoni temporali. Fuori del suo alveolo di desiderio e di crudeltà. E si rifletteva, quel suo bel viso senza passato che avrebbe prestissimo ucciso il sonno, nello specchio del nostro sguardo, ricettore universale (ma provvisorio) in nome di tutti gli occhi a venire.

Lo studio di Rue Hippolyte Maindron 46 è davvero, come ben scrive Char, un’officina di maniscalco, un luogo cioè dove arde il fuoco e uno spazio all’interno del quale l’accumulo di detriti, sculture, tele, attrezzi è manifestazione visibile della ricerca febbrile di Giacometti. E davvero le foto che possono capitarci tra le mani testimoniano l’inesausto cercare, l’insoddisfatto ricominciare: Giacometti si rimette ogni volta al lavoro, è capace di andare avanti per ore, il suo è un corpo a corpo con la possibilità di rappresentare la realtà per come egli la percepisce, alla maniera di Cézanne e direi di Morandi la sua arte è uno studio ininterrotto e disperato, una serie interminabile di sondaggi dentro la realtà, un modernissimo accumulo di tentativi, come se, nel nostro tempo, avesse più senso il processo artistico che il suo risultato compiuto.

C’è anche un gatto che, insieme con il cane, è una delle sculture indimenticabili di Alberto Giacometti: il Gatto di Giacometti attraversa il pensiero che s’è fatto spazio e la luce entra da un finestrone; filiforme attraversa in permanenza l’hangar o l’officina giacomettiana e parigina. Nella consumazione, nel diventare niente, nel ridiventare materia, cuore rappreso in pochi grumi di bronzo. Si consumano i corpi quasi cercassero la sparizione, ma resiste qualcosa in essi che non vuole morire – oppure si materializzano nell’ombra luce del mondo (una gamba, un passante, una donna). Alberto si netta le mani sporche di creta con uno straccio ed esce alla luce di Rue Hippolyte Maindron; il suo Gatto galleggia nella polvere minerale addensata sui mobili (è demone di greca sapienza), lo precede sulla strada verso il caffè: lì frugale colazione. Forse verrà Char in visita questo pomeriggio e intuirà: il Gatto di Giacometti generato dalla folgore incontra mani segnate all’arte. Vedrà il suo amico colpire la tela con rasoiate di pennello e il Gatto indicare con la testa tesa verso l’oltreparigi la grazia sconfinata dell’istante.

 

Tutte le fotografie che corredano l’articolo sono di Henri Cartier-Bresson e rimangono proprietà dell’Agenzia Magnum Photos.

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5 pensieri riguardo “Il passo della pioggia”

  1. Merci pour cet article qui va au coeur de la vie et dans le mouvement même de la création.
    Sur cette photo Giacometti traverse la rue d’Alésia où sur le trottoir lui-même, ces mois-ci, le jeune peintre Guillaume peint ses voitures de rêve et ses châteaux imaginaires ; et derrière le photographe et nous qui regardons Giacometti traverser la pluie se trouve un petit bar tenu par un Kabyle et où jouent aux cartes des Serbes.
    Il n’y a pas de frontière dans la création, ni dans les espaces ni dans les sensibilités de l’oralité et de l’image.

    Yves Bergeret

  2. Preziosi questi contributi sulla vita dei grandi maestri. Li amo in particolar modo. Ci insegnano come la loro ricerca è fatta quasi sempre lontano dalle accademie e dagli accademismi. I maestri non si sono mai ripuliti le scarpe dal fango della vita. Fango come humus sempre fertile per le creazioni degli artisti. Nino

  3. Me ne scuso con i Lettori, ma nel rispondere ai due commenti (di Yves Bergeret e di Nino Iacovella) mi fa estremamente piacere accennare a circostanze di carattere personale: Giacometti e Char sono due argomenti di conversazione privilegiati per Yves e per me e, sempre Yves, mi racconta spesso e con dovizia di particolari delle sue incursioni e dei suoi incontri nei “cafés” parigini della zona di Rue Hippolyte Maindron.
    Anche Nino è amico carissimo: siamo venuti in contatto qualche anno fa proprio grazie alla “Dimora” che aveva pubblicato suoi indimenticabili testi in versi dedicati a Pasolini e alla Resistenza; sono seguiti poi gli incontri personali, l’avventura di “Perìgeion”, questi ultimi mesi durante i quali condividiamo angoscia e avversione per l’ondata fascista in atto in Italia e in Europa…
    Amici carissimi, vi abbraccio forte.

    1. E’ sempre molto bello ritrovarsi qui, sulla Dimora. Antonio, Nino, Francesco, e altri rari amici. E Giacometti. Francesco pubblicò sulla Dimora diversi anni fa la mia “Giacomettiana”, con apocrifi di Alberto, Char, Michaux, etc. La ricordo oggi perché per me è stato uno dei punti più belli e più luminosi in cui far convergere la mia ricerca. E ora ri-passeggiare con Antonio su queste strade mi emoziona. Come mi emoziona ricordare le mille frasi scambiate con Giuseppe sull’opera di Alberto e tanti libri su Giacometti acquistati a Parigi. Ciao a tutti. Marco

  4. Ben trovato, Marco e grazie per le tue parole. Devo dire che si fanno tutti gli sforzi possibili affinché la “Dimora” continui a essere luogo di libertà e d’incontro per tutti gli amici che abbiano voglia e piacere di esserci.

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