La spira

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Mauro Ferrari
La spira
Pasturana (AL), puntoacapo 2019

Poemetto per una generazione, una specie di autodafé per i nati tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, coloro che guerre non ne hanno visto pur sentendone l’odore acre in Europa, nei Balcani inferociti. In quel periodo si stavano sistemando per bene sulla crosta terrestre, e nelle falde, le radiazioni (“effetto” Truman, il presidente USA che diede il go a Little Boy) delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, mentre altrettanti veleni s’addensavano nell’atmosfera tramite la varietà dei test nucleari russi, americani, francesi, prima che un trattato internazionale consentisse soltanto esperimenti sotterranei. Sputnik, Cuba, Kennedy, Krusciov, Guerra fredda, Vietnam… i fanciulli e i ragazzi di quell’epoca hanno assorbito nelle loro cellule la minaccia di molteplici mondi, e la temerarietà di personaggi d’ogni specie. Ma la cultura saliva vette tali da scoraggiare eventuali invasori spaziali appartenenti a civiltà superiori. Come già sapeva H. G. Wells, in fondo bastavano i microbi terrestri ad annientare “intelletti vasti, freddi e spietati”. Nella più benevola Italia la narrazione industriale, non ancora intaccata dalla “morte delle lucciole” (ma era alle porte una considerevole sterzata di visione), era rivolta alle ciminiere come simbolo di produzione, sudore e salario. Il fumo che ne fuoriusciva, spiraliforme e policromo, non era radioattivo ma sicuramente cancerogeno, e allo sguardo dei giovani la nube sinuosa, colorata al tramonto, rappresentava il mito, la visione, l’abbondanza di pensieri e di sogni. Gli anni passavano, e ad alcuni germogliò la lingua della poesia, la trasformazione della parola in qualcosa di unico che prima non esisteva. Mauro Ferrari, classe 1959, ha avuto negli occhi i capannoni dell’Ilva (Italsider) di Novi ligure, dove il padre operaio lavorava negli inverni freddissimi di quella stagione economica e climatica. Poco più a sud mio padre compiva gli stessi gesti alle acciaierie Oscar Sinigaglia (poi Italsider) di Cornigliano, in una Genova che aveva spinto il mare un po’ più in là per erigervi gli altoforni. E, poco dopo, la Fiera del mare e l’aeroporto. Il gelo del Piemonte (ma neppure in Liguria all’epoca non si scherzava), la neve e molte altre cose, erano riuniti idealmente alla mimosa e alle acciughe rivierasche. La poesia in qualche modo è fuoriuscita anche da lì. Il poemetto di Mauro Ferrari, pubblicato in questi giorni ma composto e ripensato in un lungo periodo (1996-2018), manifesta quel che il tempo ha rivelato, proiettato, incubato, nella spiccata attitudine del poeta a far consistere una profittevole poesia. La spira continua a volteggiare nel cielo, sfumandosi in una varietà di forme e colori, alimentando tra pause e slanci tutto il rigore metrico e la convinta discrezione di un gesto tramutato in poemetto: un onorevole sguardo per il risalente gorgo silenzioso. Che forse è l’aspetto del tempo quando decidiamo di guardarlo senza abbassare gli occhi, o coltivarne le lusinghe per paura di dissiparlo. Le sei parti del poemetto hanno la fisicità di un’epoca ancora analogica, risuonante di propria forza, metallica e ricolma di vita solida: sono forme nitide, in bianco e nero, dove si ritrovano i gesti e la forza dei padri, matrici e rivoli generazionali che cercavano d’infondere nei figli. Questi avrebbero ereditato le cicatrici, alcuni le avrebbero cantate nei decenni successivi in mezzo al piombo e alle piazze. L’ordine delle cose qui si riconcilia con i ruderi che l’autore si è portato dentro fino all’attualità, con la ricerca di una lingua fedele e accogliente verso le “stagioni leggendarie”, e indomata dal narcisismo dell’infanzia. Il precipizio della lingua e l’irresponsabilità predicatoria qui sono ben lontani, l’intento di Ferrari è restituire la poesia dell’uomo, partendo da quel che è stato e da come sono stati gli uomini e le donne del Novecento, secolo meraviglioso e feroce. L’orizzonte – dalle strade dove ancora si vede la spira – contiene la fabbrica che si raffredda. Gli occhi rivolti al fumo disperso ma reso al presente, senza eccessi di memoria dati per vincolo o fascino vintage.

 

Testi

 

Non c’è di pioggia che una bava, un alito
che il vento sperde a mezza altezza
sui volti che s’inumidiscono
in penombra; ma rivola la pigna
e inghiotte un gorgo misterioso
nel silenzio che novembre
scioglie sotto i passi.
In questi giorni brevi fra due notti
la spira sale dietro al cimitero
e azzurra il cielo grigio
salendo a pena per sfaldarsi in nulla.

L’inverno russo del sessantatré
ancora lo ricordano i superstiti
che trasferirono la fabbrica
alla nuova sede, sui campi
al limite della pianura ricca.
La carne e le tubature non ressero
a quel gelo, dice il ricordo:
nel poco di storia seguito all’uragano
s’inaugurava l’Era Nuova dell’Industria,
e quella spira mulinava con la stessa
alacre inerzia – e più futuro.

 

[…]

 

Così riaffiorano dagli anni
le case miracolate e la fabbrica,
un eldorado sommerso
ai laghi della Lavagnina, sempre
più arcano ai vivi e luminoso alla leggenda
man mano che si estingue la memoria.
Qualcuno ha visto, ne ha parlato:
anche questo deve entrare nei versi
per far risplendere quanto svanisce
o resta cicatrice sulla pelle –
le cose minacciate dall’oblio,
il nome di chi salì sui monti
per fare resistenza al male
nell’alone sfrangiato di nebbia,
silenzio in tasca e fucile in spalla,
o la spira d’una ciminiera
sorta fra le rovine dopo l’olocausto,
come noi.

 

[…]

 

È nelle cicatrici che è graffiato il tempo,
nei segni che restano, gli oggetti dispersi
nei cassetti e le scritte sui muri
che non svaniscono. Ma quanto
brucia a toccarlo, e quanto avvampa
a ricordare cosa siamo stati,
noi che pensavamo
ancora possibile l’irrealizzabile
e i miraggi a portata di mano –
un’utopia di bello buono e giusto –
mentre il mare si ritirava preparando
l’onda dello tsunami.

 

[…]

 

L’inverno ghiaccia i sogni che non sono stati
al calor bianco – ed è un’attesa ignava;
oppure è digrignare i denti,
attendere caparbi e misurare la sconfitta
ad ogni istante, perché con gli anni
si cerca il nucleo duro
che persiste e che non cede;
il cavo d’illusioni e di visioni
che fragile ancorava la vita all’utopia
è un filo marcio che non tiene,
la mano brancola in tasca a sera
fra le luci e le sirene delle fabbriche.

I sogni sciolgono con la lentezza
tiepida di marzo, rimpianti e rancori
ustionano improvvisi e duraturi
come l’esplodere dei fiumi di pianura,
che spinge a valle un’irruenza
lontana, non nostra, un’astrazione
che è miraggio di montagne
di colpo nitide, vicine, minacciose –
ti senti addosso il loro sguardo e il premere,
quasi un’implorazione,
cedono gli argini di colpo
e persino i ruscelli allagano i campi,
insolenti, annegando il verde
di detriti e fango imputridito.

 

[…]

 

Come uno sbocco di sangue l’urlo.
Troppe bombe esplose nel mistero
ma troppi bersagli mancati per ignavia,
nomi che tornano a sporcare le ferite:
è il Nuovo che da decenni avanza,
dicono, sempre più qui e vitale –
da sempre qui e letale –.
Ma compreremo anche la loro mercanzia,
per qualche minuto credendo
e intitolando piazze
ai nuovi quisling, respirando
a pieni polmoni con gioia triste
l’aria mefitica a cui siamo avvezzi.

 

[…]

 

Se scendi il rettilineo che da Novi
punta ai monti, la vedi,
la fabbrica che si raffredda
come noi, la spira ben visibile
di ciò che sale in nulla e si disperde.

Annunci

5 pensieri riguardo “La spira”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.