Visioni d’Europa: Domenico Brancale per Matera 2019

“MaTerre, Cantiere Cinepoetico Euromediterraneo” è un progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019 co-prodotto da Rete Cinema Basilicata e Fondazione Matera Basilicata 2019 con il cofinanziamento della Fondazione Lucana Film Commision e il partenariato di Meditalents (Francia), Albanian National Film Center (Albania), Balkan Film Market (Albania), Rattapallax (USA), CIRCE/Università di Torino (Italia), DAMS/Università della Calabria (Italia), Universosud (Italia), Fabrique Entertainment (Italia), Noeltan Film Studio (Italia) Official sponsor Banca BCC Basilicata, Banca Etica Con il patrocinio di CNA, Confederazione Nazionale Artigianato e Piccola e Media Impresa e Dipartimento delle Culture Europee e del Mediterraneo – Università degli Studi della Basilicata

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Il progetto, articolatissimo e che rientra nelle molteplici iniziative legate a “Matera Capitale europea della Cultura 2019”, ha le sue radici nella figura di Rocco Scotellaro e in un suo testo del 1949, La mia Patria:

Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
il mio seme lontano.

Domenico Brancale sarà uno dei poeti che parteciperanno, nell’imminente primavera, al progetto materano (qui il “link” al sito dov’è possibile avere in modo esaustivo tutte le informazioni necessarie), ma è già disponibile un video in cui il poeta lucano affronta uno dei temi centrali di Matera 2019, quello dell’identità e del rapporto con l’altro – tema psicologico, sociale, filosofico, culturale e politico di bruciante attualità, lo si capisce bene e che il progetto materano vuole affrontare con un senso d’apertura e una volontà di dialogo esemplari.

Accade così che, nel video, le mani del poeta cominciano a scrivere su di un foglio bianco piegato a metà e con un’umile penna da pochi centesimi i versi che la sua voce sommessamente ma con chiarezza declama: si ode lo sfregare della penna a sfera sul foglio, s’intravede il procedere della scrittura –

Mi incrociavo col mio diverso (neppure nell’apparente solitudine si è davvero soli e, comunque, ogni individualità non può fare a meno d’incrociare l’altro, gli altri, fosse anche soltanto sé stessa – ed è da qui, da quest’incrociare che comincia l’enigma dell’individualità e dell’alterità).

Le mani nella stretta le stesse (le mani, con lo sguardo e con la voce strumenti del primo contatto, ma anche gli strumenti che trasformano in scrittura la voce, mani prensili e capaci di stringere, quindi di dire, nel gesto, “resta qui”, “datti a conoscere”, “voglio parlarti”).

L’ombra è ineludibile, sarebbe infantile ignorarla o tentare di nascondersela, la luce del guardare e del cercare il contatto anche fisico deve fare i conti con la fascia d’ombra o l’angolo o l’addensarsi dell’ombra, pieno e vuoto, silenzio e suono, presenza e assenza.

Eppure nessuno dei due avrebbe negato la distanza (due (due io?) due (la coppia di amanti?) due (la coppia amicale?) due consapevoli della distanza ch’è fonte di sofferenza e, paradossalmente, necessaria affinché s’instauri il dialogo, perché nasca il desiderio d’incontro, il cercarsi – paradosso per il quale senza la distanza non potrebbe esistere il dialogo, ma, anche, constatazione fattuale della condizione umana: separazione, frattura, allontanamento che, poi, ingenerano il tentativo d’incrociarsi, di avvicinarsi, il ricorso alla parola – (Socrate che narra il mito dell’androgino nel Simposio?) – ma Terre esiste solo se c’è anche ta Terre, Mater(i)a che, distribuendosi spazialmente e temporalmente, si distanzia e si riavvicina, sistole e diastole, inspirazione ed espirazione).

La parola è la sola chiave che apre due porte lontane ( ¿ può ed è autorizzato a dire qualcosa di diverso e di più alto un poeta ?)

Le domande rimangono (ed è questo l’abisso in riva al quale continuiamo a scrivere: tentiamo risposte a domande che, sappiamo, rimangono – e continuiamo a scrivere).

Ripensando al video, alla camera che, dalle mani, dalla penna e dal foglio sale a inquadrare il volto di Brancale che una luce molto forte investe, disvelando anche una stanza di spartana nudità, annoto (e Domenico sa perché lo faccio proprio da questi libri):

Approches, essais comme amoureux d’un langage à trouver; échange d’écriture; échange de signes, tâtonnements vers la communication; tout s’y faisant instrument pour une musique tactile (Castor Seibel, Barceló ou la Peinture, L’échoppe, 2010).

Il fine della lettura è l’istante in cui gli occhi si alzano dalla pagina (Federico Ferrari, Oscillazioni, SE,  2016).

Scrivo perché la cicatrice non è chiusa. Si apre, la chiudo. Si apre, la slargo. La spalanco. Mi faccio ferita. Tutta bocca. Tutta sangue (Jonny Costantino, Mal di fuoco, Effigie, 2016).

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