Se la montagna parla (II)

Yves Bergeret

Se la montagna parla
Inchiostri di Yacouba Tamboura
Montélimar, Voix D’Encre, 2004

 

[I disegni a inchiostro di Yacouba Tamboura, 4-9]

 

Due lottatori

La lotta è uno sport popolare nell’Africa occidentale. Due corpi muscolosi, lucenti di sudore, si affrontano davanti a una folla di spettatori in cerchio, davanti a tante paia di occhi, in una danza lenta e pesante con degli scarti improvvisi.
Due che si completano e si battono.
Due che qui sorridono, affrontandosi.
Due, l’uomo e un “genio”, dei quali è davvero impossibile stabilire chi è l’uno e chi è l’altro.
Due, il pittore e il poeta.
A legarli, con la costrizione della forza e la fedeltà dell’amicizia, le loro braccia distese, incrociate. Incrociate, proprio come nelle sue pitture e nei suoi disegni Yacouba incrocia due tratti obliqui trasversalmente al torace quadrato dei suoi personaggi. L’incrocio delle linee oblique struttura il busto, il personaggio. L’incrocio delle linee oblique ricorda e ravviva il sanguinamento del coltello che squarcia la gola dell’animale sacrificato.
L’incrocio dei tratti obliqui.
L’incrocio delle parole; la comunicazione, con le sue peculiarità e le sue forme, dall’uomo al “genio”, dal pittore al poeta, dalla montagna all’uomo.

 

Yves Bergeret e Yacouba Tamboura, sulla montagna di Kantakine,
quando un serpente cerca di afferrare Yacouba per la testa
e non vi riesce

Il 21 luglio, io e cinque pittori, tra i quali Yacouba, camminiamo fino al villaggio Songhaï di Kantakine, ai piedi di una grande montagna marrone tondeggiante. Saluto il capo, gli anziani e gli abitanti del villaggio, che conosco da quattro anni. Ci rechiamo verso un lungo pianoro di placche brune, in prossimità del villaggio di Berbeye, alla base della falesia marrone; a nord l’orizzonte del Sahara. Con decine di persone venute dai due villaggi, realizziamo una “installazione” di poemi-pitture su pietre, nel caldo che velocemente si intensifica; ci chiedono una seconda “installazione” un po’ più lontano sulle lastre rocciose. “Tu l’hai già fatta laggiù due anni fa, era il sito di una sorgente che nasceva da una fessura in una placca. Quella sorgente era prosciugata da venti anni. Abbiamo voluto le tue parole in quel luogo. Tu le hai scritte e la sorgente ha ripreso a zampillare. Ora vogliamo, conclude il capo del villaggio, che tu rinforzi le tue parole e che i pittori si uniscano a te”.
In effetti l’acqua fuoriesce da questa fessura, dove noi ampliamo su delle enormi pietre piatte il lavoro già portato a termine, l’acqua scorre sulle lastre leggermente inclinate.

Yacouba mi dice, spiegando come fa per ogni suo disegno e per ogni sua pittura, che in questo disegno a inchiostro la grande montagna marrone è ora in basso, con le sue diagonali di vita, che lui è io siamo disegnati sopra di essa e che un serpente cerca di saltare sulla sua testa senza riuscirci. Perché i due, uno più uno, si aiutano a vicenda, agiscono, creano, navigano nel cielo al di sopra delle montagne.

In effetti l’indomani, mentre Yacouba, tre pittori ed io camminiamo in direzione della cima affilata di Kelmi Tondo, di cui nessuno di noi conosce la via d’accesso, ho quasi messo il piede su una vipera, dal corpo corto e rigonfio; Yacouba la uccide con due colpi del suo bastone direttamente sulla testa. Ci arrampichiamo, incontrando anche qualche tratto di agevole scalata, al di sopra di un baratro impressionante, fino alla sommità di Kelmi Tondo, dalla quale sloggiamo, ma per poco, alcuni rapaci. Yacouba non ama il vuoto in montagna e sente il bisogno di una vigile cautela nei confronti degli esseri invisibili che prediligono quei luoghi: un pericolo può sempre manifestarsi all’improvviso. L’aiuto reciproco è una forma di difesa, la mano del poeta, che è l’uomo della parola scritta, aperta e rasserenante (dal momento che nessuno dei miei amici pittori di questo luogo sa leggere e scrivere) è un talismano e una chiave; due braccia tese obliquamente : ecco Yacouba che stringe nella sua la mano del poeta.

 

Cammello ed elefante

Il tempo trascorso nel deserto, la forza per sollevare piedi e masse.
La resistenza al caldo e alla sete, la memoria accumulata nel corso di anni e anni.
A sinistra l’albero, inclinato, che nutre il cammello e l’elefante.

 

Su una montagna un serpente afferra un’otarda come preda

La montagna di questo disegno è tanto quella di Kalé che di Lamnassaga o di Kantakine; le diagonali la strutturano. Il suo profilo le dona la forma di un ampio busto. Solleva due punte agli angoli, due corni, due abbozzi di braccia tese verso il cielo, albe di diagonali: ascendenti, sono grida verso il cielo; discendenti, sono lampi che colpiscono la montagna.
Il gigantesco uccello danza sulla montagna, solo un dito di ogni piede è posato sulla sua cima. Tutto il suo corpo si tende all’indietro, originando una nuova inclinazione, le piume della sua testa si drizzano.
Perché un serpente, anch’esso gigantesco, spunta dalla base della montagna, lo morde. Il corpo del serpente, un organismo elastico che sta ancora distendendosi, disegna una serie di archi di cerchio, un mistero tra misteri; un mistero, tanto più che Yacouba, tessitore, ha la mano adusa a disegnare forme ortogonali. L’arco di cerchio come segno di qualcosa al di là del conoscibile e del consueto, secondo Yacouba.

Due: il serpente, l’uccello. Due lottatori dalle forze ineguali. Due: l’animale delle profondità del suolo, l’animale del cielo infinito. Due: la cui danza è di vita e di morte. La montagna è la loro base. La montagna è il trono di cui nessuno di loro prende possesso, l’uccello lo sfiora a malapena con la punta delle zampe, il serpente con una spirale alla base della parte sinistra.

La montagna come doppio rettangolo popolato di diagonali: la montagna-segno.

 

Un “diavolo” terribile, con un coltello in mano
per sgozzare un uomo

Dopo tutti quei disegni di dualità, di duello, di lotta o di predazione, Yacouba realizza un ritratto: quello dell’essere invisibile per natura. Disegnare l’indisegnabile, ora può farlo; ora che sono passati dei giorni dal grave episodio del 15 luglio, da quando su di lui e da lui ispirati abbiamo realizzato insieme parecchi drappi con poemi-pitture su carta o su tessuto di grande formato, ora che questi disegni a inchiostro di china hanno condotto la mano e lo spirito di Yacouba sulla strada dei segni: segni realistici – alla sua maniera -, segni concettuali, segni sicuramente anche terapeutici.

Le diagonali qui scompaiono quasi del tutto. A ricordarle, ma in modo approssimativo, è solo il braccio sinistro del grande “genio”. Del resto, Yacouba me ne parla impiegando i termini “grande diavolo”. Irsuto, gli occhi probabilmente chiusi; o forse aperti, ma che guardano dalle loro fessure orizzontali una realtà diversa da quella che i nostri occhi percepiscono.
Le grandi curve che compongono le parti del busto e del ventre del “genio”, che ne compongono le braccia e che, più piccole, ne formano la testa e la capigliatura, potrebbero essere dei sorrisi. No, mi dice Yacouba, che ha disegnato nella sua mano destra uno strumento curvilineo che chiama senza indugio “grande coltello” per uccidere un uomo, quello in basso sulla destra, dal busto rettangolare. Ma le curve del busto diabolico sono anche dei segni di coltello intorno al collo di una vittima da sgozzare per un sacrificio animista; apparentemente l’uomo da uccidere in basso a destra, l’uomo da sacrificare.

Ma tutto nelle modalità del disegno può, al contrario, significare che è proprio il “genio” – i ruoli sono spesso rovesciati – che sta ricevendo i grandi colpi di coltello intorno al suo corpo, tutt’intorno al cilindro del suo busto e del suo ventre, mentre l’uomo, in basso, conserva la sua integrità ortogonale e resta, a braccia aperte e in diagonale, tranquillo. I tratti di pennello che Yacouba ha intinto nel mio piccolo recipiente di inchiostro di china rappresentano anche ciò che la sua mano sacrifica sul bianco della pagina, ciò che la sua mano nomina tagliandogli subito la gola: il corpo del “grande diavolo”; lo lardella con molteplici piccole pennellate, liberazione e ridondanza di peluria: il “grande diavolo” è la gigantesca montagna dove Yacouba ha creduto dieci giorni prima di perdere la vita se non la testa. Il segno d’inchiostro nomina, libera, agisce, illumina e distrugge. E Yacouba aggiunge in basso a destra nel suo disegno il piccolo uomo equilibrato e sereno, come una firma.

 

Il “genio” della montagna di Garmi Tondo riesce a rimuoverne
il grande serpente

Il grande “genio” ha cambiato posto; la mano di Yacouba l’ha collocato a destra nella sua pagina. Garmi Tondo non è la montagna più grande né la più bella, ma la più affilata in quota della regione. Siamo passati alla sua base il 19 luglio. Si trova in territorio Songhaï, al quale Yacouba non appartiene.
Il corpo del grande “genio” si avvicina, con le sue forme, a quello umano, anche se il rettangolo o il quadrato non vi sono presenti. Yacouba mi dice che qui il “genio” libera quell’alta strana montagna dal suo maggiore pericolo: e, in effetti, disegna a sinistra il serpente appeso alla mano del “genio”, non più ondeggiante ma in verticale come una scala.
La scala non si appoggia al Garmi Tondo, ma al cielo, al bianco della pagina sulla quale tracciare i segni, alla mano che la traccia e nomina; perché il “genio”, pericoloso ma liberatore, è l’uomo che agisce aiutando e salvando, perché traccia e nomina. Come Yacouba, che mi aveva di certo salvato fracassando con la punta del bastone all’estremità del suo braccio la testa del serpente che stava per mordermi.
La montagna, due diagonali addossate l’una all’altra, è anche una scala buona per salire, buona per ritrovarsi, arrampicandosi, uomo in grado di dialogare con il grande “genio”.

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