(La Foce e la Sorgente seconda serie) / Quaderno n. 5: Francesco Denini

 

Pubblichiamo oggi il quinto dei “Quaderni” che anticipano l’uscita della rivista La Foce e la Sorgente (nuova serie) prevista per il giugno 2019:

Francesco Denini – Bartók: il tempo come natura naturans

I “quaderni della Foce e la Sorgente” sono a cura di                                          Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Antonio Devicienti.

 

 

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La parola della polvere

“Sei sicura di capire da dove derivo, chiede la polvere alla donna? Mi conosci da seimila anni. Mi spandi sotto i tuoi fianchi quando dormi sdraiata per terra. Quando canti frantumando nella macina i grani di miglio e le tue mani, le tue reni, il tuo canto nutrono e salvano il villaggio, tu trascini anche me, e io m’impenno e m’inarco e mi disperdo moltiplicata tra le note del tuo canto. Mi fai nascere allora nella soave assenza di forma che mi proietta nella luce dove scoppio a ridere. Ma in fondo alla tettoia, dove durante il tornado tu vieni a distenderti per impregnare col mio biancore le tue spalle e i seni e i piedi, riesci a percepire pienamente che io sono lo sgretolarsi dell’arenaria mescolato all’eterna balbuzie dei morti, che gli antenati dei tuoi antenati hanno rinchiuso nella parte più remota della mia ombra? Io t’imbelletto e tu mi doni la tua pelle, nell’abbandono del sonno, affinché io entri in una forma da dove possa finalmente nascere la parola. Ti ringrazio”.

( Yves Bergeret
Il tratto che nomina
di prossima pubblicazione presso
Algra Editore, Catania)

Memorandum

La Dimora del Tempo Sospeso non è una vetrina di novità editoriali o una raccolta indifferenziata di inediti quali-che-siano, un sito al quale ci si rivolge per completare il giro di presentazioni della propria mercanzia su tutti i blog e i social (compresi i blog e i social marchetta) della rete. E’ uno spazio che ha sempre tentato di distinguersi per la ricerca e la valorizzazione di scritture di qualità (chiaramente quella che noi riteniamo tale) e di autori fuori dal coro della produzione in serie di frattaglie omologate, in versi e in prosa, che sono ormai il tessuto connettivo profondo dell’attuale panorama letterario, o presunto tale. In buona sostanza, ha una sua linea culturale e politica rigorosa, partigiana, si spera anche urticante, alla quale intende rimanere fedele.
Dal mese di aprile, quindi, si ritorna all’antico (cfr. qui): pubblicheremo solo testi su invito: il che significa, molto semplicemente, che cestineremo senza nemmeno leggerlo qualsiasi contributo ci arrivasse per vie diverse da una nostra esplicita richiesta (alla quale, beninteso, si può sempre opporre un rifiuto).

Presidiare il luogo del silenzio: per Claudio Parmiggiani, per Stefano Raimondi

Claudio Parmiggiani: Altare e Ambone nella Basilica di Santa Maria Assunta di Gallarate, 2018

Stefano Raimondi: Portatori di silenzio, Mimesis / Accademia del Silenzio, Milano-Udine, 2012

Vorrei legare le riflessioni di Stefano Raimondi intorno al silenzio con l’Altare e l’Ambone di Claudio Parmiggiani perché guardando l’altare ho letteralmente visto il silenzio e mi sono sentito “a suo presidio”; l’Altare è portatore di silenzio perché la luce che gli è intrinseca nutre l’attenzione, l’ascolto, l’attesa, la postura, come direbbe Raimondi, del nostro creare traverso la scrittura, del nostro stare col silenzio, del nostro guardare e meditare, del nostro ascoltare il silenzio necessario al pensiero, suo (del pensiero) guscio accogliente e sua cartina di tornasole, suo necessitato luogo e suo contrappunto.

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Per un omaggio a Letizia Battaglia

Molteplici le forme della scrittura – e inattese se ci si ostina a identificarla soltanto con modi d’espressione verbale e alfabetica – nobilissima scrittura è, infatti, la fotografia di Letizia Battaglia perché commuove la mente parlandole con l’evidenza di una scelta libertaria ed etica, conoscitiva e accogliente. Politica.

Letizia Battaglia scrive di noi e per noi.

“Scrivere” va connesso, etimologicamente, con incidere e scavare: queste fotografie incidono e scavano dentro di noi come individui e come membri di una comunità.

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Se la guardi controluce

Fabia Ghenzovich

La Catanegài

’na zatarìna, ’na candela
impissàda per ogni morto
negà, per ogni putèlo
desmentegà drento el pantàn
del fondo, tra le rive

del sile, la restìa, la catanegài
i la ciama, i vivi e i morti smarìi
soto aqua, dove la zàtara
la se ferma, de novo catài
dal scuro fin a la luse

de un nome pronunzià – la luse
la tanta luse dei oci
de le mame.

[La Catanegài
una zatterina, una candela / accesa per ogni morto / annegato, per ogni bambino / dimenticato nel pantano / del fondo, tra le rive // del sile, la schiva, la catanegài / la chiamano, i vivi e i morti smarriti / sotto acqua, dove la zattera / sosta, di nuovo portati / dal buio fino alla luce // di un nome pronunciato – la luce / la tanta luce degli occhi / delle madri.]

__________________________
Fabia Ghenzovich
Se ti la vardi contro luse
Venezia, Supernova edizioni, 2018

Del fare spietato

Pasquale Vitagliano

Scrivo sempre la stessa poesia
Passo sempre dagli stessi luoghi
So contare fino a tre
Riesco quasi sempre a fermarmi in tempo
Cerco sempre le stesse persone
Dopo averle perse
Sarà il mio modo di indagare
Sulla legge segreta del tempo
La forma per adeguarmi al suo moto pendolare
Mi rassicura questo ticchettio
Che ti dice dove stai e con chi
Che è impossibile restare a lungo nel quadrante
Che ti ritrovi di nuovo ai margini
Consolato dal fatto che da soli
Si scrive e si muore

__________________________
Pasquale Vitagliano
Del fare spietato
Osimo (AN), Arcipelago Itaca, 2019

Breve saggio su Milano (un notturno)

Il centro di Milano va svuotandosi delle persone, chiudono gli ultimi locali di ristoro, quasi più nessuno nelle strade e nelle piazze, piccoli mezzi del servizio di nettezza urbana, i lampeggianti accesi, ronzano a ridosso di un marciapiedi o in un angolo.
Il centro di Milano senza vocio e quasi senza rumori, senza andirivieni e senza l’eccesso delle luci che esplode dai negozi in strada, cerco il centro di Milano restituito al silenzio e alla solitudine apparente dei suoi edifici.

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Klossowski fra Nietzsche e Bataille

Giuseppe Zuccarino

Klossowski fra Nietzsche e Bataille

Le concezioni filosofiche klossowskiane, che emergono in tutte le sue opere, incluse quelle narrative, si sono sviluppate anche attraverso un’interazione col pensiero di Nietzsche. A questo autore, infatti, egli ha dedicato non solo un’importante monografia[1], ma anche diversi articoli, saggi e conferenze. Può essere interessante focalizzare l’attenzione sui testi più antichi, quelli degli anni Trenta e Quaranta, perché, pur essendo per certi versi ancora acerbi, consentono già di evidenziare la singolarità del suo approccio al pensiero del filosofo tedesco.

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In principio erano le selve

Pier Franco Uliana

Gli occhi, abbandonali all’ombra, socchiusi fino alla linea dell’orizzonte interiore. Un limitare, tra ciglia e foglie. Da’ senso ai sensi. Fatti placenta di muschio, feto sotto lingua.

[VIII] Il potere pretende la radura. Senza limite. Una luce trasparente, cartesiana, empirea, a perpendicolo. Onnipotente. Datti alla macchia. A tasche ricolme di sementi, fa’ incursioni notturne. Semina e fuggi. Renditi opaco allo specchio ustore.
[XI] Appena dopo il varco, ecco i sentieri. Non seguire il più dritto, se non vuoi finire nel latrato del vento. Ma non è nel più tortuoso che troverai lo smarrimento.
[XIII] Poeti, filosofi, fuorilegge, ribelli, maquisards s’inselvano per redimere il disordine della radura. Scelgono il valore dell’ombra perché vogliono ristabilire la trasparenza dei valori. Il loro pensiero è dialettico e procede per metafore.
[XXVII] I rami lassù, profondi e immobili, e noi ad ascoltare il silenzio delle radici. Si fondono fiato e vento, le voci appena sussurrate. Tu mi apri una radura dentata di luce e sulle labbra cresci la verità ambigua del tempo.
[XXX 3] La radura tende al paesaggio unico, essa usa un eccesso di luce per nascondere agli occhi i propri errori. I miraggi però hanno lo stesso limite e la stessa imprecisione delle ombre, se non si rovescia l’albero dello sguardo.

(da qui)

Come un fiore che si stacca dal gambo

Lisa Sammarco

b. ha settantaquattro anni e gli occhi di un azzurro lattiginoso e spento come se dentro, di quel tempo, non ci fosse passato niente. Ha l’abitudine di dormire su di un fianco, voltando le spalle all’uomo, al vecchio che ogni sera le si distende accanto. Stanotte si è tirata ben bene la coperta rosa fin sulla testa. b. ci guarda attraverso e il buio terso si fa di un rosa rugginoso e marcio. b. torna a pensare spesso alla sua prima volta, quando si era aperta come un fiore all’uomo, ora vecchio. Che strano, non aveva sentito nessun dolore. È così per i fiori? Si aprono alla bellezza e di bellezza senza né sentire né sapere cosa o dove la bellezza sia? b. si scosta la coperta, scopre la testa e fa per girarsi verso l’uomo, il vecchio, come se da lui volesse una risposta, ma poi all’improvviso lo sente, è un dolore enorme, che si espande ovunque come fa soltanto il tempo, e quel dolore fiorisce, fino a riempire la stanza dal pavimento fino al soffitto, inutile come se fosse stato chiuso troppo a lungo e fosse diventato altro, e somigliava ad un tempo che non le era appartenuto, sottile e impalpabile come intonaco crepato. Resta ferma. Chiude gli occhi. È tardi adesso. Il buio come il tempo le cade addosso, lieve come un fiore che si stacca dal gambo, senza ricordi. Forse ora sogna.

(da qui)

Quinta vez

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Maria Pia Quintavalla
Quinta vez
Azzate (VA), Stampa 2009, 2018

China esiste nel tempo, o più probabilmente, possiede tutto il tempo del mondo. China madre, figura molteplice, forma biografica in continua evoluzione, secondo la propulsiva mente di Maria Pia Quintavalla, poetessa dall’atteggiamento robusto verso la vita privata e collettiva. Con lei si ha sempre l’impressione che la “comunità degli animi” (sì, proprio quella rivelata anni addietro da Cesare Viviani in un suo massimo libro) acquisti qualche grado in più per restare viva (e non vegeta) al mondo. China torna dopo otto anni dall’originaria comparsa (China, 2010), da una realtà sopra il cielo al nostro mondo interventista e crudo. Ha i colori che la determinano da sempre, solari e appartenenti all’aria, divulgati su strade e terreni riguardosi e commossi. Continua a leggere Quinta vez